La violenza psicologica sulle donne: intervista a Valeria Fiorenza Perris

La violenza psicologica sulle donne: intervista a Valeria Fiorenza Perris
La violenza psicologica sulle donne: intervista a Valeria Fiorenza Perrislogo-unobravo
Redazione
Unobravo
Pubblicato il
28.10.2022

In occasione della celebrazione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, abbiamo intervistato Valeria Fiorenza Perris, Supervisore clinico di Unobravo e psicoterapeuta.

Cos’è la violenza psicologica

L’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) definisce la violenza psicologica come

“Qualsiasi atto o comportamento che arreca danno psicologico al partner o ex partner. La violenza psicologica può assumere la forma, tra l'altro, di coercizione, diffamazione, un insulto verbale o una molestia.”

Secondo i dati Istat sulle chiamate al numero antiviolenza 1522 “considerando tutte le forme di violenza subite, quella psicologica è la più frequente.”. Insieme a Valeria Fiorenza Perris risponderemo ad alcuni interrogativi sulla violenza psicologica sulle donne e cercheremo di capire come la psicologia, (svolta anche online) può essere d’aiuto. 

Ci sono dei segnali per capire se una donna sta subendo violenza psicologica? 

“Cogliere i segnali può essere complesso: chi è vittima di violenza, spesso, cerca di nasconderlo all’esterno. Anzi, un segnale potrebbe proprio essere la tendenza ad isolarsi, ad evitare situazioni sociali che potrebbero dar luogo a successive liti con il partner. 

L’isolamento è tra i fattori di rischio più pericolosi proprio perché priva chi subisce violenza della possibilità di confrontarsi con chi tiene a loro e, soprattutto, di sentire l’appoggio e il supporto di una rete di sostegno.” 

È proprio il senso di solitudine che, spesso, cristallizza situazioni di abuso fisico e psicologico, poiché chi lo subisce sente di non avere altra scelta.
violenza psicologica sulla donna segnali
Hadi Slash - Pexels

Quali sono i tipi di violenza psicologica più diffusi?

“La violenza psicologica è spesso meno visibile di quella fisica ma ugualmente nociva e pericolosa. Può includere minacce, svalutazioni, insulti. Chi fa violenza psicologica può tentare di isolare il partner dai propri affetti o di limitare la sua libertà. 

Tutti comportamenti volti ad innescare dinamiche di controllo e ad affermare il proprio potere sull’altro.”

Cos’è il ciclo della violenza e quali sono i fattori di rischio?

“La psicologa Lenore Walker ha individuato tre fasi del ciclo della violenza che si ripetono con ritmi variabili.

Nella prima fase, detta crescita della tensione, chi è vittima di violenza cerca di limitare il proprio comportamento per non innescare l’escalation. Crede di poter gestire la situazione evitando lo scontro.

La seconda fase è l’esplosione della violenza vera e propria. Durante l’aggressione la paura prende il sopravvento e ci si sente completamente inermi.

La terza fase è quella del pentimento, della riconciliazione e della calma. È la fase subito successiva, in cui chi ha agito violenza si dice pentito, si scusa, promette che le cose cambieranno e tenta di attribuire la causa di quanto accaduto a fattori esterni, di fatto deresponsabilizzandosi. 

È una fase delicata in cui la vittima può sviluppare sensi di colpa ma, soprattutto, si illude che tutto sia tornato alla normalità e che quella sia stata davvero l’ultima volta.” 

Spesso serve tempo per comprendere che ci si trova al centro di una dinamica che si ripete, di uno schema che va interrotto entro una cornice di sicurezza e di supporto emotivo e fattivo.
violenza sulla donna
Anete Lusina - Pexels

Possiamo tracciare un profilo psicologico di chi perpetra violenza sulla donna?

“Partiamo dal presupposto che ognuno ha la sua storia, unica e irripetibile. Questo è vero tanto per le vittime di violenza quanto per chi la perpetra. Potremmo tentare di attribuire questi comportamenti aggressivi e tesi al controllo dell’altro ad una particolare organizzazione di personalità o alla presenza di uno specifico disturbo diagnosticabile. 

Quello che credo è che gli stereotipi legati al maschile, la tendenza a privilegiare l’idea che un uomo per essere riconosciuto come tale debba essere forte, aggressivo, dominante, pronto a imporre se stesso e il proprio potere mettendo da parte ogni fragilità, empatia, paura, siano il vero nemico da sconfiggere.” 

Quello che serve è un cambiamento culturale profondo che liberi gli uomini da questi retaggi, causa di sofferenza per tutti.

Come può essere d’aiuto la psicologia sia per l’aggressore che per la vittima?

“Un percorso psicologico ci consente di rimaneggiare le nostre storie, di mettere a fuoco i nostri bisogni, i nostri timori, le dinamiche personali e relazionali che ci fanno soffrire. 

Far luce su noi stessi ci permetterà di capire cosa vogliamo davvero per noi stessi, ci permetterà di sentirci più forti, di credere nelle nostre possibilità al punto di fare scelte che mai avremmo pensato di poter fare.” 

Il potere trasformativo della terapia psicologica è la vera rivoluzione, di cui noi siamo protagonisti.

Cosa può fare una donna vittima di violenza psicologica? 

“La cosa più importante è mantenere un contatto con il mondo esterno: il peggior alleato della violenza è la solitudine

In secondo luogo non dobbiamo temere di farci delle domande: spesso chi subisce violenza tende a nascondere il proprio dolore anche a se stessa, allontana i pensieri, la paura, l’angoscia. Quasi come se non pensandoci, il problema smettesse di esistere. 

Farci le giuste domande significa metterci al centro, prestare attenzione a quello che proviamo

Le nostre emozioni non devono farci paura, sono le nostre alleate migliori. 

Sono il punto di partenza, il motore che ci spingerà ad aprirci, a raccontarci, a cercare un aiuto competente ed, eventualmente, a innescare cambiamento quando saremo pronte, non un attimo prima.”

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Anna Shvets - Pexels

Come aiutare una donna vittima di violenza psicologica?

“Sospendendo ogni forma di giudizio, avendo cura della sua paura. Da fuori può essere facile analizzare le cose, cogliere il pericolo. 

L’istinto di chi guarda dall’esterno è fornire aiuto immediato, è tentare di porre fine alla relazione violenta incoraggiando la vittima a sottrarsene quanto prima. Purtroppo spesso questo approccio risulta fallimentare e finisce per generare frustrazione nella persona che ha offerto il suo aiuto che, di frequente, la induce a sentirsi impotente e quindi ad allontanarsi. 

Spesso le vittime di violenza hanno bisogno di tempo, sia per rendersi conto di quanto accade nella loro vita, sia per trovare il coraggio di agire. Proviamo ad esserci, dobbiamo essere lì, un punto fermo pronto ad intervenire al momento giusto. 

Qualora dovessimo avere la sensazione che la situazione sia troppo complessa da gestire, possiamo contattare il numero Antiviolenza e stalking 1522 o le Forze dell’ordine, o rivolgerci a uno dei numerosi sportelli antiviolenza diffusi in tutto il territorio nazionale.”

Spesso l’aiuto migliore è semplicemente indirizzare chi è in difficoltà dove potrà ricevere un sostegno competente.

Quali possono essere gli strumenti per lottare contro la violenza di genere?

“Serve un cambiamento culturale che incoraggi l’espressione emotiva e il rispetto dell’individualità dell’altro. Va incoraggiata l’idea che all’interno di una relazione di coppia è essenziale sostenersi a vicenda, supportare la crescita e l’espressione dell’altro al di là degli stereotipi. 

La rigidità dei ruoli, la squalificazione, il controllo, la necessità di imporre il proprio potere sull’altro sono dinamiche che inficiano la solidità della coppia e il benessere proprio e del partner.

L’educazione sentimentale si costruisce con l’esempio. Ognuno di noi ha la responsabilità di impegnarsi in prima persona affinché possa verificarsi questa trasformazione, affinchè le relazioni siano un microcosmo entro il quale sentirsi al sicuro, liberi di essere sé stessi.”

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