In un ambiente ideale, la famiglia è intesa come un luogo di supporto e cura reciproca, che favorisce la crescita e lo sviluppo armonico dei suoi membri.
Accade però che alcune dinamiche disfunzionali, caratterizzate dalla violenza, possano mettere in pericolo il benessere e la salvaguardia di adulti e bambini.
In questo articolo approfondiamo il tema della violenza assistita, fenomeno riconosciuto dalla Convenzione di Istanbul come abuso psicologico sui minori. Partendo dalla definizione di violenza assistita intrafamiliare, esploreremo le conseguenze su bambini e genitori, i principali riferimenti legislativi e i possibili interventi psicologici.

Cos’è la violenza assistita?
Per comprendere che cosa si intende per violenza assistita, è utile richiamare la definizione del CISMAI (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia):
“l’esperire da parte del/della bambino/a qualsiasi forma di maltrattamento compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica su figure di riferimento o altre figure affettivamente significative, adulte o minori”.
Nella stessa definizione rientra anche l’esposizione ad atti di violenza contro gli animali domestici, incluso l’abbandono.
Il bambino può fare esperienza della violenza in due modalità:
- In modo diretto, quando è fisicamente presente durante l’episodio violento e ne osserva lo svolgersi.
- In modo indiretto, quando viene a conoscenza della violenza attraverso il racconto di altri oppure ne percepisce le conseguenze, ad esempio vedendo le ferite di chi ha subito maltrattamenti.
Questa distinzione è importante perché evita di considerare “minore” l’impatto delle forme indirette: anche quando la violenza non viene vista direttamente, il bambino ne assorbe comunque gli effetti emotivi, relazionali e ambientali.
Violenza assistita e violenza sulle donne
La violenza assistita intrafamiliare può essere considerata l’altra faccia della violenza di genere. Nella maggior parte dei casi, infatti, gli episodi che coinvolgono i minori si verificano all’interno di contesti di violenza domestica in cui la vittima è una donna. È un collegamento importante, ma non va dato per scontato che questa sia l’unica configurazione possibile: è la più frequente, non l’unica. Esplicitarlo evita di trasformare una tendenza epidemiologica in una regola assoluta.
Quando il ciclo della violenza coinvolge i figli, essi possono trovarsi immersi in esperienze traumatiche anche estreme, come nei casi in cui assistono all’uccisione della madre. È rilevante ricordare che circa l’80% dei femminicidi rappresenta l’atto finale di una storia prolungata di violenza, e non un episodio improvviso (Foschino Barbaro, 2024). Questo dato mette in luce un punto cruciale: ciò che appare come un evento “inaspettato” è spesso l’esito di dinamiche che durano nel tempo e che i bambini, direttamente o indirettamente, hanno già respirato.
Proteggere i bambini dalla violenza assistita è essenziale non solo per la loro sicurezza immediata, ma anche per il loro sviluppo emotivo, cognitivo e relazionale. Trascurare la loro esposizione significa ignorare una parte sostanziale e silenziosa della violenza domestica: quella che non lascia ferite visibili su di loro, ma produce comunque conseguenze profonde e durature.
I numeri della violenza assistita in Italia
Una stima rilevante è fornita dalla Seconda Indagine Nazionale sul maltrattamento di bambini e adolescenti in Italia, condotta da Terre des Hommes e CISMAI tra il 2019 e il 2020. L’indagine identifica la violenza assistita come la seconda forma di maltrattamento più frequente, riguardante il 32,4% dei minori presi in carico per maltrattamento (circa 2,1 milioni di casi analizzati nel complesso). Tra questi, è emerso che 1 bambino su 5 ha assistito direttamente a episodi di violenza, in cui nella maggior parte dei casi la vittima era la madre.
Dati più recenti provenienti dall’ISTAT confermano che si tratta di un fenomeno ancora molto diffuso. Nel report relativo al quarto trimestre 2022 si legge infatti che nel 55% dei casi di violenza sulle donne con figli, le vittime dichiarano che i figli hanno assistito agli episodi, mentre nel 15,3% i minori hanno subito violenza in prima persona. Questo dato, pur riferendosi alle donne che denunciano o richiedono aiuto, non alla popolazione generale, evidenzia la stretta connessione tra violenza di genere e violenza assistita.
Coronavirus e violenza assistita
Durante la pandemia da Covid-19 si è registrato un incremento delle segnalazioni di violenza domestica a livello globale, con un impatto indiretto ma significativo sui bambini, spesso esposti come vittime secondarie. Uno studio internazionale (Pereda & Díaz-Faes, 2020) evidenzia come l’emergenza sanitaria abbia aggravato le condizioni di rischio all’interno dei nuclei familiari, aumentando isolamento, stress economico e difficoltà di accesso ai servizi — fattori che possono amplificare sia la violenza di genere sia la violenza assistita.
Il lockdown ha però prodotto un effetto apparentemente contraddittorio: mentre la violenza aumentava, molte denunce diminuivano. Dare per scontato che questo significhi una riduzione dei casi sarebbe un errore logico. La diminuzione delle segnalazioni è infatti legata al venir meno dei contatti con quelle figure — insegnanti, pediatri, personale sanitario, educatori — che più frequentemente intercettano segnali di maltrattamento o di esposizione dei minori alla violenza.
È importante ricordare che insegnanti, operatori sanitari e altre figure con qualifica di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio hanno l’obbligo giuridico di segnalare alle autorità i casi di violenza domestica su minori di cui vengano a conoscenza o di cui sospettino la presenza. La chiusura delle scuole e la riduzione degli accessi ai servizi hanno quindi ridotto drasticamente queste opportunità di osservazione e segnalazione.
La violenza assistita è reato?
Con la Legge 69/2019, nota come Codice Rosso, la violenza assistita è stata riconosciuta come circostanza aggravante nell’ambito dei reati di maltrattamento domestico disciplinati dall’art. 572 c.p. (Maltrattamenti contro familiari e conviventi). L’intervento normativo ha rafforzato la tutela dei minori esposti alla violenza domestica, segnando un riconoscimento esplicito della gravità di tale forma di vittimizzazione.
Il Codice Penale italiano prevede inoltre diverse norme applicabili quando reati vengono commessi in presenza di minori, includendo la violenza assistita:
- Art. 573 c.p. – Abbandono di persone minori o incapaci.
Pur non riferendosi direttamente alla violenza assistita, ribadisce la necessità di proteggere i minori da qualunque situazione di pericolo, compreso l’essere esposti a comportamenti violenti. - Art. 612-bis c.p. – Atti persecutori (stalking).
La presenza di minori durante episodi di persecuzione può configurare violenza assistita. In tali situazioni, il reato è procedibile d’ufficio, senza necessità di querela, proprio in ragione della particolare vulnerabilità dei minori.
Legge 154/2001.
Questa legge introduce misure di protezione contro la violenza domestica (allontanamento dell’autore, ordini di protezione). Pur non nominando direttamente la violenza assistita, le misure previste tutelano anche i minori che vivono in contesti familiari violenti.
Un contributo rilevante proviene dalla giurisprudenza. La Corte di Cassazione, sentenza n. 18833 del 2 maggio 2018, ha affermato che il reato di maltrattamenti si configura anche quando i minori sono “involontari spettatori” di atti violenti, fisici o psicologici, all’interno della famiglia. In questo modo la Corte ha chiarito che la violenza assistita costituisce una forma autonoma di lesione del benessere psicofisico del minore, anche in assenza di un’aggressione diretta.
La giurisprudenza riconosce quindi che la violenza assistita può integrare gli atti di violenza verso i minori non solo quando vi siano comportamenti vessatori diretti contro di loro, ma anche quando si crea un clima familiare oppressivo, destabilizzante e cronico, in grado di incidere negativamente sul loro sviluppo.
Infine, l’autorità giudiziaria, nei casi in cui il minore sia vittima di violenza assistita, può disporre misure di tutela come l’affidamento esclusivo, la limitazione o sospensione della responsabilità genitoriale o l’allontanamento del genitore violento, al fine di garantire un ambiente sicuro e privo di violenza.

Il minore come parte offesa e le implicazioni legali della violenza assistita
Nel sistema giuridico italiano, il minore che assiste a episodi di violenza domestica è riconosciuto come parte offesa del reato. Questo riconoscimento ha importanti implicazioni sul piano della tutela e della sua partecipazione – mediata – ai procedimenti giudiziari. In particolare:
- Costituzione di parte civile.
Il minore, tramite il genitore non violento, un tutore o un curatore speciale nominato dal giudice (nei casi di conflitto di interessi), può costituirsi parte civile nel processo penale contro l’autore degli atti violenti. Ciò consente di richiedere il risarcimento dei danni morali e materiali derivanti dalla violenza assistita. - Sospensione o decadenza della responsabilità genitoriale.
Quando uno dei genitori è responsabile di condotte violente in presenza del minore, il tribunale può disporre la limitazione, sospensione o, nei casi più gravi, la decadenza della responsabilità genitoriale (artt. 330–333 c.c.). L’obiettivo non è punitivo, ma protettivo: prevenire ulteriori pregiudizi e tutelare l’integrità psicofisica del minore.
I giudici possono adottare misure urgenti, quali:
- l’allontanamento del genitore violento dal domicilio familiare (art. 282-bis c.p.p. e L. 154/2001);
- l’affidamento esclusivo al genitore non violento;
- la vigilanza dei servizi sociali;
- la sospensione o limitazione degli incontri con il genitore autore della violenza. In casi estremi, può essere disposto anche l’allontanamento del minore dal contesto familiare, quando entrambi i genitori risultano inadeguati a garantire protezione.
Queste disposizioni hanno lo scopo di garantire al minore il diritto fondamentale a crescere in un ambiente sicuro, stabile e privo di violenza, riconoscendo che l’esposizione alla violenza assistita costituisce di per sé una forma di maltrattamento con conseguenze rilevanti sullo sviluppo psicologico, affettivo e relazionale.
Conseguenze della violenza assistita
La violenza assistita, soprattutto quando si protrae nel tempo, può causare non solo danni fisici ma anche una vasta gamma di sintomi a livello cognitivo, emotivo, comportamentale e somatico, generando condizioni di particolare complessità. L’esposizione ripetuta alla violenza assistita intrafamiliare rappresenta infatti un trauma complesso che compromette le funzioni di cura, la regolazione affettiva e lo sviluppo delle abilità autoriflessive nei minori (Foschino Barbaro, 2024). Il disturbo da stress post-traumatico complesso è uno degli esiti possibili tra diversi quadri diagnostici, che possono avere tempi di insorgenza variabili.
Oltre alle ripercussioni sulla salute fisica e psicologica, questa forma di maltrattamento può avere anche conseguenze per i genitori, compromettendo seriamente il loro rapporto con i figli.
Come racconta anche il film di Paola Cortellesi “C’è ancora domani”, possono venirsi a creare fratture del legame tra genitori e figli con conflitti familiari che si protraggono anche in età adulta, o alleanze familiari in cui i figli difendono la madre contro il padre.
Conseguenze psicologiche e sociali nei minori testimoni di violenza assistita
La violenza assistita può avere un impatto profondo e duraturo sullo sviluppo psicologico e sociale dei minori. I bambini che crescono in ambienti in cui sono testimoni di atti violenti tra figure di riferimento possono essere maggiormente a rischio di sviluppare una serie di disturbi e problematiche che si manifestano sia nell'infanzia che nell'età adulta.
Tra le principali conseguenze psicologiche si riscontrano:
- Disturbi post-traumatici: molti minori possono manifestare sintomi tipici del disturbo da stress post-traumatico (PTSD), come flashback, incubi, ipervigilanza e difficoltà di concentrazione. In alcuni casi, si può osservare il disturbo da stress post-traumatico complesso, caratterizzato da alterazioni dell'autostima, difficoltà nelle relazioni e problemi di regolazione emotiva.
- Difficoltà relazionali: la violenza assistita può compromettere la capacità di fidarsi degli altri e di instaurare legami sicuri. I bambini possono mostrare diffidenza, isolamento sociale o, al contrario, comportamenti eccessivamente compiacenti per evitare conflitti.
- Rischio di trasmissione intergenerazionale: secondo la letteratura scientifica, i minori esposti a violenza assistita presentano una maggiore probabilità, rispetto ad altri, di riprodurre, da adulti, modelli relazionali violenti o di diventare a loro volta vittime di abusi (Gualco, Rensi & Fossa, 2017).
- Problemi di regolazione emotiva: la difficoltà nel riconoscere, esprimere e gestire le emozioni può portare a disregolazione emotiva, manifestandosi con scoppi d'ira, ansia, depressione o somatizzazioni.
- Compromissione dell'autostima: vivere in un clima familiare violento può minare la percezione di sé, generando sentimenti di inadeguatezza, colpa e vergogna.
Sul piano sociale, i bambini testimoni di violenza assistita possono incontrare ostacoli nell'integrazione scolastica, difficoltà a rispettare le regole e una maggiore propensione a comportamenti a rischio, come l'abuso di sostanze o la partecipazione a gruppi devianti. In alcuni casi, queste difficoltà possono persistere anche in età adulta, influenzando la qualità della vita e delle relazioni.

Riconoscere la violenza assistita nei minori
Riconoscere la violenza assistita nei minori non è sempre semplice, poiché i segnali possono essere sfumati o attribuiti ad altre difficoltà evolutive. Tuttavia, esistono alcuni indicatori comportamentali, emotivi e fisici che possono suggerire la presenza di questo fenomeno.
Tra i segnali più frequenti si possono osservare:
- Cambiamenti improvvisi nel comportamento: il bambino può diventare improvvisamente silenzioso, ritirato o, al contrario, manifestare comportamenti aggressivi e oppositivi.
- Disturbi del sonno e dell'alimentazione: incubi ricorrenti, difficoltà ad addormentarsi, enuresi notturna o perdita di appetito possono essere segnali di disagio emotivo.
- Difficoltà scolastiche: calo del rendimento, scarsa concentrazione, assenteismo o difficoltà nelle relazioni con i compagni e gli insegnanti.
- Sintomi psicosomatici: mal di testa, mal di pancia, dolori muscolari o altri disturbi fisici senza una causa medica apparente.
- Eccessivo senso di responsabilità o colpa: il minore può sentirsi responsabile per la situazione familiare o per la sofferenza di uno dei genitori.
È importante sottolineare che la presenza di uno o più di questi segnali non implica necessariamente che il bambino sia vittima di violenza assistita, ma rappresenta un campanello d'allarme che merita attenzione e approfondimento da parte di adulti di riferimento e professionisti.
Violenza assistita: interventi possibili
La lotta contro la violenza assistita richiede un approccio multidisciplinare che integri interventi legali, psicologici e educativi. Solo attraverso una collaborazione sinergica tra servizi sociali, istituzioni giudiziarie, scuole e strutture sanitarie è possibile garantire ai minori una protezione efficace e promuovere percorsi di recupero e di crescita sana.
Le linee guida CISMAI
Il CISMAI ha elaborato delle linee guida per gli interventi in caso di violenza assistita, sintetizzate in un documento in cui si sottolinea l’importanza di alcuni elementi chiave della presa in carico delle vittime:
- un concetto ampio di protezione, che includa non solo il lavoro con le vittime ma anche con le figure maltrattanti
- la necessità di cure, come forma di protezione per le possibili conseguenze dei traumi infantili
- la diffusione di una cultura del rispetto dell’altro
- la prevenzione della violenza
- una presa in carico multidisciplinare.
Le linee guida per gli interventi nei casi di violenza assistita si concentrano principalmente sui casi di maltrattamento delle madri, ma includono anche situazioni in cui i minori hanno vissuto, direttamente o indirettamente, il trauma dell’omicidio o suicidio di uno dei genitori, oppure hanno assistito a maltrattamenti subiti da fratelli o sorelle. In particolare, gli orfani di femminicidio affrontano una doppia perdita genitoriale, dovendo rappresentarsi come figli sia della vittima che dell’assassino, una condizione che comporta conseguenze psicologiche particolarmente gravi (Foschino Barbaro, 2024).

Cosa fare in caso di sospetto di violenza assistita: alcune indicazioni pratiche
Intervenire tempestivamente in presenza di sospetti di violenza assistita è fondamentale per proteggere il minore e prevenire conseguenze più gravi. Sia i professionisti (insegnanti, operatori sanitari, assistenti sociali) sia i familiari possono svolgere un ruolo chiave nell'attivare la rete di protezione.
Ecco alcune indicazioni pratiche:
- Ascoltare il minore senza giudizio: offrire uno spazio di ascolto empatico, evitando di minimizzare o mettere in dubbio quanto raccontato.
- Segnalare alle autorità competenti: in caso di fondato sospetto, è importante rivolgersi ai servizi sociali, alle forze dell'ordine o al Tribunale per i Minorenni. I pubblici ufficiali hanno l'obbligo di segnalazione.
- Non affrontare da soli la situazione: coinvolgere professionisti esperti in tutela minorile e violenza domestica per valutare i rischi e pianificare gli interventi più adeguati.
- Favorire l'accesso a servizi di supporto: indirizzare il minore e la famiglia verso centri antiviolenza, consultori familiari o servizi di psicologia dell'infanzia e dell'adolescenza.
Un intervento coordinato e tempestivo può contribuire in modo significativo al percorso di protezione e recupero del minore, favorendo l'interruzione del ciclo della violenza e la promozione di un ambiente più sicuro e accogliente.
Il ruolo dello psicologo nei casi di violenza intrafamiliare
Lo psicologo gioca un ruolo cruciale nel contesto della violenza intrafamiliare, offrendo supporto e interventi specializzati alle vittime, agli autori della violenza e ai membri della famiglia esposti, come i bambini testimoni.
Alcuni aspetti fondamentali del ruolo dello psicologo in questi contesti possono includere:
- la valutazione e la diagnosi: il processo diagnostico consente di identificare i bisogni specifici di ciascun membro della famiglia e di pianificare un percorso terapeutico personalizzato
- il supporto psicologico ai genitori: interventi a favore dei genitori nei casi di violenza assistita, tra cui la mediazione familiare, possono facilitare il dialogo tra i membri della famiglia per promuovere la comprensione, la comunicazione efficace e la risoluzione dei conflitti
- l’intervento con l’autore della violenza, per affrontare le questioni sottostanti come problemi di gestione delle emozioni come la rabbia, abuso di sostanze o traumi passati, e sviluppare abilità di relazione più sane
- l’aiuto ai bambini vittime di violenza assistita, volto ad offrire loro un contesto sicuro in cui comprendere ed elaborare le loro esperienze, favorendo la resilienza e il benessere emotivo.
Forme di maltrattamento correlate alla violenza assistita
La violenza assistita spesso si accompagna ad altre forme di maltrattamento all'interno del contesto familiare. Comprendere queste correlazioni può essere fondamentale per una presa in carico efficace e per la tutela globale del minore.
Le principali forme di maltrattamento che possono coesistere con la violenza assistita sono:
- Trascuratezza (neglect): consiste nella mancata soddisfazione dei bisogni fondamentali del bambino, come cure mediche, alimentazione, igiene o attenzione emotiva. La trascuratezza può essere sia fisica che affettiva e spesso si manifesta in famiglie dove è presente violenza assistita.
- Abuso fisico: si riferisce a qualsiasi atto che provochi danni fisici al minore, come percosse, scosse o lesioni. I bambini che assistono a violenza tra adulti sono più esposti anche al rischio di subire direttamente abusi fisici.
- Abuso psicologico: comprende comportamenti che minano l'autostima, la sicurezza e il benessere emotivo del bambino, come umiliazioni, minacce o isolamento. La violenza assistita è di per sé una forma di abuso psicologico, ma può essere accompagnata da ulteriori atti lesivi.
- Abuso sessuale: sebbene meno frequente, può verificarsi in contesti familiari disfunzionali dove la violenza assistita è presente. Il rischio può aumentare in ambienti caratterizzati da segretezza e mancanza di protezione.
La compresenza di più forme di maltrattamento aggrava le conseguenze per il minore, rendendo ancora più urgente l'intervento di protezione e supporto psicologico.
Prendersi cura di sé e dei propri figli: un passo verso il cambiamento
Affrontare la violenza assistita non è mai semplice, ma riconoscere il problema è già un atto di grande coraggio e responsabilità verso se stessi e verso i più piccoli. Se senti il bisogno di supporto, per te o per la tua famiglia, sappi che non sei solo: chiedere aiuto può essere il primo passo per interrompere il ciclo della violenza e costruire un futuro più sereno. Gli psicologi Unobravo sono pronti ad ascoltarti e a guidarti in un percorso di protezione, cura e crescita. Prenditi cura del tuo benessere e di quello dei tuoi figli: inizia il questionario per trovare il tuo psicologo online.









