La depressione materna è spesso un argomento tabù e, ancora meno considerata, è la questione delle conseguenze che questa condizione può generare nel bambino. Una madre che vive una depressione può trovarsi improvvisamente meno disponibile emotivamente per il proprio figlio. In questo articolo esploriamo come questa condizione psicologica possa incidere sulla vita del bambino.
La depressione materna
La psicologia della maternità offre una chiave di lettura fondamentale non solo per comprendere la depressione materna, ma anche per coglierne gli effetti sullo sviluppo del bambino. Quando una madre attraversa un periodo depressivo può risultare meno disponibile sul piano emotivo, anche nelle primissime fasi dopo la nascita. In questo periodo, infatti, possono emergere forme di depressione reattiva al parto o veri e propri quadri di depressione post partum. Gli effetti della depressione materna sul bambino non sono uniformi: variano in funzione della fase di sviluppo in cui il piccolo si trova quando la madre vive questo momento di vulnerabilità. Se la depressione assume un andamento cronico o persistente (come nei quadri distimici), la qualità della relazione madre-bambino può risentirne in modo più duraturo, influenzando i processi di attaccamento e la regolazione emotiva.
Un punto centrale riguarda il livello di maturità del bambino nel momento in cui si confronta con il dolore materno: più il bambino è piccolo, maggiore è il rischio che la sua capacità di autoregolazione sia compromessa, poiché dipende più intensamente dalla responsività dell’adulto. A questo si aggiungono altri fattori cruciale, tra cui:
- il contesto relazionale di riferimento (presenza di altri caregiver, qualità del supporto sociale, risorse familiari);
- la struttura e il funzionamento del sistema familiare (dinamiche di coppia, modalità di comunicazione, ruoli e responsabilità)
La teoria di André Green
Secondo lo psicoanalista André Green, quando una madre attraversa una condizione depressiva profonda o un ritiro emotivo significativo, il bambino può percepirla come una presenza “svuotata”, non più affettivamente raggiungibile. Green definisce questa esperienza come “complesso della madre morta”, descrivendola così: “La madre morta è dunque, contrariamente a ciò che si potrebbe credere, una madre che resta in vita, ma che è, per così dire, morta psichicamente agli occhi del piccolo bambino di cui si prende cura”. Le parole di Green permettono di cogliere la portata traumatica di questo vissuto. Il bambino si trova improvvisamente davanti a un nucleo freddo, a una figura che prima era calda, presente e vitale, e che ora appare distante e affettivamente inaccessibile. Non potendo comprendere la natura del cambiamento, il bambino tende ad attribuire la causa a sé stesso: vive la perdita dell’amore materno come una propria mancanza, sviluppando vissuti di colpa e angoscia. Questo può avere effetti importanti sul suo sviluppo emotivo e sulle modalità con cui costruirà, in seguito, le proprie relazioni..

Un destino segnato?
L’intensità della situazione traumatica e le sue conseguenze variano in base al momento dello sviluppo in cui il bambino sperimenta la perdita emotiva della madre. A seconda dell’età e delle risorse disponibili, l’impatto può declinarsi in forme diverse. In alcuni casi, questo vissuto può contribuire alla formazione di una tristezza di fondo, una sorta di depressione latente che si manifesta come una pervasiva sensazione di insoddisfazione e come una difficoltà a provare pienezza nelle esperienze. Di fronte alla rottura del legame affettivo e al ritiro emotivo materno, il bambino mette in atto tentativi di adattamento che però, nel tempo, possono rivelarsi poco funzionali. Green descrive due modalità principali di risposta:
- Prendere distanza dalla madre, nel tentativo di evitare il dolore legato alla perdita emotiva. Questa strategia protettiva può però lasciare un senso di vuoto e di disconnessione.
- Identificarsi con la madre, assumendo precocemente un ruolo adulto e cercando di “farsi carico” del suo stato emotivo. Questa identificazione prematura può tradursi in un’inversione dei ruoli e in un’eccessiva precocità psichica.
In queste condizioni, il bambino non vive semplicemente una carenza di contenimento — la mancanza di quella base emotiva protettiva e rassicurante che la madre normalmente fornisce — ma, se il trauma avviene nelle prime fasi della vita, può non riuscire a costruire una sufficiente solidità interna. In assenza di una presenza materna vitale con cui identificarsi, il bambino può tentare di “trattenere” dentro di sé qualche frammento simbolico della madre, nel tentativo di preservarne la presenza e di evitare il crollo emotivo.
Sarà mai possibile sentirsi amati?
Quando il bambino vive una frattura precoce nella relazione con la madre, può sviluppare un senso di vuoto che rischia di diventare una matrice affettiva stabile. Questo vuoto non riguarda solo l’assenza della madre in quel momento, ma la percezione di non essere abbastanza per richiamare la sua presenza emotiva. Con il passare del tempo, tale vissuto può influenzare profondamente le modalità con cui il soggetto si relaziona agli altri. Da adulto, anche se è perfettamente capace di amare e sa, a livello cognitivo, di essere ricambiato, può faticare a sentire l’amore ricevuto. È come se l’affetto dell’altro non riuscisse mai a colmare quella mancanza originaria, lasciando la sensazione persistente che ciò che riceve non sia "abbastanza", mai del tutto rassicurante o nutriente. Questo non significa che la persona non possa costruire relazioni significative, ma che l’esperienza dell’amore può essere attraversata da una sfumatura di insicurezza, da un dubbio costante rispetto al proprio valore e alla stabilità del legame.
Che ne sarà di loro?
Uno studio longitudinale condotto su circa mille diadi madre-bambino — dalla 24ª settimana di gravidanza fino ai 5 anni di vita — ha evidenziato che i figli di madri con depressione possono manifestare, già in età prescolare, difficoltà emotive e comportamentali, maggiore irritabilità, disturbi del sonno, ansia e talvolta ritardi o fragilità nelle funzioni cognitive. Inoltre, la ricerca ha riscontrato un rischio aumentato di sviluppare, nel corso della crescita, disturbi depressivi e altri disturbi psicopatologici, tra cui problemi della condotta (Burke, 2003). Da adulti, queste persone talvolta intraprendono un percorso terapeutico portando con sé un senso di insoddisfazione cronica, sentimenti di solitudine o una tristezza difficilmente collocabile. Quando la terapia si avvicina ai nodi profondi del loro vissuto, può emergere nuovamente quel “vuoto originario” sperimentato da bambini: non come una semplice memoria, ma come una sensazione che torna a farsi sentire nel corpo e nell’emotività. Si tratta di un passaggio particolarmente delicato, che richiede attenzione, gradualità e un solido ancoraggio relazionale. Il compito del terapeuta è quello di mantenersi costantemente presente, offrendo un’esperienza emotiva affidabile e coerente: uno spazio in cui il paziente possa finalmente percepire di essere visto, accolto e tenuto al centro della relazione, in modo diverso da quanto accaduto nella sua storia affettiva precoce.
Dati epidemiologici e prevalenza della depressione materna
La depressione materna è una condizione più diffusa di quanto si tenda a immaginare e può manifestarsi in diverse fasi della maternità, dalla gravidanza ai mesi successivi al parto. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), circa il 10-15% delle donne sviluppa una forma di depressione perinatale, che comprende sia la depressione in gravidanza sia la depressione post-partum (OMS, 2022).
La prevalenza può aumentare significativamente in presenza di fattori di rischio come isolamento sociale, difficoltà economiche, eventi stressanti, scarse risorse di supporto o una storia personale di disturbi dell’umore. Anche condizioni mediche materne, complicazioni ostetriche o gravidanze non pianificate possono contribuire ad accrescere la vulnerabilità.
È importante ricordare che la depressione materna non riguarda soltanto la donna: si tratta di una condizione che può influenzare l’intero sistema familiare e, in particolare, lo sviluppo emotivo e relazionale del bambino. Per questo motivo, il riconoscimento precoce dei sintomi e un adeguato supporto psicologico rappresentano elementi fondamentali per proteggere sia la madre sia il bambino.
Effetti della depressione materna sulle diverse aree di sviluppo del bambino
La depressione materna può influenzare diversi aspetti dello sviluppo del figlio, sia nel breve che nel lungo termine. Le ricerche più recenti mostrano che la depressione durante la gravidanza può avere ripercussioni biologiche già in epoca prenatale: alterazioni della funzione placentare, modificazioni epigenetiche e una maggiore reattività allo stress nei bambini sembrano rappresentare alcuni dei meccanismi attraverso cui il disagio materno può incidere sul benessere del nascituro (Herba et al., 2016). Gli effetti variano sensibilmente in base all’intensità e alla durata della depressione, nonché all’età del bambino al momento dell’esposizione. Nei casi in cui la sofferenza materna sia persistente o non adeguatamente trattata, possono emergere difficoltà lungo diversi domini dello sviluppo.
- Sviluppo cognitivo.
Alcune ricerche indicano che i figli di madri con depressione possono mostrare ritardi nell’acquisizione di competenze cognitive, come memoria, attenzione e capacità di problem-solving. Una meta-analisi pubblicata su Developmental Review ha evidenziato un aumento del rischio di difficoltà scolastiche e di apprendimento (Kingston et al., 2012). - Sviluppo linguistico.
La minore interazione verbale e la ridotta stimolazione emotiva possono contribuire a un ritardo nello sviluppo del linguaggio. In alcuni casi, i bambini possono iniziare a parlare più tardi, mostrare un vocabolario più limitato o avere difficoltà nella comprensione verbale. - Sviluppo motorio.
Alcuni studi suggeriscono un lieve ritardo nelle tappe motorie, come gattonare o camminare, probabilmente collegato a una minore stimolazione fisica e responsività materna. - Sviluppo emotivo e comportamentale.
I figli di madri con depressione sembrano essere più esposti a sintomi di ansia, irritabilità, difficoltà nella regolazione delle emozioni e comportamenti oppositivi. Uno studio longitudinale pubblicato su JAMA Psychiatry ha evidenziato un rischio maggiore di sviluppare precocemente disturbi emotivi e comportamentali (Stein et al., 2014).
È fondamentale sottolineare che questi effetti non sono inevitabili. Molti bambini sviluppano traiettorie del tutto sane grazie alla presenza di un altro caregiver emotivamente disponibile, a un contesto familiare protettivo o a un intervento tempestivo rivolto alla madre e al bambino. Tuttavia, queste evidenze mettono in luce l’importanza di riconoscere precocemente la depressione materna e di attivare adeguati percorsi di sostegno.
Il ruolo dell’attaccamento e le dinamiche relazionali madre-figlio
La qualità della relazione tra madre e figlio nei primi anni di vita è fondamentale per lo sviluppo emotivo del bambino. Secondo la teoria dell'attaccamento di John Bowlby, psicoanalista e pioniere nello studio delle relazioni precoci, i bambini hanno bisogno di una figura di riferimento stabile e sensibile ai loro bisogni.
Quando la madre è affetta da depressione, può risultare meno responsiva e meno disponibile emotivamente. Questo può favorire lo sviluppo di stili di attaccamento insicuro, come:
- Attaccamento evitante: Il bambino impara a non cercare conforto nella madre, sviluppando una maggiore indipendenza apparente ma anche difficoltà a fidarsi degli altri.
- Attaccamento ambivalente: Il bambino alterna comportamenti di ricerca di vicinanza a momenti di rabbia o rifiuto, vivendo una costante incertezza rispetto alla disponibilità materna.
- Attaccamento disorganizzato: In alcuni casi, la relazione può essere caratterizzata da comportamenti contraddittori e confusi, con un aumento del rischio di difficoltà emotive future.
Questi stili di attaccamento possono influenzare la capacità del bambino di costruire relazioni e di gestire le proprie emozioni anche in età adulta.
Fattori di rischio e fattori protettivi per i figli di madri con un disturbo depressivo
Non tutti i bambini esposti alla depressione materna sviluppano difficoltà. La letteratura mostra infatti che gli esiti dipendono dall’interazione tra fattori di rischio, che aumentano la vulnerabilità, e fattori protettivi, che favoriscono la resilienza e possono compensare, almeno in parte, la sofferenza materna.
- Fattori di rischio:
Una depressione materna grave, persistente o non trattata rappresenta uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo del bambino. In particolare, può compromettere la responsività materna, la sintonizzazione emotiva e la qualità dell’ambiente relazionale. Alcuni studi evidenziano inoltre un rischio maggiore di maltrattamenti o trascuratezza nei figli di donne con depressione significativa (Burke, 2003). La mancanza di una rete di supporto, come l’assenza di un partner coinvolto, di nonni o di altre figure di riferimento, amplifica ulteriormente la vulnerabilità del bambino, così come le difficoltà economiche o sociali, che possono generare stress cronico e ridurre le risorse disponibili all’interno della famiglia. - Fattori protettivi:
Accanto ai rischi, esistono elementi che possono fungere da veri e propri ammortizzatori. La presenza di un padre, di un partner o di un altro adulto affettivamente presente e disponibile può svolgere un ruolo protettivo fondamentale, offrendo al bambino stabilità emotiva e continuità di cure. Anche gli interventi precoci, come il supporto psicologico rivolto alla madre, alla diade o alla famiglia nel suo insieme, possono ridurre l’impatto della depressione e favorire uno sviluppo più armonioso. Inoltre, alcune caratteristiche del bambino, come un temperamento flessibile o precedenti esperienze positive, possono incrementare la sua resilienza e la capacità di adattarsi a contesti emotivamente complessi.
Riconoscere con tempestività questi fattori permette di individuare precocemente le situazioni a maggiore vulnerabilità e di attivare interventi mirati in grado di sostenere sia la madre sia il bambino, promuovendo il benessere di entrambi.
Segnali di disagio nei figli e strategie per promuovere la resilienza emotiva
È importante che genitori e caregiver siano attenti ai segnali di disagio che i bambini possono manifestare quando vivono con una madre che sta attraversando un periodo di depressione. Alcuni segnali da osservare includono:
- Cambiamenti nel sonno o nell'appetito: Difficoltà ad addormentarsi, risvegli frequenti o perdita di appetito possono essere indicatori di malessere.
- Regressioni comportamentali: Il ritorno a comportamenti tipici di età precedenti, come il bisogno di essere imboccati o la perdita del controllo sfinterico.
- Difficoltà nella regolazione delle emozioni: Esplosioni di rabbia, pianto frequente o difficoltà a calmarsi.
- Isolamento sociale: Tendenza a evitare il contatto con coetanei o adulti.
Per promuovere la resilienza nei figli di madri che stanno affrontando un periodo di depressione, alcune strategie evidence-based includono: - Favorire la presenza di adulti di supporto: Anche la relazione con un solo adulto affidabile può fare la differenza.
- Mantenere routine prevedibili: La stabilità quotidiana aiuta il bambino a sentirsi più sicuro.
- Incoraggiare l'espressione emotiva: Offrire spazi e momenti in cui il bambino possa parlare delle proprie emozioni senza sentirsi giudicato.
- Richiedere supporto professionale: In presenza di segnali persistenti di disagio, rivolgersi a uno psicologo dell'età evolutiva può essere un passo importante per il benessere del bambino.
Un intervento tempestivo e mirato può aiutare il bambino a sviluppare risorse interne e a superare le difficoltà legate alla depressione materna. È importante ricordare che, nonostante i rischi associati, molti figli di madri depresse riescono comunque a sviluppare resilienza e non manifestano effetti negativi (Burke, 2003).
Prendersi cura di sé può essere il primo passo per prendersi cura degli altri
La depressione materna può avere un impatto profondo non solo sulla mamma, ma anche sul benessere e sul futuro dei suoi figli. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un atto di amore verso se stessi e verso chi ci sta accanto. Se senti di aver bisogno di supporto, oppure vuoi aiutare una persona cara a ritrovare serenità, Unobravo è qui per accompagnarti in questo percorso. Con il supporto di uno psicologo puoi lavorare per ritrovare equilibrio, forza e offrire ai tuoi figli un ambiente più sereno e sicuro. Non aspettare: inizia il questionario per trovare il tuo psicologo online e fai il primo passo verso il benessere tuo e della tua famiglia.









