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Il ciclo della violenza nella coppia

Il ciclo della violenza nella coppia
Martina De Pace
Redazione
Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
27.1.2026
Il ciclo della violenza nella coppia
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La violenza all’interno della coppia è un fenomeno molto diffuso e riguarda tutte le classi socio-culturali ed economiche, senza distinzioni di età, credo religioso o razza. Spesso inizia con episodi occasionali che, soprattutto nelle prime fasi della relazione, possono essere sottovalutati o non riconosciuti come segnali di pericolo.

Riconoscere invece i segnali iniziali può essere fondamentale per interrompere la spirale prima che diventi un “labirinto” da cui può essere difficile uscirne. In questo articolo ci concentreremo sul ciclo della violenza in tutte le sue sfaccettature.

La spirale della violenza: cos'è

La spirale della violenza è un modello sviluppato per spiegare la complessità e la coesistenza della violenza nel contesto delle relazioni interpersonali. In una relazione, il ciclo della violenza si riferisce ad abusi ripetuti e pericolosi che seguono uno schema tipico, indipendentemente da quando si verificano o da chi sia coinvolto.

La spirale, o ciclo, si ripete: ogni volta il livello di violenza può aumentare. In ogni fase del ciclo della violenza, l’aggressore può lavorare per controllare e isolare ulteriormente la persona vittima. Ne sono un esempio le molestie subite dalle persone LGBTQ+ vittime di omofobia, bifobia e transfobia, oppure il comportamento del manipolatore affettivo. Comprendere questo modello è fondamentale anche per fermare il ciclo della violenza nella coppia, che si manifesta ai danni soprattutto delle donne.

Le diverse forme della violenza

Le forme di violenza possono essere diverse e spesso presentarsi insieme:

  • Violenza fisica: ogni lesione fisica, anche in forma lieve, che può, purtroppo, sfociare anche in atti delittuosi. La violenza fisica perpetrata all’interno delle mura domestiche, ad esempio, è tra le principali cause del femminicidio.
  • Violenza psicologica: ogni forma di comportamento volta a ledere l’identità e il rispetto della persona. La violenza psicologica nella coppia fa riferimento a una specifica forma di violenza domestica, in cui uno dei due partner è vittima di comportamenti e atteggiamenti molesti da parte dell’altro, con lo scopo di possederne il controllo, come nel gaslighting.
  • Violenza sessuale: qualsiasi atto carnale non desiderato, al quale non è stato dato o non è stato possibile dare il consenso sessuale.
  • Violenza economica: ogni azione rivolta a controllare o limitare l’autonomia economica.
  • Stalking: un insieme di comportamenti persecutori ripetuti, intrusivi e indesiderati. Aggressività e violenza sono spesso alla base di questi atteggiamenti.

Le donne che subiscono una spirale di violenza e vivono in una relazione di maltrattamento possono provare paura, sentirsi intrappolate e senza via d’uscita, sperimentando un profondo isolamento. Spesso si chiedono come siano arrivate a sentirsi così e, dalle loro storie, emerge che alcuni atteggiamenti erano presenti fin dall’inizio.

Inizialmente si tratta di avvenimenti sporadici, che diventano via via più frequenti. Ma perché può essere così difficile interrompere una relazione maltrattante?

Il principio della rana bollita

Il principio della rana bollita del filosofo americano Noam Chomsky è utile per comprendere il concetto di accettazione passiva. La storia della rana bollita è la seguente: una rana che nuota tranquillamente in una pentola colma di acqua fredda. Il fuoco sotto la pentola viene acceso e la temperatura dell’acqua aumenta lentamente, quasi impercettibilmente. All’inizio l’acqua diventa tiepida e la rana la percepisce come piacevole, continuando a nuotare senza allarmarsi.

Con il passare del tempo, l’acqua si scalda sempre di più. Il calore comincia a risultare fastidioso, ma l’aumento è così graduale da non attivare una reazione immediata. La rana si affatica, si indebolisce, si abitua. Quando l’acqua diventa ormai insopportabile, non ha più le energie necessarie per saltare fuori. Rimane lì, fino a soccombere.

La teoria della rana bollita di Chomsky, conosciuta anche come strategia della gradualità, ci fa capire che quando un cambiamento avviene in maniera graduale, può sfuggire alla coscienza e non suscitare quindi alcuna reazione o opposizione. Se l’acqua fosse già stata bollente la rana non sarebbe mai entrata nel pentolone o, se fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50°, avrebbe dato un forte colpo di zampa e sarebbe balzata fuori.

Denis Trushtin - Pexels

Teoria del ciclo della violenza e fasi

‍La situazione descritta dalla metafora della rana bollita aiuta a comprendere, in modo intuitivo, perché molte donne faticano ad uscire da un amore violento.. Non si tratta di una mancanza di volontà o di consapevolezza, ma di un processo graduale di assuefazione, adattamento e progressiva riduzione delle possibilità percepite di scelta.

Per comprendere più a fondo queste dinamiche, è utile fare riferimento alla teoria del ciclo della violenza, elaborata dalla psicologa Lenore E. Walker nel 1979. Questo modello descrive il funzionamento ricorrente delle relazioni caratterizzate da violenza domestica e maltrattamento, evidenziando come la violenza non sia un evento isolato, ma un processo ciclico.

Secondo Walker, il ciclo della violenza si articola in tre fasi principali, che tendono a ripetersi ciclicamente:

  1. Costruzione della tensione
  2. Maltrattamento (o esplosione della violenza)
  3. Luna di miele

Fase di costruzione della tensione‍

È la prima delle tre fasi della teoria del ciclo della violenza. In questa fase la violenza raramente si manifesta in modo diretto o esplicito; più spesso assume la forma di parole, atteggiamenti e comportamenti che esprimono ostilità crescente. Tra le modalità più frequenti si osservano:

  • controllo e sorveglianza
  • isolamento progressivo dalla rete sociale
  • umiliazioni e svalutazioni
  • minacce, esplicite o implicite, di ricorrere alla violenza fisica

Durante la fase di costruzione della tensione, il partner violento appare sempre più irritabile, nervoso e imprevedibile, con una ridotta capacità a gestire la rabbia. In questo clima, la persona maltrattata può vivere una costante sensazione di allerta, come se stesse “camminando sui gusci d’uovo”, nel tentativo di evitare un’escalation.

Di fronte al distacco emotivo e all’ostilità del partner, può emergere una forte paura dell’abbandono. Per scongiurare una crisi di coppia o un’esplosione violenta, la donna può progressivamente adattare il proprio comportamento: evita il confronto, minimizza i propri bisogni e tende ad assecondare il partner. Questi comportamenti non rappresentano una scelta passiva, ma tentativi di protezione e sopravvivenza all’interno di un contesto percepito come pericoloso.

Fase di maltrattamento

Alla fase di costruzione della tensione segue quella dell’esplosione della violenza, che rappresenta il momento più acuto e pericoloso del ciclo. In questa fase la violenza viene agita in modo esplicito e può assumere diverse forme: fisica, psicologica, sessuale ed economica.

Spesso si tratta di una violenza progressiva, che può iniziare con episodi apparentemente “minori”, come spintoni, schiaffi o minacce, per poi intensificarsi nel tempo e degenerare in forme di abuso sempre più gravi, fino alla violenza sessuale e, nei casi estremi, al femminicidio.

Questa seconda fase del ciclo è caratterizzata da una perdita di controllo da parte del partner e dall’attuazione concreta dell’abuso. La durata può variare da pochi minuti a diverse ore e lascia conseguenze profonde, sia sul piano fisico che psicologico, aumentando il senso di paura, impotenza e sottomissione nella persona maltrattata.

Fase della “luna di miele”

Dopo l’esplosione della violenza, la tensione sembra attenuarsi e gli episodi di abuso si interrompono temporaneamente. In questa fase compaiono comportamenti di riparazione, seduzione e scuse: il partner violento può mostrarsi affettuoso, premuroso e pentito, promettendo cambiamenti e assumendo atteggiamenti rassicuranti. Non sono rare anche minacce di suicidio o dichiarazioni di dipendenza emotiva, che aumentano il senso di responsabilità e colpa nella persona maltrattata.

Parallelamente, si osserva spesso uno scarico della responsabilità: la violenza viene attribuita a fattori esterni, come stress lavorativo, difficoltà economiche o problemi personali, oppure al comportamento della partner. Questo meccanismo contribuisce a confondere la vittima e a riattivare la speranza che l’episodio violento sia stato un evento isolato e non destinato a ripetersi.

Questa terza fase riporta la relazione a una condizione apparentemente “normale”, favorendo la prosecuzione del legame e la ripetizione del ciclo della violenza. Nei primi episodi, la fase di pentimento tende a essere più lunga; con il tempo, però, la sua durata si riduce progressivamente. Le fasi del ciclo si susseguono così in modo sempre più rapido, intenso e frequente, mentre le modalità della violenza possono trasformarsi e aggravarsi.

Anete Lusina - Pexels

Approfondimento sulle fasi: esempi concreti e meccanismi psicologici

Per comprendere a fondo il ciclo della violenza, è utile osservare come ciascuna fase si manifesti nella vita quotidiana e quali meccanismi psicologici siano coinvolti.

  • Fase di costruzione della tensione: in questa fase, la persona vittima può percepire segnali come battute umilianti, silenzi punitivi o controlli insistenti. Spesso si innesca un senso di colpa o la convinzione di poter "prevenire" la violenza adattando il proprio comportamento. Questo porta a una progressiva perdita di autostima e autonomia.
  • Fase di maltrattamento: qui la violenza diventa esplicita. Può trattarsi di aggressioni verbali, minacce, danneggiamento di oggetti o veri e propri atti fisici. La vittima può provare paura intensa, vergogna e confusione, spesso accompagnate da una sensazione di "anestesia emotiva" che rende difficile reagire o chiedere aiuto.
  • Fase della luna di miele: dopo l'esplosione della violenza, l'aggressore può mostrare pentimento, fare promesse di cambiamento o gesti affettuosi. Questo genera nella vittima speranza e sollievo, ma anche un senso di dipendenza emotiva. Il ciclo si rafforza perché la persona che subisce tende a minimizzare l'accaduto, attribuendo la colpa a fattori esterni o a se stessa.

Questi meccanismi sono spesso sostenuti da strategie di manipolazione emotiva (come il gaslighting) e dalla progressiva interiorizzazione dell'idea di non poter cambiare la situazione, tipica dell'impotenza appresa. Riconoscere questi segnali può essere fondamentale per contribuire a interrompere il ciclo prima che si cronicizzi.

Le teorie di Lenore Walker: citazioni e riferimenti

La psicologa statunitense Lenore E. Walker ha descritto per la prima volta il ciclo della violenza nel volume The Battered Woman (1979), offrendo un contributo fondamentale alla comprensione della violenza domestica. Walker evidenzia come l’alternanza ricorrente delle tre fasi — costruzione della tensione, maltrattamento e luna di miele — generi una dinamica circolare che tende a mantenere la relazione abusante nel tempo.

Secondo Walker, la ripetizione del ciclo non solo rafforza il controllo esercitato dall’aggressore, ma incide profondamente sul funzionamento psicologico della vittima. Con il susseguirsi degli episodi violenti, infatti, si riducono progressivamente la capacità di valutare il pericolo, di riconoscere la gravità della situazione e di attivare richieste di aiuto efficaci (Walker, 1979).

Nel volume successivo The Battered Woman Syndrome (1983), Walker approfondisce ulteriormente questi meccanismi introducendo il concetto di impotenza appresa (learned helplessness). La reiterazione della violenza e l’inefficacia percepita dei tentativi di difesa o di fuga conducono la vittima a sviluppare un senso crescente di impotenza, sfiducia nelle proprie risorse e convinzione di non poter modificare la propria condizione.

Le teorie di Walker rappresentano ancora oggi un riferimento centrale nello studio della violenza di coppia. Pur essendo state nel tempo integrate e rilette alla luce di modelli più recenti, hanno contribuito in modo decisivo allo sviluppo di interventi clinici, programmi di prevenzione e politiche di tutela delle vittime, offrendo una cornice interpretativa che mette in luce la complessità psicologica delle relazioni violente.

Modelli teorici aggiuntivi: il contributo della psicodinamica

Accanto al modello di Walker, alcune letture psicodinamiche offrono ulteriori chiavi di comprensione dei legami che si instaurano all’interno delle relazioni violente. Il pensiero di Melanie Klein puo’ fornire concetti utili per interpretare la dimensione affettiva profonda che può contribuire al mantenimento di tali relazioni.

Nella teoria kleiniana, le relazioni oggettuali precoci sono caratterizzate da forti ambivalenze emotive, in cui amore e paura della perdita, desiderio di vicinanza e angoscia di abbandono possono coesistere. In questo quadro, il legame con l’altro può assumere una funzione di regolazione emotiva primaria, rendendo particolarmente difficile la separazione, anche quando la relazione è fonte di sofferenza.

Applicando questa chiave di lettura alle relazioni violente, si può ipotizzare che la persona maltrattata sviluppi un attaccamento ambivalente verso il partner: da un lato il bisogno di essere amata e riconosciuta, dall’altro la paura di perdere l’oggetto affettivo e di affrontare il vuoto che la separazione comporterebbe. Questa oscillazione emotiva può contribuire a mantenere il legame, soprattutto quando la fase della “luna di miele” riattiva fantasie di riparazione e di relazione idealizzata.

In questa prospettiva, la difficoltà a interrompere la relazione non è riconducibile a una scelta irrazionale o a una passività della vittima, ma a un blocco emotivo profondo, in cui il partner violento rappresenta contemporaneamente fonte di dolore e oggetto di attaccamento. L’alternanza tra speranza e delusione, tra paura e bisogno di legame, rende complessa l’immaginazione di un’alternativa relazionale possibile.

L’impotenza appresa

Oltre alla formulazione del ciclo della violenza, Lenore E. Walker ha introdotto, nel volume The Battered Woman Syndrome (1984), il concetto di impotenza appresa (learned helplessness), riprendendo e adattando all’ambito clinico il paradigma elaborato da Martin Seligman a partire dagli anni Settanta.

Negli studi sperimentali sulla depressione, Seligman osservò che animali esposti ripetutamente a stimoli dolorosi incontrollabili — come scariche elettriche inevitabili — sviluppavano progressivamente comportamenti di passività, apatia e rinuncia all’azione. Gli animali “apprendevano” che qualunque tentativo di risposta risultava inefficace. Un dato particolarmente significativo emerso da questi studi è che, anche quando la via di fuga veniva successivamente resa disponibile, molti soggetti non tentavano di scappare e mostravano resistenza se spinti verso l’uscita.

Walker ha utilizzato questo paradigma per comprendere e descrivere il vissuto psicologico di molte donne vittime di violenza nelle relazioni intime. In contesti caratterizzati da minacce ripetute, imprevedibilità e perdita di controllo, la persona maltrattata può sviluppare un profondo senso di paralisi psicologica ed emotiva. Non si tratta di rassegnazione consapevole, ma di una risposta adattiva a una condizione percepita come ineluttabile.

La donna che vive una relazione abusante può trovarsi in uno stato di allerta costante, orientata a prevenire o anticipare l’“esplosione” della violenza, in modo analogo all’animale che attende la scarica elettrica improvvisa. Con il tempo, questa condizione conduce a un progressivo ritiro, all’isolamento sociale e alla riduzione delle risposte di autodifesa, rafforzando ulteriormente il legame di dipendenza e il mantenimento del ciclo della violenza.

È importante sottolineare che l’esposizione prolungata alla violenza di genere costituisce una forma di stress cronico severo, con effetti significativi sui sistemi omeostatici dell’organismo. L’attivazione persistente dei circuiti dello stress contribuisce, nel tempo, allo sviluppo di patologie croniche e non trasmissibili, con un impatto rilevante sulla salute fisica e mentale delle vittime (Gaudi & Falzano, 2023).

Come fermare la spirale della violenza

Il ciclo della violenza rappresenta una grave e sistematica violazione dei diritti umani, come evidenziato da Paola Degani nel volume La protezione delle donne vittime di violenza nella prospettiva dei diritti umani. L’autrice sottolinea la necessità di ripensare in modo strutturale i sistemi di intervento, superando risposte frammentarie e promuovendo un approccio integrato, fondato sulla tutela dei diritti fondamentali e sulla riduzione delle disuguaglianze di potere.

L’impatto della violenza domestica non riguarda esclusivamente la donna che la subisce, ma si estende frequentemente ai figli, che possono diventare vittime di violenza assistita, con conseguenze rilevanti sullo sviluppo emotivo e psicologico. In questo senso, la violenza di genere si configura come un fenomeno complesso e intergenerazionale, che richiede interventi multilivello.

Dati recenti confermano la portata del problema. Durante il periodo di lockdown legato alla pandemia da SARS-CoV-2, le chiamate al numero nazionale 1522 contro la violenza di genere e lo stalking sono aumentate del 73% tra il 1° marzo e il 16 aprile 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, evidenziando come l’isolamento forzato abbia aggravato situazioni già critiche (Gaudi & Falzano, 2023).

Nel racconto delle donne vittime di violenza emergono spesso descrizioni del partner come “narcisista” o come fortemente controllante. Sebbene queste etichette possano avere una funzione narrativa o di comprensione soggettiva, è importante chiarire che la violenza di coppia non può essere ridotta a una categoria di personalità. Più che tratti individuali isolati, ciò che caratterizza queste relazioni è una dinamica di controllo coercitivo, fatta di svalutazioni, sorveglianza, gelosia patologica e progressiva limitazione dell’autonomia della partner. In questo contesto, entrambi i membri della coppia possono percepire la relazione come “tossica”, ma l’asimmetria di potere resta un elemento centrale e non negoziabile.

Secondo Degani, per interrompere la spirale della violenza sulle donne è necessario adottare una prospettiva basata sui diritti umani, che tenga conto delle discriminazioni di genere e delle persistenti disuguaglianze nell’accesso alle risorse, alla protezione e al riconoscimento sociale. Senza affrontare queste dimensioni strutturali, il rischio è quello di intervenire solo sugli effetti, senza incidere sulle cause profonde del fenomeno.

È fondamentale che le donne che vivono o hanno vissuto situazioni di violenza psicologica o fisica sappiano che non sono sole. Esiste una rete di supporto composta da risorse professionali qualificate: i centri antiviolenza, che offrono sostegno psicologico, legale e informativo, e i servizi di supporto psicologico, anche online, specializzati nel trattamento delle conseguenze della violenza di genere. Attraverso percorsi di ascolto e consapevolezza, è possibile avviare un processo di ricostruzione del benessere personale, della sicurezza e dell’autonomia.

Strategie pratiche per riconoscere e interrompere il ciclo della violenza

Riconoscere precocemente il ciclo della violenza è fondamentale per proteggersi e chiedere aiuto. Alcuni segnali da non sottovalutare includono:

  • Cambiamenti improvvisi nell'umore del partner: passaggi rapidi da affetto a rabbia o freddezza possono indicare l'inizio della fase di tensione.
  • Isolamento sociale: se il partner scoraggia o impedisce i contatti con amici e familiari, può essere un segnale di controllo e manipolazione.
  • Colpevolizzazione e svalutazione: frasi che fanno sentire la vittima responsabile della rabbia o dei comportamenti violenti dell'altro sono tipiche delle relazioni maltrattanti.
  • Ciclicità degli episodi: la ripetizione di episodi di tensione, violenza e successiva "luna di miele" è un chiaro indicatore del ciclo della violenza.

Per interrompere il ciclo, può essere utile:

  • Tenere un diario degli episodi: annotare ciò che accade aiuta a prendere consapevolezza della ripetitività e della gravità della situazione.
  • Parlare con una persona di fiducia: condividere le proprie esperienze con amici, familiari o professionisti può offrire supporto emotivo e pratico.
  • Rivolgersi a centri antiviolenza o a uno psicologo: questi servizi offrono ascolto, consulenza e strumenti concreti per affrontare la situazione in sicurezza.

Ricordare che la responsabilità della violenza non è mai della vittima può rappresentare un primo passo per uscire dal ciclo e ricostruire il proprio benessere.

Dati epidemiologici sul ciclo della violenza

Il ciclo della violenza rappresenta un fenomeno ampiamente diffuso e strutturale, con una rilevanza epidemiologica significativa a livello globale. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa una donna su tre nel mondo ha subito nel corso della vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale da parte del partner o di un ex partner (OMS, 2021). Si tratta di un dato che evidenzia come la violenza di coppia non sia un evento marginale o eccezionale, ma una realtà che attraversa contesti culturali, sociali ed economici differenti.

Anche il contesto italiano conferma la portata del fenomeno. I dati ISTAT più recenti indicano che il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha sperimentato almeno una forma di violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita (ISTAT, 2023). Queste percentuali non restituiscono solo la frequenza del fenomeno, ma segnalano la presenza di dinamiche relazionali violente che, in assenza di interventi adeguati, tendono a cronicizzarsi e intensificarsi nel tempo.

Uno degli aspetti più insidiosi del ciclo della violenza è infatti la sua tendenza all’escalation. La ripetizione degli episodi violenti può condurre a forme di abuso sempre più gravi e frequenti, con un impatto progressivamente più compromettente sulla salute fisica e psicologica delle vittime. La violenza di genere si configura così come uno dei principali fattori di rischio per morbilità e morte prematura nelle donne.

Le conseguenze non si limitano alla persona direttamente coinvolta, ma si estendono al contesto familiare e sociale. L’esposizione prolungata alla violenza è associata a ricadute significative sul benessere mentale, sulle condizioni di salute fisica, sulla stabilità economica e sulle relazioni sociali, con effetti rilevanti anche sui figli e sull’intera comunità (Gaudi & Falzano, 2023). Questo rende evidente la necessità di considerare la violenza di coppia non solo come un problema individuale, ma come una questione di salute pubblica e di diritti umani.

Conclusioni: come chiedere aiuto

Se hai bisogno di aiuto, puoi contattare:

  • il 1522: è il Numero Anti Violenza e Anti Stalking, attivo ogni giorno h24
  • l'app 1522: è l'app del numero Anti Violenza e Anti Stalking che consente di effettuare una richiesta di aiuto immediata tramite operatrici specializzate
  • il 122, il numero unico europeo per le emergenze.

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