La gravidanza, il parto e il periodo postnatale rappresentano momenti unici nella vita di una donna, caratterizzati da profondi cambiamenti fisici ed emotivi. Non sorprende, quindi, che durante la gestazione e dopo il parto il mondo interiore della persona possa essere attraversato da emozioni contrastanti.
Ma cosa accade quando, durante il parto o subito dopo, si verificano comportamenti abusanti, lesivi e irrispettosi? Quando si parla di violenza ostetrica? Ne discutiamo con Valeria Fiorenza Perris, psicoterapeuta e Clinical Director di Unobravo.
“La nascita – ci racconta Valeria Fiorenza Perris – è un evento con forti implicazioni emozionali, psicologiche e affettive sia per la madre che per il bambino. È fondamentale che, per ogni parto, venga garantito un livello adeguato di assistenza ostetrica e cure attente ai bisogni fisici e psicologici della mamma e del neonato.
Dare alla luce un figlio è un’esperienza unica e intensa. Proprio per questo, a nessuna madre dovrebbe essere negato il diritto di vivere un momento così importante secondo il proprio modo di essere e di sentire.”

Che cos’è la violenza ostetrica
La violenza ostetrica comprende pratiche assistenziali o interventi ostetrico-ginecologici effettuati senza indicazione clinica, senza consenso informato o con modalità lesive della dignità della persona, configurando un abuso sanitario o psicologico.
La ONG Save the Children afferma che la violenza ginecologica “si declina su tutto l’arco della vita femminile, ma assume una rilevanza particolare, per intensità e durata, nel cosiddetto percorso nascita, che comprende gravidanza, parto e puerperio.”
La Risoluzione n. 2306/2019, approvata dal Consiglio d’Europa, include la violenza ostetrica tra gli atti di violenza di genere, definendola “una forma di violenza rimasta nascosta per troppo tempo e ancora troppo spesso ignorata. Nell’intimità di un consulto medico o di un parto, alcune donne sono vittime di pratiche violente o che possono essere percepite come tali.
Si tratta di atti inidonei o non autorizzati, come episiotomie o palpazioni vaginali praticate senza consenso, pressioni sul fondo uterino oppure mancato ricorso all’anestesia per interventi dolorosi. Sono anche stati registrati comportamenti sessisti durante le visite mediche.”
Nella letteratura scientifica non esiste una definizione univoca di violenza ostetrica: gli studi utilizzano criteri diversi che includono abusi fisici, verbali, psicologici, mancanza di consenso informato o di rispetto della dignità. Questa variabilità metodologica influisce anche sulle stime di prevalenza riportate nelle ricerche internazionali.
Anche l’OMS si è espressa sul tema attraverso la dichiarazione La Prevenzione ed eliminazione dell’abuso e della mancanza di rispetto durante l’assistenza al parto presso le strutture ospedaliere, affermando:
“Abuso, negligenza o mancanza di rispetto durante il parto possono condurre alla violazione dei fondamentali diritti umani della donna. In particolare, le gestanti hanno il diritto a pari dignità, ad essere libere nel cercare, ricevere e rilasciare informazioni, ad essere libere dalla discriminazione, e ad usufruire del più alto standard raggiungibile di salute fisica e mentale, inclusa la salute sessuale e riproduttiva.”
Quando il parto diventa violenza?
Secondo le numerose storie ed esperienze raccolte da un’indagine Doxa commissionata dall’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia (OVOItalia), la violenza ostetrica in Italia è stata subita dal 21% delle madri sulla base di una stima su un campione rappresentativo di donne italiane intervistate.
A questi dati si aggiunge che il 41% delle donne ha percepito l’assistenza al parto come, per certi aspetti, lesiva della propria dignità e integrità psicofisica. In particolare, la principale esperienza negativa vissuta durante il parto è la pratica dell’episiotomia, subita da oltre la metà (54%) delle donne che hanno avuto un parto vaginale.
L’indagine ha inoltre approfondito la questione del consenso informato: il 61% delle donne che hanno subito un’episiotomia dichiara di non aver mai firmato alcun consenso.
L’abuso in sala parto
Dalle testimonianze raccolte sulla violenza ostetrica emerge, come sottolineato anche dall’OMS, che si tratta di un fenomeno in cui “le donne sono estremamente vulnerabili in particolare durante il parto”.
L’abuso in sala parto può manifestarsi attraverso diverse pratiche che ledono la dignità e il benessere della donna. Tra gli esempi di violenza ostetrica rientrano interventi eseguiti senza anestesia o senza consenso. Alcune pratiche, come l’episiotomia o la manovra di Kristeller, possono risultare dolorose o invasive se non clinicamente necessarie. L' episiotomia consiste in un’incisione praticata nella fase finale del parto per facilitare il passaggio del feto e che richiede punti di sutura e la manovra di Kristeller in una pressione manuale sul fondo dell’utero eseguita durante la fase di contrazione per favorire l’espulsione della testa del feto. La manovra di Kristeller è espressamente non raccomandata dall’OMS a causa dei potenziali rischi per la madre e il bambino. Uno studio condotto da Fraser et al. (2025) ha rilevato una prevalenza del 30,3% della manovra di Kristeller nel campione analizzato, a conferma del fatto che questa pratica, non raccomandata dall’OMS, viene ancora riportata in alcuni contesti sanitari .
Violenza ostetrica: le possibili conseguenze psicologiche
Alla luce di quanto detto finora, il sostegno della psicologia in gravidanza può essere di grande aiuto nei casi di violenza ostetrica o in tutte le situazioni in cui la donna senta il bisogno di supporto.
Tra i possibili problemi che una donna può dover affrontare in gravidanza c’è, ad esempio, la tocofobia o paura del parto, che può manifestarsi sia come conseguenza della violenza ostetrica, sia:
- in caso di precedenti esperienze traumatiche (come il trauma di perdere un figlio in gravidanza)
- nei casi in cui la futura mamma non abbia avuto supporto per imparare come prepararsi al parto e come affrontare il travaglio.
“La violenza ostetrica – spiega Valeria Fiorenza Perris – espone le donne a molteplici fattori di rischio. Un parto difficoltoso o traumatico può avere numerose conseguenze sulla salute psicofisica della madre, con ripercussioni anche sul benessere del bambino.
Aver subito violenza in un momento così unico, delicato e carico di aspettative può aumentare notevolmente la possibilità di sviluppare una depressione post partum o portare all’insorgenza di un disturbo post traumatico da stress. Per questo motivo, lo screening è molto importante: compilare un test sulla depressione post partum nelle settimane successive al parto può aiutare a individuare tempestivamente eventuali sintomi prima che si cronicizzino.
Potrebbero inoltre manifestarsi ansia, panico o comportamenti disfunzionali. Il trauma può aumentare il rischio di sintomi ansiosi, depressivi, disturbo ossessivo-compulsivo e può aggravare vulnerabilità psicologiche preesistenti.
È inoltre frequente che le donne vittime di episodi di violenza ostetrica provino sentimenti di rabbia, svalutazione e autocolpevolizzazione per aver subito senza poter tutelare i propri diritti e quelli del proprio bambino.
Nei casi più gravi, l’instabilità psichica ed emotiva causata dal trauma può persino influire sulla capacità della donna di prendersi cura del neonato e compromettere la creazione di una relazione empatica tra madre e figlio.
Infine, non è raro che nelle donne possa svilupparsi un senso di rifiuto verso la maternità, al punto da portare alcune a negarsi la possibilità di avere altri figli. Tutelare le madri significa, quindi, tutelare le nuove generazioni e il nostro futuro.”

Segnali che possono aiutare a riconoscere la violenza ostetrica
Riconoscere la violenza ostetrica può essere complesso, poiché molte pratiche sono state storicamente considerate "normali" o inevitabili. Tuttavia è importante prestare attenzione a segnali specifici che possono indicare situazioni di abuso o mancanza di rispetto durante il percorso nascita. Secondo la recente meta-analisi di Hakimi et al. (2025), una delle forme più riportate di violenza ostetrica è l’assistenza non consensuale, con una prevalenza aggregata intorno al 37%, sebbene le stime varino considerevolmente tra i diversi studi. . Tra i comportamenti e le pratiche che possono costituire violenza ostetrica rientrano: la mancanza di consenso informato, ovvero l’esecuzione di interventi medici senza aver spiegato alla persona le ragioni, i rischi e le alternative, o senza aver ottenuto il suo consenso esplicito; commenti umilianti o giudicanti, come frasi che sminuiscono, colpevolizzano o ridicolizzano la persona durante il travaglio o il parto, compromettendo la sua dignità; procedure dolorose senza anestesia, come manovre invasive o dolorose (ad esempio suture o episiotomie) eseguite senza un adeguato controllo del dolore; uso eccessivo o non necessario di pratiche mediche, come la manovra di Kristeller o l’episiotomia praticata di routine senza reale necessità clinica; negazione del diritto alla presenza di una persona di fiducia, cioè impedire alla persona di essere accompagnata da qualcuno scelto durante il parto senza motivazioni di sicurezza reale; imposizione di posizioni o comportamenti, obbligando la persona ad assumere determinate posizioni o a seguire ordini senza ascoltare le sue preferenze o il suo stato fisico; e infine, trattamento impersonale o freddo, che si manifesta nell’ignorare le richieste di aiuto, nel non rispondere alle domande o nel trattare la persona come un “caso” piuttosto che come un individuo. Essere consapevoli di questi segnali può aiutare le persone e le loro famiglie a riconoscere situazioni di rischio e a chiedere supporto tempestivamente.
Impatto a lungo termine della violenza ostetrica: dati e testimonianze
Le conseguenze della violenza ostetrica non si esauriscono nel momento del parto, ma possono lasciare, in alcuni casi, segni profondi e duraturi sulla salute mentale e sul benessere della donna.
Secondo uno studio pubblicato su BMJ Open nel 2021, le donne che hanno subito violenza ostetrica riportano un maggiore rischio di sviluppare sintomi post-traumatici, ansia e depressione post-partum rispetto a chi ha vissuto un parto rispettoso (Bohren et al., 2021).
Alcuni effetti a lungo termine possono includere:
- Difficoltà nella relazione con il neonato: il trauma può, in alcuni casi, ostacolare la creazione di un legame sereno e sicuro tra madre e bambino.
- Evitare future gravidanze: alcune donne riferiscono di temere una nuova esperienza di parto, arrivando a rinunciare a desideri di maternità.
- Persistenza di sintomi ansiosi o depressivi: la sofferenza psicologica può, in alcuni casi, protrarsi per mesi o anni, influenzando la qualità della vita e le relazioni familiari.
- Senso di colpa e vergogna: alcune donne si sentono responsabili per quanto accaduto, faticando a parlarne o a chiedere aiuto.
Una testimonianza raccolta nell'indagine LOVE-THEM (2018) esprime bene questo vissuto: "Mi sono sentita invisibile, come se il mio corpo non mi appartenesse più. Ancora oggi, a distanza di anni, il ricordo di quel momento mi provoca ansia e tristezza".
Dare voce a queste esperienze è fondamentale per riconoscere la gravità del fenomeno e promuovere un cambiamento culturale e istituzionale.
Leggi contro la violenza ostetrica
Sebbene l’OMS sottolinei la necessità di un maggiore supporto da parte dei governi e dei loro partner per sviluppare ulteriori ricerche e strumenti di tutela, in Italia non esiste una legge specifica sulla violenza ostetrica. Tuttavia, la tutela dei diritti della partoriente è garantita dalle normative sul consenso informato e sulla sicurezza delle cure (L. 219/2017 e L. 24/2017). Invece, specifiche leggi in materia sono presenti in:
- Argentina (Parto Humanizado – Ley nacional Nº 25.929)
- Venezuela (Ley Orgánica sobre el Derecho de las Mujeres a una vita libre de violencia)
- Puerto Rico (Ley Núm. 156 del año 2006).
In Italia, nel 2016 è stata depositata una proposta di legge successivamente non approvata, con l’obiettivo, tra gli altri, di:
- “promuovere il rispetto dei diritti fondamentali e della dignità personale della partoriente e del neonato
- promuovere un’appropriata assistenza alla nascita assicurando la tutela dei diritti fondamentali della partoriente e del neonato, in quanto presupposti necessari per la salvaguardia della salute materno-neonatale
- individuare i livelli dell’assistenza ospedaliera che devono essere garantiti alla madre e al bambino
- promuovere un’assistenza ostetrica appropriata al parto fisiologico e al puerperio”.
Alla proposta di legge è seguita l’iniziativa #Bastatacere: le mamme hanno voce che ha dato il via, tra le altre cose, all’indagine LOVE-THEM (Listening to Obstetric Violence Experiences THrough Enunciations and Measurement), raccogliendo numerose testimonianze di violenza ostetrica subita dalle donne italiane e contribuendo al lavoro di sensibilizzazione di OVOItalia.
Come tutelarsi in caso di violenze ostetriche
Come denunciare una violenza ostetrica o un abuso subito in fase di pre-parto, parto e post parto? Valeria Fiorenza Perris, psicoterapeuta e Clinical Director di Unobravo, sottolinea:
"Il primo passo per eliminare questa forma di violenza è far sì che le donne acquisiscano maggiore consapevolezza dei propri diritti e che siano messe nelle condizioni di riconoscere i campanelli d’allarme di questo fenomeno e, soprattutto, non abbiano timore di far sentire la propria voce e denunciare, qualora necessario.”
La denuncia per violenza ostetrica può essere effettuata rivolgendosi innanzitutto alla direzione dell’ospedale e, se si intende procedere per vie penali, alle forze dell’ordine.
Dopo la tragica morte del bimbo avvenuta a Roma nel gennaio 2023 e di cui abbiamo parlato con Valeria Fiorenza Perris in un articolo dedicato, è stata lanciata una petizione per dire stop alla violenza ostetrica promossa da MamaChat.

Consigli per una maternità consapevole
Sebbene gli episodi di violenza ostetrica siano purtroppo ancora frequenti, è possibile mettere in atto alcune azioni per tutelare il proprio benessere psicofisico.
“Diventare madri – ci dice Valeria Fiorenza Perris – è un’esperienza unica e straordinaria. Insieme alla gioia, possono però emergere anche incertezze, dubbi e paure. Per vivere al meglio la maternità è importante, per prima cosa, informarsi e prepararsi adeguatamente.
In questo senso, i corsi preparto rappresentano una risorsa preziosa. È inoltre fondamentale che ogni neomamma possa contare su una solida rete di sostegno, composta da partner e familiari, ma anche dal personale sanitario coinvolto nel percorso nascita, come ginecologi, ostetriche, consulenti dell’allattamento e pediatri. La meta-analisi di Hakimi et al. (2025) suggerisce che l’assistenza continua di un’ostetrica qualificata possa associarsi a una minore probabilità di episodi di violenza ostetrica (OR 0,4), pur con alcune differenze tra i diversi studi inclusi. . Tutte queste figure hanno il compito non solo di aiutare nella gestione dei bisogni fisici della madre e del bambino, ma anche di accoglierla, ascoltarla e comprenderla.
Per vivere con maggiore consapevolezza la maternità e i cambiamenti fisici ed emotivi che comporta, può essere molto utile rivolgersi a un professionista della salute mentale perinatale. Oltre ad accompagnare la madre dalla gravidanza ai primi mesi di vita del bambino, il terapeuta può avere un ruolo cruciale in caso di violenza ostetrica.
Sapere di non essere sola e poter contare sul supporto di un esperto può aiutare la neomamma a elaborare l’esperienza e gli eventuali traumi, permettendole di abbracciare e vivere appieno, con gioia e consapevolezza, il viaggio della maternità.”
Per promuovere e tutelare il benessere di mamma e bambino durante tutto il percorso nascita si può svolgere anche un percorso di psicoterapia online, che potrà sostenere sia la donna che la famiglia attraverso questa esperienza unica e delicata.
Panoramica internazionale: dati e confronti sulla violenza ostetrica
La violenza ostetrica rappresenta un fenomeno globale che colpisce sia paesi ad alto reddito sia quelli a risorse limitate, Una meta-analisi globale condotta da Hakimi et al. (2025) ha stimato una prevalenza complessiva intorno al 59%, pur evidenziando un’elevata eterogeneità tra i diversi contesti sanitari esaminati . Tuttavia, la sua incidenza e le modalità con cui si manifesta possono variare sensibilmente da un contesto all’altro. Secondo una revisione sistematica pubblicata su The Lancet nel 2019 (Bohren et al.), la percentuale di donne che riferisce di aver subito almeno una forma di abuso, mancanza di rispetto o trattamento non dignitoso durante il parto varia dal 20% al 42% nei diversi paesi analizzati. In alcuni contesti, la percentuale può essere ancora più elevata, soprattutto dove mancano linee guida chiare e formazione specifica per il personale sanitario. In Italia, come già riportato, l’indagine Doxa-OVOItalia ha stimato che il 21% delle donne ha subito violenza ostetrica, mentre in Spagna una ricerca del 2020 pubblicata su Women and Birth ha rilevato che il 38% delle donne intervistate ha vissuto esperienze simili. Questi dati evidenziano come la violenza ostetrica sia un problema trasversale, che richiede risposte coordinate a livello internazionale e locale, sia in termini di prevenzione che di tutela dei diritti delle persone che partoriscono.
Strategie pratiche per affrontare la violenza ostetrica
Affrontare la violenza ostetrica può essere un percorso complesso, ma esistono strategie concrete che possono aiutare le donne a tutelarsi e a prendersi cura del proprio benessere psicologico.
- Documentare l'esperienza: annotare dettagli, date, nomi e descrizioni delle pratiche subite può essere utile sia per elaborare quanto accaduto che per eventuali segnalazioni o denunce.
- Cercare supporto psicologico: rivolgersi a uno psicologo esperto in traumi perinatali può aiutare a elaborare l'esperienza e a ridurre il rischio di conseguenze a lungo termine.
- Condividere la propria storia: parlare con altre donne che hanno vissuto esperienze simili, attraverso gruppi di auto-aiuto o associazioni, può favorire la consapevolezza e il senso di non essere sole.
- Richiedere chiarimenti e informazioni: non esitare a chiedere spiegazioni al personale sanitario su ogni procedura proposta o eseguita, esercitando il diritto all'informazione e al consenso.
- Rivolgersi a enti e associazioni: in caso di necessità, è possibile contattare associazioni che si occupano di tutela dei diritti delle donne in ambito ostetrico, che possono offrire orientamento legale e psicologico.
Ricordare che ogni donna ha diritto a un parto rispettoso e sicuro è il primo passo per promuovere un cambiamento culturale e proteggere la salute di tutte le madri.





