Per molte persone la nascita di un figlio rappresenta un passaggio di vita caratterizzato da entusiasmo e emozioni positive. Tuttavia, non è sempre così semplice entrare nel ruolo di madre o di padre. Cosa succede quando le difficoltà di una madre si complicano al punto da sfociare nella violenza In questo articolo affronteremo un tema legato alla psicologia della maternità: la sindrome di Medea, ovvero l’infanticidio commesso da una madre. Parlando, senza tabù, delle variabili psicologiche che determinano questo terribile agito, possiamo partire dal considerare gli aspetti comunemente negativi della maternità:
- notti in bianco
- cambio di pannolini
- possibili coliche del neonato
- dentizione
- riorganizzazione degli spazi in casa, nell‘auto e delle giornate in funzione del neonato.
A questo elenco si aggiungono variabili come la condizione economica, lavorativa, affettiva e psichica della madre, oltre ai cambiamenti fisici che avvengono prima e dopo il parto. È importante inoltre considerare che i risultati di un questionario somministrato a 150 donne ricoverate in ostetricia e ginecologia evidenziano come il conflitto materno-fetale sia percepito come un tema rilevante nella realtà sociale attuale (Baldelli & Di Renzo, 2011). Tra gli aspetti da non sottovalutare nell’analisi della sindrome di Medea vi sono la necessità per la mamma di relazionarsi con il neonato, che comunica solo attraverso lo sguardo, i versi e il pianto, e quindi l’urgenza di imparare a decifrare cosa il bambino sta esprimendo; l’investimento di responsabilità e il carico di aspettative che si generano sia internamente alla donna sia da parte delle persone che la circondano; e infine il domandarsi se la gravidanza sia stata voluta o cercata, o meno.
Il tabù della mamma che uccide il proprio figlio
La definizione di una madre che uccide il figlio, in psicologia, è quella di sindrome di Medea o complesso di Medea. Ma chi è Medea? È uno dei più celebri personaggi della mitologia greca. La sua storia viene raccontata dal tragediografo Euripide, ma anche in epoche successive da altri autori, secondo diversi punti di vista e interpretazioni. La definizione di sindrome di Medea attinge proprio alla mitologia, con interpretazioni non necessariamente letterali, ma anche metaforiche.
Il mito di Medea
Medea ha origini divine e poteri magici. È innamorata di Giasone, che aiuta a conquistare il celebre Vello d’Oro con le sue arti magiche, e a cui dà due figli. Giasone, tornato a Corinto e spinto dalla sua ambizione di diventare re, accetta di sposare Glauce, la principessa della città.
Medea, ferita e abbandonata, prova a convincere Giasone a non lasciarla; il futuro re, però, rifiuta. Medea, accecata dalla gelosia, uccide Glauce con un abito avvelenato e, subito dopo, i figli avuti con Giasone, affinché egli non abbia alcuna discendenza.
La sindrome di Medea
La sindrome di Medea indica una condizione in cui la madre uccide, anche psicologicamente e non necessariamente fisicamente, il proprio figlio come atto di vendetta nei confronti dell’altro genitore. Questa sindrome rappresenta una reazione estremamente distruttiva che ha un impatto negativo rilevante sia sui bambini che sugli adulti coinvolti (Andreoli, 2010). L’interpretazione metaforica della sindrome viene coniata nel 1988 dallo psicologo Jacobs, il quale, portando su un piano figurato l’infanticidio, sostiene che la sindrome di Medea sia:
“il comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra padre e figli dopo le separazioni conflittuali.”
Cos’è la sindrome di Medea, dunque? Secondo la lettura di Jacobs, ha a che fare con l’alienazione genitoriale, definita dallo psichiatra Gardner come “un disturbo che insorge quasi esclusivamente nel contesto delle controversie per la custodia dei figli. In questo disturbo, un genitore (alienatore) attiva un programma di denigrazione contro l’altro genitore (genitore alienato).”
Si tratta quindi di fattori che vengono scatenati da una crisi di coppia portata alle estreme conseguenze, per cui il genitore strumentalizza il figlio per vendetta e in cui la triangolazione familiare e la rabbia cieca sono il sintomo di una difficoltà a elaborare ciò che sta avvenendo. Questo può anche provocare, talvolta, tragiche conseguenze come l’infanticidio, argomento di questo articolo.

Epidemiologia e dati sulla sindrome di Medea
La sindrome di Medea rappresenta una realtà complessa e difficile da quantificare con precisione, poiché spesso si intreccia con altri fenomeni come il figlicidio e l'alienazione genitoriale. Tuttavia, i dati disponibili aiutano a comprendere la portata del problema e a contestualizzare il fenomeno.
Secondo il dossier Eures del 2018, in Italia tra il 2000 e il 2017 sono stati registrati 447 casi di figlicidio, con una prevalenza di madri come autrici nei casi di bambini molto piccoli, soprattutto nei primi anni di vita. La letteratura internazionale evidenzia che i figlicidi su bambini sono commesso soprattutto dalle madri, mentre i padri sono responsabili di una percentuale maggiore nei casi di figli più grandi.
Tipologie di figlicidio e profili clinici nella sindrome di Medea
La letteratura scientifica distingue diverse tipologie di figlicidio che possono essere associate, in parte, alla sindrome di Medea. Secondo la classificazione proposta da Resnick (1970), le principali categorie sono:
- Figlicidio altruistico: la madre crede di salvare il figlio da una vita di sofferenza, spesso in presenza di gravi disturbi depressivi o psicotici.
- Figlicidio psicotico: l'atto è conseguenza di una perdita di contatto con la realtà, come nella psicosi puerperale.
- Figlicidio per vendetta (sindrome di Medea): la madre uccide il figlio per colpire l'altro genitore, spesso in un contesto di separazione conflittuale o di forte rabbia.
- Figlicidio accidentale: il decesso avviene in seguito a maltrattamenti o negligenza, senza un'intenzione omicida consapevole.
- Figlicidio non voluto: la morte del bambino è conseguenza di abusi o trascuratezza cronica.
Nel caso specifico della sindrome di Medea, il profilo clinico più frequente è quello di una madre che vive una profonda sofferenza emotiva, spesso aggravata da sentimenti di abbandono, gelosia o desiderio di punizione nei confronti del partner. In alcuni casi, sono presenti disturbi dell'umore, tratti di personalità borderline o narcisistica, oppure una storia di traumi infantili non elaborati. Tuttavia, non tutte le madri che compiono atti estremi presentano una diagnosi psichiatrica conclamata, sottolineando la complessità delle dinamiche psicologiche in gioco.
Perché una madre uccide il proprio figlio?
L’infanticidio non è determinato da una singola ragione, ma da un insieme di fattori che si intrecciano tra loro. Entrando nello specifico, tra le possibili cause della sindrome di Medea troviamo fattori:
- individuali: età, livello d’istruzione, capacità intellettive e cognitive, salute mentale e fisica, presenza o assenza di esperienze traumatiche, legame affettivo-emotivo o meno con il figlio.
- familiari: famiglia d’origine della donna, presenza di altri figli o gravidanze ravvicinate.
- situazionali: condizione economica-affettiva, tocofobia, gravidanza difficile o in cui c'è stata violenza ostetrica, temperamento o problematiche fisiche del neonato, depressione post parto o psicosi puerperale.
Inoltre, una madre può vivere una serie di micro lutti:
- il momento della nascita, perché con questo evento c'è il distacco definitivo a livello fisico con il bambino portato in grembo per nove mesi.
- il "sostituire" il bambino fantasticato durante la gravidanza con il bambino reale (quanta più idealizzazione la madre ha creato, tanto meno sarà in grado di accettare ciò).
- l'idealizzazione della maternità e l'immagine di sé come madre.
Sindrome di Medea: i sintomi
Tra i sintomi che si possono riscontrare nella sindrome di Medea, possono esserci:
- aggressività
- stato confusionale
- tendenze suicide
- impulsività
- conflitti di coppia
- senso di solitudine
- rabbia e frustrazione
Questo breve elenco di sintomi fa intuire che una condizione come il complesso di Medea abbia alla base la negazione o la mancata cura di una condizione psichica estremamente fragile, che deve essere ascoltata per permettere un intervento tempestivo che possa prevenire conseguenze gravi e irrimediabili.
Campanelli d’allarme e segnali precoci della sindrome di Medea
Riconoscere i campanelli d’allarme della sindrome di Medea può essere fondamentale per intervenire tempestivamente e prevenire conseguenze gravi. Alcuni segnali precoci, che possono manifestarsi anche in modo sottile, includono:
- Isolamento sociale: la madre tende a chiudersi in sé stessa, riducendo i contatti con amici e familiari.
- Espressioni di rabbia intensa verso il partner: la presenza di conflitti accesi, rancore o desiderio di vendetta nei confronti dell’altro genitore.
- Difficoltà a gestire le emozioni: crisi di pianto, irritabilità, sbalzi d’umore improvvisi e difficoltà a trovare sollievo.
- Pensieri intrusivi o ossessivi: idee ricorrenti di danneggiare sé stessa, il figlio o il partner, anche se non sempre esplicitate.
- Comportamenti di svalutazione del figlio: la madre può manifestare atteggiamenti di rifiuto, freddezza o denigrazione nei confronti del bambino, soprattutto dopo una separazione conflittuale.
È importante sottolineare che la presenza di uno o più di questi segnali non implica necessariamente un rischio imminente, ma rappresenta un invito a non sottovalutare il disagio e a valutare la possibilità di un confronto con professionisti della salute mentale. Un intervento precoce può contribuire a proteggere sia la madre che il bambino.
Madri che uccidono i figli: le statistiche
Le statistiche ci dicono che le morti per infanticidio non sono un dato da sottovalutare. Italia le statistiche che si leggono nel dossier di Eures, evidenziano che “i figlicidi sono stati in totale 68 – nel dettaglio 18 nel 2015, 25 nel 2016 e 25 nel 2017. Quindi, dal 2000 al 2017 nel nostro Paese 447 bambini sono morti per mano dei genitori o familiari”.
La donna infanticida
Negli anni Sessanta, la donna infanticida veniva descritta come priva di qualsiasi sentimento materno, una criminale indifferente quanto crudele, condannata dalla società senza nessuna intenzione di analizzare le sue difficoltà. La percezione della donna, fortunatamente, è cambiata nel tempo. Madri che uccidono. Dal dramma di Medea alla psicopatologia del quotidiano è il libro scritto dallo psichiatra Alessandro Meluzzi, che indaga proprio i temi dell’istinto materno e dell’interpretazione che la società fa di un tale efferato atto, partendo dal mito di Medea per arrivare ai casi di madri che uccidono i figli in Italia.
Nell’ambito della psichiatria e della psicologia restano oggetto di indagine le cause della sindrome di Medea: la percezione di estrema “trascuratezza emotiva” che la persona subisce, porta a un desiderio di vendetta che può avere tragiche conseguenze.
Di questo tema parla il libro Il complesso di Medea. Un istinto oscuro, scritto dallo psicologo e psicoterapeuta Luciano Masi, che indaga la sindrome di Medea, l’infanticidio e il figlicidio aprendo però, in conclusione, a una possibilità di recupero, emotivo e psicologico della donna.
Interrogativi e possibili risposte sulle madri che uccidono i figli
Come abbiamo visto, il significato della sindrome di Medea è complesso e legato a situazioni emotive e psichiche di fragilità, depressione, solitudine e senso di trascuratezza. Nel caso di madri assassine, viene naturale porsi alcune domande, a cui cercheremo qui di dare una breve risposta.
Qual è l'attaccamento sviluppato nell'infanzia da queste donne con la propria madre?
Una madre assassina, nella propria infanzia, potrebbe aver sviluppato uno stile di attaccamento insicuro o di tipo disorganizzato con i propri genitori (Barone et al., 2014). Tuttavia, questo non significa che una donna o una bambina con attaccamento insicuro sia o sarà una madre assassina del proprio bambino.
È importante tenere conto dell'influenza di variabili come ambiente, esperienze e vissuto emotivo. Quindi è plausibile che ci possa essere un maggior rischio con questo stile di attaccamento, ma questo da solo non comporta nulla.
Le mamme che uccidono i propri figli sono pazze?
Per una sorta di "sicurezza" collettiva e individuale, si è portati a sostenere che una madre che uccide il proprio figlio è sia pazza, profondamente deviante e diversa da tutti gli altri genitori. Affermare questo ha una valenza difensiva: significa che un evento così efferato è innanzitutto un caso limite ma, al contempo, può essere categorizzato e "giustificato" in maniera razionale dagli altri esseri umani. Allo stesso tempo, questa spiegazione appiattisce la complessità di un fenomeno multidimensionale, che va capito e dibattuto attraverso la ricerca, anziché categorizzato come lontano e impossibile.
Sulla sindrome di Medea si può fare prevenzione?
Spesso vi sono, in alcuni episodi tragici, campanelli d'allarme che vengono ignorati o sottovalutati. In alcuni casi di infanticidio si può tentare una previsione. Prevenire invece è difficile e complesso, ma non impossibile. Sarebbe importante non sottovalutare e anzi comprendere il disagio psichico che può portare a un infanticidio.
L’ascolto e lo sguardo empatico verso la madre
La maternità può essere un dono straordinario ma anche uno sconvolgimento ormonale, emotivo e fisico, oltre che un cambiamento radicale nella vita di una donna. Questo cambiamento avviene sia in relazione a se stessa che rispetto al partner e all'ambiente circostante, quindi è essenziale un supporto accogliente e specifico.
In alcuni casi, un supporto psicologico può davvero fare la differenza e aiutare la futura o neo mamma a gestire i cambiamenti che una gravidanza porta con sé. Sia che riguardi il rapporto di coppia che quello intimo con se stessa, rivolgersi a un professionista della salute mentale può aiutare a comprendere meglio alcuni aspetti della maternità e della genitorialità.
In fasi come queste, anche uno psicologo online può essere d’aiuto, perché consente alla persona di poter affrontare determinate problematiche dal comfort della propria casa, in totale riservatezza e con terapeuti altamente qualificati.
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