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minuti di lettura

Resilienza familiare: trasformare le crisi in crescita condivisa

Resilienza familiare: trasformare le crisi in crescita condivisa
Cinzia Vitiello
Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale
Redazione
Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
29.1.2026
Resilienza familiare: trasformare le crisi in crescita condivisa
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Che cos’è la resilienza familiare

La resilienza familiare è definita come la capacità di un sistema familiare di superare eventi avversi, di adattarsi e, laddove possibile, di emergere dall'esperienza con relazioni rafforzate e un maggiore senso di sé. Contrariamente all'idea di reprimere la sofferenza o di "resistere a tutti i costi", si tratta piuttosto di riuscire a dare un senso all'esperienza vissuta e a riorganizzarsi efficacemente dopo un impatto critico.

Froma Walsh, psicoterapeuta e studiosa di spicco nel campo, inquadra la famiglia come un sistema in continua evoluzione, capace di apprendere risposte più flessibili e coese alle crisi. Sottolinea che la resilienza non è un attributo solo individuale, ma un vero e proprio processo sistemico che coinvolge l'intera famiglia all'interno dei suoi specifici contesti ecologici e di sviluppo (Walsh, 1996).

In questa luce, la resilienza non è una qualità innata e fissa, ma un percorso dinamico che può essere attivamente coltivato e supportato nel tempo, anche attraverso il sostegno di una rete sociale o, se necessario, tramite un percorso psicologico.

Affrontare il tema della resilienza familiare significa, in sostanza, porsi delle domande chiave: Come questa famiglia gestisce le difficoltà? Quali sono le sue modalità comunicative? Come si riorganizza di fronte ai cambiamenti? 

Le risposte a questi interrogativi sono fondamentali per comprendere non solo il grado di vulnerabilità della famiglia, ma anche per identificare le risorse interne ed esterne che possono essere mobilitate per superare il momento critico e ristabilire, progressivamente, nuovi equilibri più sostenibili per tutti i suoi membri.

Il modello di Froma Walsh: tre processi chiave

Froma Walsh propone un modello di resilienza familiare pensato per la pratica clinica, che integra i risultati di studi sulla resilienza individuale e sulla funzionalità familiare efficace, identificando tre domini centrali di processi chiave: sistemi di credenze familiari, pattern organizzativi e comunicazione/risoluzione dei problemi (Walsh, 2003).

Non si tratta di “trucchi” da applicare, ma di modi di funzionare che possono essere riconosciuti, coltivati e rafforzati nel tempo, anche con l’aiuto di un percorso terapeutico.

I tre processi sono:

  • Sistema di credenze familiari: il modo in cui la famiglia interpreta ciò che accade, attribuisce significato alla sofferenza e mantiene speranza, trasformando le difficoltà in esperienze da cui imparare.
  • Organizzazione e strutture familiari: come la famiglia si riorganizza di fronte alle sfide, distribuisce ruoli, attinge alle proprie risorse interne ed esterne e sostiene la coesione pur restando flessibile.
  • Comunicazione e risoluzione dei problemi: la qualità degli scambi emotivi e informativi, la possibilità di esprimere bisogni, paure e decisioni in modo chiaro e rispettoso, collaborando per trovare soluzioni condivise.

Questi tre livelli si influenzano a vicenda: una credenza condivisa (“possiamo farcela insieme”) sostiene una migliore organizzazione e una comunicazione più aperta e orientata alla soluzione dei problemi, che a loro volta rinforzano quella credenza, creando un circolo virtuoso di sostegno reciproco all’interno della famiglia.

Sistema di credenze familiari: come la famiglia può dare senso alle difficoltà

Il sistema di credenze familiari riguarda le idee, spesso implicite, che la famiglia condivide su sé stessa, sugli altri e sulle difficoltà. Queste credenze influenzano il modo in cui si affrontano malattie, perdite, cambiamenti improvvisi.

Alcuni esempi di credenze che possono favorire la resilienza sono:

  • Senso di significato: vedere la crisi come una sfida da attraversare, non solo come una catastrofe senza via d’uscita.
  • Speranza realistica: riconoscere i limiti della situazione, ma mantenere l’idea che qualcosa può essere fatto, anche solo sul piano relazionale.
  • Fiducia nelle risorse: credere che, insieme, si possano attivare capacità, aiuti e soluzioni, anche chiedendo supporto esterno.

Quando prevalgono credenze del tipo “non cambierà mai nulla” o “siamo soli e senza risorse”, la famiglia tende a bloccarsi, a isolarsi e a vivere la crisi come schiacciante.

Esempi di credenze resilienti in situazioni di crisi

In caso di malattia cronica di un familiare, una famiglia che sta attraversando un momento di fragilità può pensare: “La nostra vita è finita, non potremo più fare nulla”. Questo può portare a rinunce globali, isolamento e conflitti. Una famiglia più resiliente, pur soffrendo, può dirsi: “La nostra vita cambia, ma possiamo trovare nuovi equilibri e momenti di qualità insieme”.

Di fronte a una perdita lavorativa, credenze come “E’ tutta colpa nostra, non ci rialzeremo mai” alimentano vergogna e chiusura. Credenze più resilienti suonano come: “È un momento duro, ma non definisce il nostro valore come famiglia. Possiamo cercare alternative e sostenerci a vicenda”.

Nei passaggi di ciclo di vita (adolescenza dei figli, uscita di casa, pensionamento), la famiglia resiliente riconosce che il cambiamento è faticoso ma naturale, e lo legge come occasione per ridefinire ruoli e spazi, non solo come perdita di ciò che era prima.

Micro-esercizio: esplorare le credenze familiari rispetto alle difficoltà

Un modo concreto per lavorare sulla resilienza familiare può essere rendere esplicite le credenze che ognuno porta dentro di sé. Si può proporre un breve momento di condivisione, anche di 20–30 minuti:

  • Scegliete una difficoltà recente o passata (una malattia, un trasloco, un conflitto importante).
  • Ognuno risponde, a turno, a domande come: “Che significato ha avuto per me questa esperienza?”, “Cosa ho pensato di noi come famiglia in quel periodo?”.
  • Annotate insieme le frasi che emergono più spesso, ad esempio: “Non molliamo”, “Non possiamo contare su nessuno”, “Alla fine troviamo sempre una soluzione”.
  • Chiedetevi: quali credenze ci aiutano e quali, invece, ci appesantiscono o ci bloccano?

L’obiettivo non è giudicare, ma diventare più consapevoli del “clima interno” con cui la famiglia guarda alle proprie sfide.

Organizzazione familiare: flessibilità e coesione nelle transizioni

Il secondo pilastro della resilienza familiare, nel modello di Froma Walsh, riguarda l’organizzazione: il modo in cui la famiglia struttura ruoli, regole, confini e sostegno reciproco, soprattutto quando qualcosa cambia.

In questo senso, una famiglia resiliente tende a combinare diversi elementi: un atteggiamento positivo, una spiritualità o un sistema di valori condiviso, un buon accordo tra i membri rispetto alle decisioni importanti, una comunicazione familiare efficace, una gestione finanziaria sufficientemente stabile, tempo di qualità trascorso insieme, attività ricreative condivise, routine e rituali che danno continuità, oltre a reti di supporto esterne su cui poter contare (Black & Lobo, 2008).

All’interno di questo quadro, diventano centrali:

  • la flessibilità, cioè la capacità di modificare temporaneamente ruoli e routine (chi si occupa di cosa, come si gestiscono tempi e spazi) in risposta alla crisi;
  • la coesione, ovvero il senso di appartenenza e di vicinanza emotiva, pur nel rispetto dell’autonomia dei singoli;
  • il supporto esterno, cioè la disponibilità ad attivare la rete allargata (parenti, amici, servizi) quando le risorse interne non bastano.

Quando l’organizzazione familiare è troppo rigida (“si è sempre fatto così”) o, al contrario, troppo caotica (regole confuse, ruoli instabili, mancanza di punti fermi), la famiglia può fare più fatica a reggere l’impatto degli eventi critici e a ritrovare un nuovo equilibrio condiviso.

Esempi di organizzazioni resilienti in momenti di crisi

Immaginiamo una malattia improvvisa di un genitore. In una famiglia che in quel momento fatica ad attivare resilienza, nessuno ridefinisce i compiti: una sola persona si sovraccarica, le altre si sentono escluse o impotenti, le tensioni aumentano. In una famiglia più resiliente, i ruoli vengono ridistribuiti in modo esplicito: chi accompagna alle visite, chi gestisce la casa, chi si occupa dei figli.

In caso di separazione dei partner, una famiglia con buona resilienza cerca di mantenere una base di cooperazione genitoriale, stabilendo regole chiare per i figli e routine prevedibili, pur dentro al cambiamento. Questo può ridurre l’incertezza e aiutare i bambini a sentirsi ancora parte di un sistema che li sostiene.

Nei cambiamenti di ciclo di vita (nascita di un figlio, pensionamento), la famiglia resiliente accetta che le vecchie organizzazioni non funzionano più del tutto e si concede il tempo di sperimentare nuove modalità, senza vivere ogni aggiustamento come un fallimento.

Checklist: quanto può essere flessibile l’organizzazione della tua famiglia?

Questa breve checklist non è una valutazione clinica, ma uno spunto per riflettere sulla resilienza organizzativa della tua famiglia. Potete leggerla insieme e commentare.

Chiedetevi, per ciascun punto, se vi riconoscete mai, a volte o spesso:

  • Quando c’è una crisi, riusciamo a ridistribuire i compiti senza che una sola persona si carichi di tutto.
  • Le regole familiari possono essere adattate in situazioni eccezionali, spiegando il perché ai membri coinvolti.
  • I figli vengono coinvolti in modo adeguato all’età, con piccoli compiti che li fanno sentire parte della soluzione, non del problema.
  • Sappiamo chiedere aiuto all’esterno (parenti, amici, professionisti) quando le nostre risorse non bastano.

Le aree in cui rispondete più spesso “mai” o “raramente” possono diventare obiettivi concreti di lavoro per rafforzare la resilienza familiare.

Comunicazione familiare: parlare di ciò che fa male senza ferirsi

Il terzo processo chiave della resilienza familiare è la comunicazione. Non si tratta solo di “parlare tanto”, ma di come ci si parla, soprattutto quando le emozioni sono intense.

Nelle famiglie resilienti la comunicazione tende a essere:

  • Chiara: le informazioni importanti non vengono nascoste o confuse, soprattutto in caso di diagnosi, cambiamenti o decisioni difficili.
  • Emotivamente aperta: è possibile esprimere paura, rabbia, tristezza senza essere ridicolizzati o zittiti.
  • Rispettosa: anche nel conflitto, si cerca di non umiliare l’altra persona, ma di capire il suo punto di vista.

Famiglie in cui si “fa finta di niente”, si minimizza o si esplode in accuse reciproche possono avere più difficoltà a trasformare la crisi in un’occasione di crescita condivisa, perché ognuno resta solo con il proprio vissuto.

Esempi di comunicazione resiliente durante eventi critici

In caso di lutto, una famiglia che in quel momento fatica ad attivare resilienza può evitare di nominare la persona morta, nel tentativo di proteggere i più piccoli, creando però confusione e solitudine emotiva. Una famiglia più resiliente può trovare modi semplici e sinceri per parlare di ciò che è accaduto, permettendo a ciascuno di esprimere il proprio dolore.

Di fronte a una diagnosi di malattia in un figlio, la comunicazione resiliente prevede che i genitori si confrontino tra loro prima, per poi condividere con il bambino informazioni adeguate all’età, lasciando spazio alle domande. Non si tratta di dire tutto, ma di non mentire su ciò che lo riguarda direttamente.

Durante una crisi economica, la famiglia resiliente non scarica la tensione sui figli con litigi continui, ma spiega che ci sono difficoltà, che alcune spese andranno riviste e che, nonostante la preoccupazione, i legami restano un punto fermo.

Schema di “riunione di famiglia” per affrontare una crisi

La riunione di famiglia rappresenta un momento chiave e strutturato, della durata anche di soli 30-40 minuti, dedicato all'affrontare congiuntamente una difficoltà. Il suo impatto sulla resilienza familiare è significativo e si articola in quattro fasi:

  1. Avvio (Apertura): Un adulto definisce chiaramente l'oggetto dell'incontro ("Dobbiamo organizzarci per la malattia della nonna").
  2. Ascolto (Condivisione dei vissuti): Ogni partecipante esprime a turno, senza interruzioni, le proprie emozioni e le maggiori preoccupazioni.
  3. Brainstorming (Raccolta di idee): Si elaborano e si elencano tutte le possibili soluzioni o i piccoli passi concreti che ciascuno può compiere.
  4. Conclusione (Decisioni e sintesi): Si concordano una o due decisioni pratiche e ci si assicura che tutti i membri coinvolti abbiano piena comprensione.

L'obiettivo primario non è la risoluzione completa della crisi in un unico incontro, ma l'istituzione di uno spazio riconosciuto dove la famiglia possa riflettere e sentire insieme, superando la sola reazione impulsiva.

Segnali che la tua famiglia sta attivando resilienza

Concentrarsi sui segnali di resilienza familiare permette di dare valore a ciò che è già funzionante all'interno del nucleo, spostando l'attenzione dalle mancanze. L'obiettivo non è raggiungere un'ideale di "famiglia perfetta", ma piuttosto cogliere quei piccoli progressi che indicano una maggiore coesione e flessibilità.

È dimostrato che elevati livelli di resilienza familiare migliorano concretamente la qualità di vita, come evidenziato in contesti difficili, ad esempio nelle famiglie con un figlio affetto da disabilità intellettive e multiple profonde (Lahaije et al., 2024). Questa ricerca suggerisce l'impatto reale che queste risorse interne hanno sul benessere quotidiano. 

Gli Indicatori Comuni di Resilienza:

  • Elaborazione Condivisa dell'Evento: Superato lo shock iniziale, la famiglia riesce ad affrontare l'accaduto, attribuendogli un significato comune.
  • Flessibilità nei Ruoli: I ruoli si adattano temporaneamente alle nuove necessità senza generare sensi di colpa o vergogna.
  • Spazio per le Emozioni: Le emozioni difficili trovano un canale di espressione, anche limitato, senza essere negate o sminuite.
  • Capacità di Chiedere Aiuto: La famiglia è in grado di richiedere supporto esterno quando necessario, senza percepire ciò come un fallimento.

Prendere nota di questi aspetti, anche quando appaiono discontinui o deboli, rappresenta il primo passo per rinforzarli. Se necessario, questo può condurre alla ricerca di un supporto psicologico mirato a sostenere la resilienza del nucleo e, di conseguenza, la qualità di vita di tutti i suoi membri.

Chiedere aiuto può essere un atto di resilienza

Allenare la resilienza familiare può essere un percorso fatto di piccoli passi: dare un nuovo significato alle difficoltà, riorganizzarsi nei momenti di crisi, imparare a comunicare in modo più aperto e rispettoso. L’applicazione clinica del modello di resilienza familiare mostra, infatti, che lavorare su credenze condivise, organizzazione flessibile e comunicazione aperta può migliorare la capacità delle famiglie di adattarsi e funzionare in modo competente di fronte alle avversità (Walsh, 2003).

A volte, però, farlo da soli può essere faticoso, soprattutto quando le tensioni si trascinano da tempo o gli eventi sono stati particolarmente dolorosi. In questi casi, il supporto di uno psicologo può diventare uno spazio in cui rileggere la storia della propria famiglia, riconoscere le risorse già presenti e costruirne di nuove, insieme.

Se senti che è il momento di prenderti cura dei tuoi legami e di dare alla tua famiglia l’opportunità di provare a trasformare le avversità in occasioni di crescita, puoi iniziare il questionario per trovare il tuo psicologo online e, se lo desideri, cominciare un percorso su misura per voi. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma può essere una scelta coraggiosa per proteggere e rafforzare ciò che per te conta di più.


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