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La sindrome di Medea: cosa si nasconde dietro un infanticidio?

La sindrome di Medea: cosa si nasconde dietro un infanticidio?
La sindrome di Medea: cosa si nasconde dietro un infanticidio?logo-unobravo
Erika Marinucci
Redazione
Psicoterapeuta ad orientamento Cognitivo-Comportamentale Integrato
Unobravo
Pubblicato il
9.7.2022

Cosa c’è di più bello della nascita di un figlio? La risposta potrebbe sembrare scontata ma, in realtà, non è proprio così, o non del tutto. In questo articolo affronteremo un tema legato alla maternità: la sindrome di Medea, ovvero l’infanticidio commesso da una madre. Si può parlare di disturbo psicologico delle madri che uccidono i figli? Prendiamo in considerazione gli aspetti meno piacevoli della maternità, come ad esempio:

  • notti in bianco;
  • cambio di pannolini;
  • possibili coliche del neonato;
  • dentizione;
  • riorganizzazione degli spazi in casa, nell‘auto e delle giornate in funzione del neonato. 

A questo elenco parziale bisogna aggiungere la variabile della condizione economica, lavorativa, affettiva e psichica della madre e il cambiamento fisico prima e dopo il parto. Ultimi punti da non sottovalutare: 

  • la mamma deve relazionarsi con il neonato che non parla se non con lo sguardo, i versi e il pianto e quindi deve imparare a decifrare cosa il bambino gli sta comunicando
  • l’investimento di responsabilità e il carico di aspettative come madre, sia da parte della donna stessa che di chi le sta accanto
  • chiedersi se era una gravidanza voluta/cercata o no

Il tabù della mamma che uccide il proprio figlio 

Quello dei genitori che uccidono i propri figli è un tabù che difficilmente potrà essere sfatato, a maggior ragione se si tratta di una madre che uccide i figli. Questo perché ciò non è solo inaccettabile, ma addirittura impensabile. 

La definizione di una madre che uccide il figlio, in psicologia, è quella di sindrome di Medea o complesso di Medea. Ma chi è Medea? È uno dei più celebri personaggi della mitologia greca. La sua storia verrà raccontata dal grande tragediografo Euripide, ma anche in epoche successive da altri autori anche contemporanei, secondo diversi punti di vista e interpretazioni. La definizione di sindrome di Medea attinge proprio alla mitologia, con interpretazioni non necessariamente letterali, ma anche metaforiche.

Il mito di Medea

Medea ha origini divine e ha poteri magici. È innamorata di Giasone, a cui darà un grande aiuto per conquistare il celebre Vello d’Oro con le sue arti magiche, e a cui darà due figli. Giasone, tornato a Corinto e preda della sua sfrenata ambizione di diventare re, accetta di sposare Glauce, la principessa della città.

Medea, ferita e abbandonata, prova a convincere Giasone a non lasciarla; il futuro re, però, rifiuta. Medea, accecata dalla gelosia, uccide Glauce con un abito avvelenato e, subito dopo, i figli avuti con Giasone, affinché egli non abbia alcuna discendenza.

La sindrome di Medea 

La sindrome di Medea indica una condizione in cui la madre uccide, anche psicologicamente e non necessariamente fisicamente, il proprio figlio come atto di  vendetta nei confronti dell’altro genitore.
Questa interpretazione metaforica viene coniata nel 1988 dallo psicologo Jacobs il quale, portando su un piano figurato l’infanticidio, sostiene che la sindrome di Medea sia:

“il comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra padre e figli dopo le separazioni conflittuali.”

Cos’è la sindrome di Medea, dunque? Secondo la lettura di Jacobs ha a che fare con l’alienazione genitoriale, definita dallo psichiatra R. Gardner come “un disturbo che insorge quasi esclusivamente nel contesto delle controversie per la custodia dei figli. In questo disturbo, un genitore (alienatore) attiva un programma di denigrazione contro l’altro genitore (genitore alienato).”

Si tratta dunque di fattori che vengono scatenati da una crisi di coppia portata alle estreme conseguenze, per cui il genitore strumentalizza il figlio per vendetta e in cui la rabbia cieca è il sintomo di una difficoltà a elaborare ciò che sta avvenendo. Questo provoca talvolta tragiche conseguenze come l’infanticidio, argomento di questo articolo.

disturbo psicologico delle madri che uccidono i figli
Kat Smith - Pexels

Perché una madre uccide il proprio figlio?

L’infanticidio non è determinato da una singola ragione, ma più e tutte insieme lo causano. Entrando nello specifico, tra le possibili cause della sindrome di Medea troviamo fattori: 

  • individuali: età, livello d’istruzione, capacità intellettive e cognitive, salute mentale e fisica, presenza/assenza di esperienze traumatiche, legame affettivo-emotivo o no con il figlio.
  • familiari: famiglia d’origine della donna.
  • situazionali: condizione economica-affettiva, presenza di altri figli o gravidanze ravvicinate, tocofobia, gravidanza difficile, temperamento o problematiche fisiche del neonato, depressione post parto.

Inoltre, una madre vive una serie di micro lutti:

  • il momento della nascita, perché con questo evento c'è il distacco definitivo a livello fisico con il bambino portato in grembo per nove mesi.
  • il "sostituire" il bambino fantasticato durante la gravidanza con il bambino reale (quanta più idealizzazione la madre ha creato, tanto meno sarà in grado di accettare ciò).
  • l'idealizzazione della maternità e l'immagine di sé come madre.

Sindrome di Medea: i sintomi

Tra i sintomi che si possono riscontrare nella sindrome di Medea, possono esserci:

  • aggressività
  • stato confusionale
  • tendenze suicide
  • impulsività
  • conflitti di coppia
  • senso di solitudine
  • rabbia e frustrazione

Questo breve elenco di sintomi fa intuire che una condizione come il complesso di Medea abbia alla base la negazione o la mancata cura di una condizione psichica estremamente fragile, che deve essere ascoltata per permettere un intervento tempestivo che scongiuri conseguenze gravi e irrimediabili.  

Madri che uccidono i figli: le statistiche

Le statistiche ci dicono che sei bambini su dieci sono uccisi dalla madre. C'è anche da dire che molti decessi di bambini sono archiviati come accidentali o dovuti a cause naturali. Inoltre, vi sono centinaia di tentativi non riusciti. 

Pare che l’infanticidio, in Italia, raggiunga numeri allarmanti: nelle statistiche sull’infanticidio in Italia che si leggono nel dossier di Eures, si evidenzia che “i figlicidi sono stati in totale 68 – nel dettaglio 18 nel 2015, 25 nel 2016 e 25 nel 2017. Quindi, dal 2000 al 2017 nel nostro Paese 447 bambini sono morti per mano dei genitori o familiari”.

La donna infanticida 

Lo psichiatra Joseph C. Rheingold, nel suo testo del 1967 The mother, anxiety e death: the catastrophic death complex, scrive di "essere rimasto colpito dal numero  di donne che, quasi con indifferenza, ammettevano il loro desiderio di abusare, violentare, storpiare o uccidere il proprio  bambino. Non ho mai conosciuto un uomo con una tale animosità, sangue freddo, nei confronti dei bambini.”

Facendo un salto temporale all’indietro, la figura della donna è considerata inferiore e malvagia anche da Cesare Lombroso che, con il sociologo Guglielmo Ferrero scrisse  La donna delinquente, la prostituta e la criminale, spiegando così l'infanticidio e la sua correlazione con l’istinto materno: 

“Questa mancanza di sentimento materno diventa comprensibile se riflettiamo, da un lato, all’intervento delle caratteristiche maschili che impediscono alla criminale di essere più di una mezza donna, e dall’altro lato, a quel suo amore della dissipazione necessariamente antagonistico con i costanti sacrifici, richiesti ad una madre. Il suo senso materno è debole perché, psicologicamente e antropologicamente, essa appartiene più al sesso maschile che a quello femminile.”

La percezione della donna, fortunatamente, è cambiata nel tempo. Madri che uccidono. Dal dramma di Medea alla psicopatologia del quotidiano è il libro scritto dallo psichiatra Alessandro Meluzzi, che indaga proprio i temi dell’istinto materno e dell’interpretazione che la società fa di un tale efferato atto, partendo dal mito di Medea per arrivare ai casi di madri che uccidono i figli in Italia.

Nell’ambito della psichiatria e della psicologia restano oggetto di indagine le cause della sindrome di Medea: la percezione di estrema “trascuratezza emotiva” che la persona subisce, porta a un desiderio di vendetta che può avere tragiche conseguenze.

Di questo tema parla il libro Il complesso di Medea. Un istinto oscuro, scritto dallo psicologo e psicoterapeuta Luciano Masi, che indaga la sindrome di Medea, l’infanticidio e il figlicidio aprendo però, in conclusione, a una possibilità di recupero, emotivo e psicologico della donna.

Interrogativi e possibili risposte sulle madri che uccidono i figli

Come abbiamo visto, il significato della sindrome di Medea è complesso e legato a situazioni emotive e psichiche di fragilità, depressione, solitudine e senso di trascuratezza. Nel caso di madri assassine, viene naturale porsi alcune domande, a cui cercheremo qui di dare una breve risposta.

Qual è l'attaccamento sviluppato nell'infanzia da queste donne con la propria madre?

Una madre assassina, nella propria infanzia, probabilmente ha sviluppato uno stile di attaccamento insicuro o di tipo disorganizzato con la propria madre. Ciò però non significa che una donna o una bambina con attaccamento insicuro è o sarà una madre assassina del proprio bambino.

Questo perché bisogna tenere conto dell'influenza delle variabili quali ambiente, esperienze e vissuto emotivo. Quindi è plausibile che ci potrebbe essere un maggior rischio con questo stile di attaccamento, ma questo da solo non comporta nulla. 

In una madre che uccide il figlio c'è un attaccamento con il proprio bambino? Se sì, quale?

Alcuni studiosi ritengono che ci sia un attaccamento tra madre e bambino, ovviamente non sano, anche in caso di infanticidio. Una mamma, infatti, nel momento di uccidere il figlio, si arroga il diritto di vita o di morte  su di lui, perché dice "Io l'ho generato, io posso ucciderlo". 

Altri invece sostengono che non c'è assolutamente attaccamento, perché altrimenti entrerebbe in gioco l'istinto materno a " bloccare" il gesto mortale. Questa tesi, però, non tiene conto dei casi di madri con psicopatologie gravi o tossicodipendenze. In ogni caso, anche in assenza di psicopatologie o tossicodipendenze, una madre può decidere in maniera razionale di togliere la vita al figlio. 

Le mamme che uccidono i propri figli sono pazze?

Per una sorta di "sicurezza" collettiva e individuale, si è portati a sostenere che una madre uccide il proprio figlio è una madre che "non sta bene con la testa". Affermare questo significa che un evento così efferato è innanzitutto un caso limite ma, al contempo, può essere categorizzato e "giustificato" in maniera razionale e tollerabile. Purtroppo, però, ci sono tante cause che sono razionali e al contempo assurde. 

Sulla sindrome di Medea si può fare prevenzione?

Spesso vi sono, in alcuni episodi tragici, campanelli d'allarme che vengono ignorati o sottovalutati. In alcuni casi di infanticidio si può tentare una previsione. Prevenire invece è difficile e complesso, ma non impossibile. Sarebbe importante non sottovalutare e anzi comprendere il disagio psichico che può portare a un infanticidio.

È possibile il reinserimento sociale di una madre assassina? 

Questo è un processo molto delicato poiché la madre assassina, dopo aver scontato la pena, deve ritornare a rapportarsi con il mondo esterno al carcere. Per il tipo di delitto commesso sarà segnata a vita dalla società. Il reinserimento però è un aspetto estremamente importante, di cui avere cura e da non sottovalutare, e da svolgere con la supervisione di professionisti della salute mentale.

L’ascolto e lo sguardo empatico verso la madre 

La maternità può essere un dono straordinario ma anche uno sconvolgimento ormonale, emotivo e fisico, oltre che un cambiamento radicale nella vita di una donna. Questo cambiamento avviene sia in relazione a se stessa che rispetto al partner e all'ambiente circostante, quindi è essenziale un supporto accogliente e specifico. 

In alcuni casi, un supporto psicologico può davvero fare la differenza e aiutare la futura o neo mamma a gestire i cambiamenti che una gravidanza porta con sé. Sia che riguardi il rapporto di coppia che quello intimo con se stessa, rivolgersi a un professionista della salute mentale può aiutare a comprendere meglio alcuni aspetti della maternità e della genitorialità.

In fasi come queste, anche uno psicologo online può essere d’aiuto, perché consente alla persona di poter affrontare determinate problematiche dal comfort della propria casa, in totale riservatezza e con terapeuti altamente qualificati. 

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