Problemi familiari
Relazioni e famiglia

L’affido familiare e i minori stranieri non accompagnati

L’affido familiare e i minori stranieri non accompagnati
L’affido familiare e i minori stranieri non accompagnatilogo-unobravo
Angela Matteo
Redazione
Psicologa Sistemico-Relazionale
Unobravo
Pubblicato il

I minori stranieri non accompagnati (MSNA) sono quei minori di nazionalità straniera, che si trovano in Italia privi di assistenza e rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per loro legalmente responsabili.

Per tali motivi vengono accolti dai Centri di accoglienza, in cui ricevono servizi volti all’assistenza sanitaria e l’inclusione sociale quali:

  • mediazione linguistico-culturale;
  • insegnamento della lingua italiana e inserimento scolastico;
  • orientamento e accompagnamento al lavoro:
  • accesso ai servizi del territorio;
  • orientamento e supporto legale;
  • tutela psicologica;
  • erogazione di un pocket money.

La possibilità di affido familiare per i MSNA

Come recita la legge 4 maggio 1983, n°184: “Il minore che sia temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo può essere affidato ad un'altra famiglia, possibilmente con figli minori, o ad una persona singola, o ad una comunità di tipo familiare, al fine di assicurargli il mantenimento, l'educazione e l'istruzione. Ove non sia possibile un conveniente affidamento familiare, è consentito il ricovero del minore in un istituto di assistenza pubblico o privato, da realizzarsi di preferenza nell'ambito della regione di residenza del minore stesso.”

Si prediligono persone e famiglie che hanno competenze interculturali, come ad esempio la conoscenza di qualche lingua straniera e l’apertura verso altre culture e religioni, con cui il minore può avere maggiori possibilità di scambio comunicativo e libertà di esprimersi nelle sue diversità senza timori, e che possano fare da collante con la famiglia d’origine, con cui il minore non deve perdere i contatti.

Jep Gambardella - Pexels

Le paure dell’affidatario

L’affido familiare porta con sé tutta una serie di paure e perplessità, in particolare da parte delle famiglie o persone che accolgono un minore nella propria casa, legate a:

  • temporaneità del progetto;
  • timore di non essere all’altezza;
  • paure rispetto alle fragilità e difficoltà presentate dal minore;
  • capacità di superare il distacco.

Nel caso dei minori stranieri non accompagnati se ne aggiungono altre, legate alla diversa cultura di provenienza, sia in termini di pregiudizio che in termini di maggiore difficoltà di comprensione a tutti i livelli.

Le paure del minore

Le medesime emozioni attraversano anche il minore, in una situazione di down rispetto alle capacità comunicative e relazionali, compromesse anche dai numerosi aspetti traumatici della loro storia relativi

  • all’esperienza di distacco familiare;
  • alla vulnerabilità psico-sociale;
  • al processo migratorio stesso.

Parliamo di ragazzi che hanno subìto molto spesso violenze, soprusi, che sono stati imprigionati e hanno sofferto la fame e la povertà. Ragazzi che hanno bisogno di ricostruire un presente fatto di certezze, affettività, riconoscimento empatico.

Le loro radici sono state completamente sradicate e hanno bisogno di metterne delle nuove, in vista di un futuro auspicabile ricongiungimento familiare. D’altro canto anche le famiglie hanno bisogno di essere sostenute: questo è il compito dei Servizi Sociali territoriali, degli Enti comunali e degli operatori del settore.

Un po’ dentro e un po’ fuori: l’affido di prossimità

Proprio in virtù delle paure che possono accompagnare l’idea di un affido familiare, soprattutto con stranieri, negli ultimi tempi si stanno sviluppano presso i Centri di Accoglienza dei progetti paralleli di affido, per valorizzare questi percorsi ed avvicinare il territorio alla realtà dei minori stranieri non accompagnati.

Si tratta di una forma “leggera” di accoglienza familiare, non legale, per far sì che il ragazzo si sperimenti in nuove realtà di accoglienza. In tal senso gli operatori del Centro hanno il dovere di:

  • individuare i ragazzi con maggiori competenze relazionali, svolgendo con loro un lavoro di informazione, preparazione ed esplorazione delle relative emozioni in merito;
  • promuovere nei Centri, con eventi ed open day, il dialogo tra ragazzi e famiglie sul territorio.
Naomi Shi - Pexels

Lo scopo è quello di “abbinare” un ragazzo ad una famiglia e progettare insieme dei momenti di condivisione a mano a mano sempre più prolungati, partendo da piccoli passi:

  • condividere il pranzo la domenica;
  • invitare il ragazzo ad una gita;
  • renderlo partecipe nelle festività;
  • portarlo ad una pizza con gli amici

favorendo la reciproca conoscenza, l’inserimento del ragazzo nella rete relazionale del nucleo familiare e la maggiore autonomia del minore sul territorio.

Che fiorisca il cambiamento!

Procedere per piccoli step appare come un percorso maggiormente rispettoso delle possibili resistenze delle famiglie ed anche del ragazzo stesso, che ha bisogno di più tempo per passare da un ambiente all’altro.
Si auspica che questo seme diventi una pianta e possa generare un cambiamento nello scenario dell’accoglienza, provando a costruire un sistema in cui siano le famiglie ad accogliere e non i Centri.

“La saggezza è saper stare con la differenza senza voler eliminare la differenza” Gregory Bateson


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