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Autolesionismo: dalla ferita alla feritoia

Autolesionismo: dalla ferita alla feritoia
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Ilaria Di Caprio
Redazione
Psicologa Sistemico-Relazionale
Unobravo
Pubblicato il

Nelle condotte di autolesionismo, il corpo è il “teatro” su cui agiscono le proprie dinamiche psichiche interne. Esso non è mai un oggetto staccato dalla persona, ma è sempre ciò attraverso sui si realizza il senso della propria esistenza. Sia che esso diventi disincarnato, come in alcuni adolescenti, o agito, come nel disturbo borderline di personalità, esso si racconta.

Il corpo nell'autolesionismo

Il corpo è costantemente aperto al mondo e alla significazione sociale. È implicato nei processi di definizione identitaria e al tempo stesso nello scambio con l’altro, in un percorso evolutivo che può condurre a rigettare come alieno sia ciò che è diverso da Sé sia, paradossalmente, ciò che è più proprio. La ferita si colloca in questa cesura, e fa diventare la pelle veicolo per esprimere la propria esperienza e le proprie emozioni, rendendole visibili a sé e agli altri. Si tratta quindi di un atto comunicativo: in terapia è importante comprendere cosa questa ferita vuole comunicare, per provare ad interpretarla con il paziente.


Le forme di autolesionismo

Attraverso le condotte autolesioniste la persona prova a modulare l’intensità della sua esperienza emotiva. Come sostiene l’antropologo Le Breton, il paziente mette in atto una sorta di rito ordalico, cioè un rito che prevede una prova dolorosa, in cui sfida la morte: il corpo viene così utilizzato come superficie sulla quale incidere il proprio dolore. Lo psichiatra Armando Favazza, nel suo testo Corpi sotto assedio: l’automutilazione nella cultura ed in psichiatria, distingue tre forme di autolesionismo:

  • l’autolesionismo maggiore: comprende gesti poco frequenti ma gravi come l’evirazione o l’auto-amputazione;
  • l’autolesionismo stereotipato: comprende azioni ripetitive come per esempio battersi, percuotersi o graffiarsi;
  • l’autolesionismo superficiale/moderato: è la forma più diffusa, in cui rientrano condotte come la tricotillomania, cioè strapparsi i capelli, o scorticarsi la pelle.
fotografierende - Pexels

Autolesionismo e genere

Tali condotte si manifestano sempre più nel virtuale, spazio di espressione e condivisione di emozioni ma anche teatro del disagio. Qui emerge una forte identità legata al sintomo: la comunicazione viaggia velocemente soprattutto attraverso le immagini, e le cicatrici e ferite contribuiscono a marcare un senso di identità sociale. I contributi teorici presenti in letteratura sul tema, rintracciano come l’autolesionismo sia una condotta prevalentemente femminile, diffuso tra le adolescenti e giovani adulte.

L’autolesionismo è donna?

Le ricercatrici D’Agostino, Fabi e Sneider confermano il fenomeno come femminile. La donna:

  • riesce a preservare una maggiore integrazione tra corpo-mente;
  • è esclusa dalla società razionale;
  • è chiamata ad adempiere a vari ruoli nel contesto familiare.

Il corpo, così, diviene mezzo di espressione della sofferenza, diversamente dagli uomini che riescono facilmente a scindere realtà interna ed esterna. In alcuni studi dello psichiatra A. Sourander, il genere femminile viene persino considerato un fattore predittivo di condotte autolesioniste in adolescenza, accanto ad ulteriori problematiche quali la gestione dell’emozione e dell’aggressività infantile e una situazione familiare disorganizzata.

Trattamento e relazione terapeutica

Maurizio Andolfi, psichiatra e psicoterapeuta, nel testo Storie di adolescenza: esperienze di terapia familiare mette in luce il valore peculiare del setting terapeutico familiare nel trattamento di tali condotte al limite. Il sintomo va riletto in chiave relazionale divenendo così una porta di accesso al sistema familiare che manifesta la propria difficoltà nel comprendere l’ambivalenza e la complessità di questo periodo di vita: la sfida del terapeuta consiste proprio nel trasformare il contro in un incontro.

Anthony Shkraba - Pexels

Ri-direzionare quella rabbia ed aggressività può divenire una risorsa peculiare per un terapeuta familiare, perché può aiutare anche i genitori a rivedersi attraverso gli occhi del proprio figlio, che reclama amore ed ascolto. Il terapeuta, così, si propone come modello di relazione correttiva e non sostitutiva, permettendo anche alla famiglia di andare oltre il sintomo. L’adolescente ha un forte bisogno di essere accolto e compreso nella sua sofferenza: l’attenzione al sintomo in chiave relazionale permette di trasformare la ferita dell’autolesionista in una feritoia, spazio di nuove possibilità.

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