Chi è il giovane adulto? Una definizione per età
Quando si parla di giovane adulto ci si riferisce, in termini generali, a una fascia d’età compresa approssimativamente tra i 18 e i 30 anni. Tuttavia, non esiste una definizione univoca e universalmente condivisa di questa categoria: le soglie anagrafiche variano in base ai contesti culturali, istituzionali e di ricerca. Alcune definizioni circoscrivono il giovane adulto ai 18–24 anni, mentre altre estendono questa fase fino ai 29 o, in alcuni casi, ai 34 anni.
Nonostante tali differenze, il nucleo concettuale rimane costante: si tratta di un periodo della vita in cui l’individuo è formalmente adulto dal punto di vista giuridico, ma sta ancora costruendo aspetti fondamentali della propria identità personale, relazionale e professionale. È una fase che non coincide più con l’adolescenza (il corpo è ormai maturo e molte norme sociali sono state interiorizzate) ma che non corrisponde nemmeno ad un adultità pienamente stabilizzata.
Proprio per questa condizione intermedia, oggi il giovane adulto viene sempre più riconosciuto come una fase evolutiva specifica, caratterizzata da compiti di sviluppo, bisogni e vulnerabilità peculiari. Ridurla a un semplice passaggio indistinto rischia di oscurarne la complessità e di sottovalutare le sfide psicologiche che la attraversano, spesso amplificate dai cambiamenti sociali ed economici contemporanei
Perché oggi la giovane adultità può essere considerata una fase a sé
Rispetto alle generazioni precedenti, la fascia d’età 18–30 anni si è progressivamente allungata e complessificata. L’ingresso stabile nel mondo del lavoro, la possibilità di vivere in modo economicamente autonomo e la creazione di una famiglia risultano oggi più spesso rimandati, non tanto per una presunta immaturità individuale, quanto per condizioni sociali ed economiche più instabili e incerte.
In questo contesto, la categoria di “giovane adulto” viene descritta come una fase di transizione prolungata, caratterizzata da passaggi graduali verso l’autonomia come l’uscita dalla famiglia d’origine, l’inserimento lavorativo stabile e la costruzione di una propria famiglia, che non avvengono più secondo tempi standardizzati e prevedibili, come accadeva in passato. Tali passaggi risultano oggi più flessibili, discontinui e reversibili, contribuendo a ridefinire i confini tradizionali dell’età adulta. Questa trasformazione fa sì che molte persone giovani adulte possano sperimentare una sensazione di “sospensione”: non si sentono più adolescenti, ma faticano a riconoscersi pienamente adulte. La psicologia dello sviluppo considera oggi questa età come una fase evolutiva autonoma, caratterizzata da compiti specifici e da un intenso lavoro interno di definizione di sé. Si tratta di un processo che richiede tempo, tentativi, errori e continui aggiustamenti, spesso accompagnati dal bisogno di dare significato a un percorso di vita meno lineare e più incerto rispetto a quello delle generazioni precedenti.
L’emerging adulthood: la teoria di Jeffrey Arnett
Lo psicologo dello sviluppo Jeffrey Arnett ha introdotto il concetto di emerging adulthood per descrivere una fase evolutiva specifica, collocata indicativamente tra i 18 e i 29 anni, distinta sia dall’adolescenza sia dall’età adulta pienamente consolidata. Secondo Arnett, questa fase è caratterizzata da cinque tratti ricorrenti, che ne delineano l’esperienza psicologica centrale:
- Esplorazione dell’identità: la persona sperimenta percorsi di studio, esperienze lavorative e relazioni affettive nel tentativo di comprendere chi è e cosa desidera per il proprio futuro.
- Instabilità: sono frequenti cambiamenti di casa, città, lavoro o percorso formativo, che riflettono un processo ancora aperto di definizione e assestamento.
- Centratura su di sé: l’attenzione è maggiormente rivolta ai propri bisogni, valori e progetti, spesso in assenza di responsabilità familiari stabili.
- Sensazione di essere “in mezzo”: emerge la percezione di non essere più adolescenti, ma di non sentirsi ancora adulti “a pieno titolo”.
- Percezione di possibilità: prevale l’idea che “tutto sia ancora possibile”, con molte strade potenzialmente percorribili davanti a sé.
Questi elementi consentono di dare un nome e una cornice teorica al vissuto di molte persone giovani adulte che si percepiscono in bilico, sospese tra ciò che non sono più e ciò che non sono ancora diventate. La teoria dell’emerging adulthood contribuisce così a normalizzare questa condizione, sottraendola a letture patologizzanti o moralistiche e riconoscendone la funzione evolutiva.

Il conflitto individuazione–alienazione secondo Kenneth Keniston
Lo psicologo Kenneth Keniston ha descritto, nella giovane adultità, un conflitto centrale tra individuazione e alienazione, particolarmente evidente nella fascia 18–30 anni, periodo in cui la persona è impegnata a definire chi è e quale posto occupa nel mondo.
- Individuazione: esprime il bisogno di affermare la propria identità, prendere decisioni autonome, scegliere valori, obiettivi e progetti personali, differenziandosi progressivamente dalla famiglia d’origine e dai modelli ricevuti.
- Alienazione: riguarda la sensazione di estraneità o distanza rispetto alla società, alle istituzioni o alle aspettative familiari, soprattutto quando queste appaiono rigide, poco rappresentative o incongruenti con il proprio sentire.
Molte persone giovani adulte oscillano tra il desiderio di trovare un proprio posto e la paura di non appartenere davvero a nessun contesto, vivendo questa tensione come un segnale di inadeguatezza personale. In realtà, secondo Keniston, tale oscillazione rappresenta un passaggio evolutivo fisiologico, legato al tentativo di costruire un’identità autentica senza perdere il senso di appartenenza.
Riconoscere questo conflitto come tipico di questa fase di vita consente di ridurre il senso di colpa, di “difettosità” o di fallimento, favorendo una lettura più comprensiva del disagio che spesso accompagna la giovane adultità..
Giovane adulto ed Erikson: i compiti di sviluppo secondo la teoria di Erikson
Lo psicoanalista e psicologo dello sviluppo Erik Erikson colloca l’età adulta iniziale all’interno del compito evolutivo intimità vs isolamento, una polarità che riguarda in modo particolare la fascia dei giovani adulti, indicativamente tra i 20 e i 30 anni. Secondo Erikson, dopo aver costruito una base sufficientemente stabile di identità, il giovane adulto è chiamato ad affrontare alcune sfide centrali:
- Creare relazioni intime significative: non solo relazioni di coppia, ma anche amicizie profonde, legami elettivi e reti di sostegno, capaci di offrire vicinanza emotiva e continuità.
- Imparare a condividere vulnerabilità, desideri e progetti: entrando in relazione con l’altro senza perdere il senso di sé, né rinunciare alla propria individualità.
Quando questo compito evolutivo è ostacolato da paure, insicurezze personali o condizioni esterne sfavorevoli (instabilità lavorativa, precarietà abitativa, relazioni discontinue), il rischio è lo sviluppo di un senso di isolamento emotivo, che può manifestarsi anche in presenza di molte relazioni.
Collegare questi vissuti alla fase di vita permette di leggerli non come segnali di incapacità o fallimento personale, ma come espressione di un passaggio evolutivo complesso, che richiede tempo, esperienze correttive e possibilità di costruire legami sufficientemente sicuri.
I principali compiti evolutivi che possono presentarsi nel giovane adulto
Tra i 18 e i 30 anni, il giovane adulto è chiamato ad affrontare alcuni compiti evolutivi centrali, che spesso procedono in parallelo e possono risultare emotivamente impegnativi, soprattutto quando si intrecciano tra loro:
- Autonomia economica: cercare un lavoro, gestire il denaro, confrontarsi con precarietà, contratti temporanei e instabilità reddituale. Nel 2021, tra i giovani occupati di 15–34 anni, la quota di lavoratori dipendenti a tempo determinato era pari al 33,3% per gli uomini e al 39,1% per le donne; nelle fasce d’età complessive, le percentuali scendono rispettivamente al 15,7% e al 17,3%, indicando una forte concentrazione della precarietà proprio tra i più giovani (Fraboni et al., 2022).
- Autonomia abitativa: valutare se e quando uscire dalla casa dei genitori, magari andando a vivere con coinquilini o con un partner, affrontando dubbi, timori e vincoli economici legati a questa scelta.
- Definizione identitaria: integrare studi, lavoro, valori personali e appartenenze (famiglia, gruppo dei pari, contesto culturale), nel tentativo di comprendere chi si è e quale posto si desidera occupare nel mondo.
- Relazioni intime stabili: passare da relazioni prevalentemente sperimentali a legami più impegnativi e duraturi, oppure scegliere consapevolmente di non farlo, interrogandosi su che tipo di vicinanza, intimità e progettualità si desidera condividere con l’altro.
Ciascuno di questi passaggi può attivare emozioni intense e ambivalenti: entusiasmo per le nuove possibilità, paura di sbagliare, senso di inadeguatezza o di “essere indietro” rispetto ai coetanei. È importante sottolineare che non esiste un ritmo “giusto” valido per tutti; tuttavia, questo non significa che il disagio vada semplicemente normalizzato.
Riconoscere che tali sfide sono tipiche di questa fase di vita consente di leggerle come parte di un processo evolutivo complesso, legittimando la fatica senza negare il bisogno, in alcuni casi, di sostegno e riorientamento.
Vissuti emotivi tipici tra i 18 e i 30 anni
Molte persone giovani adulte descrivono questa fase della vita come un periodo di forte ambivalenza emotiva, in cui possono coesistere entusiasmo e paura, senso di libertà e smarrimento. Si tratta di vissuti spesso intensi, legati alla percezione di trovarsi in un momento decisivo del proprio percorso.
Tra le esperienze emotive più frequentemente riportate si ritrovano:
- Sentirsi “in bilico”: la sensazione che ogni scelta possa determinare in modo definitivo il futuro, rendendo difficile decidere senza sentirsi esposti al rischio di errore.
- Precarietà: vissuta sul piano lavorativo, relazionale ed esistenziale, con la difficoltà di immaginare o sostenere progetti a lungo termine.
- Paura di scegliere: timore di escludere altre possibilità, di deludere la famiglia o di tradire le proprie aspettative ideali.
- Confronto costante con i coetanei: spesso amplificato dall’uso dei social network, che possono rafforzare il senso di ritardo, inadeguatezza o fallimento, anche in assenza di reali indicatori oggettivi.
Dare un nome a questi vissuti consente di spostarli da una lettura individualizzante e colpevolizzante a una comprensione più ampia, che li riconosce come parte di una fase di vita complessa e trasformativa. Questo non significa minimizzare l’impatto, ma renderli pensabili e condivisibili, aprendo la possibilità di affrontarli in modo più consapevole e meno solitario.

Giovani adulti in Italia: alcuni dati sulla fascia 18–30
Per comprendere meglio la condizione dei giovani adulti, è utile affiancare alla lettura psicologica alcuni dati socio-economici relativi alla fascia 18–30 anni in Italia, che contribuiscono a spiegare il contesto in cui si collocano molti vissuti di fatica e incertezza.
Secondo i dati più recenti disponibili, l’Italia è tra i Paesi europei con la più alta quota di NEET (giovani che non studiano e non lavorano) nella fascia 15–29 anni, con valori che in alcuni anni hanno superato il 20%. Questo dato evidenzia quanto possa risultare complesso per molte e molti giovani trovare un inserimento stabile e continuativo nel mondo del lavoro, con ricadute che non sono solo economiche, ma riguardano anche il senso di autonomia, di efficacia personale e di progettualità futura.
I dati di ISTAT mostrano inoltre che l’età media di uscita dalla famiglia d’origine in Italia è tra le più alte in Europa, collocandosi oltre i 30 anni. Un quadro coerente emerge anche dalle rilevazioni di Eurostat: nel 2021, nell’Unione europea l’età media in cui i giovani lasciavano la casa dei genitori era pari a 26,5 anni, mentre in Paesi come l’Italia — insieme ad altri contesti dell’Europa meridionale — l’uscita tende ad avvenire più tardi e, per molti uomini, anche oltre i 30 anni.
Questo insieme di dati non segnala una mancanza di desiderio di indipendenza, né una difficoltà individuale a “crescere”, ma riflette piuttosto la presenza di ostacoli strutturali — economici, lavorativi e abitativi — che incidono in modo significativo sui giovani adulti. In questo scenario, il passaggio all’autonomia risulta spesso più complesso, più lento e meno lineare, rendendo difficile trasformare il desiderio di indipendenza in una realtà concreta e sostenibile.
Salute mentale e giovane adultità
La fase della giovane adultità rappresenta un periodo particolarmente delicato anche sul piano della salute mentale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) segnala infatti che molti disturbi d’ansia e dell’umore possono esordire tra la tarda adolescenza e i primi anni dell’età adulta. I disturbi mentali emergono frequentemente tra i 10 e i 24 anni e circa la metà dei disturbi mentali in età adulta inizia prima dei 14 anni, con un picco di rischio che si estende proprio nella giovane età adulta. In particolare, nella fascia 18–34 anni si osserva con maggiore frequenza un aumento di:
- Sintomi d’ansia: spesso legati a studio, lavoro, precarietà economica, scelte di vita e relazioni, con vissuti di tensione costante e iper-responsabilizzazione.
- Umore depresso: caratterizzato da senso di fallimento, perdita di motivazione, stanchezza emotiva e difficoltà a immaginare il futuro in modo stabile e rassicurante.
È importante sottolineare che questi vissuti non rappresentano una “debolezza” personale, ma possono costituire una risposta comprensibile a pressioni elevate che si concentrano in un momento di profonda trasformazione identitaria, relazionale e sociale.
Riconoscere precocemente questi segnali consente di dare un nome a ciò che si sta vivendo, di ridurre il senso di colpa o di inadeguatezza e di chiedere aiuto in modo tempestivo, prevenendo il rischio di cronicizzazione. In questo senso, la giovane adultità può diventare non solo una fase di vulnerabilità, ma anche un momento privilegiato di accesso a percorsi di cura efficaci e trasformativi.
Affrontare l’incertezza professionale nella giovane età adulta
Tra i 18 e i 30 anni l’incertezza sul lavoro può rappresentare una delle principali fonti di stress. Alcune strategie possono aiutare a gestirla senza esserne travolti:
- Pensare per passi, non per “mestiere definitivo”: concentrarsi sul prossimo passo realistico (un tirocinio, un corso, un lavoro ponte) può contribuire a ridurre la pressione di dovrire trovare subito la “strada della vita”.
- Coltivare competenze trasversali: comunicazione, gestione del tempo, uso delle tecnologie sono utili in molti contesti e aumentano la flessibilità.
- Accettare la sperimentazione: cambiare idea o percorso in questa età non è un fallimento, ma parte del processo di esplorazione tipico della giovane adultità.
Guardare al lavoro come a un percorso in evoluzione, e non come a un’etichetta fissa, può alleggerire il peso delle scelte.
Vivere il senso di “incompletezza” senza giudizio
Molte persone giovani adulte tra i 18 e i 30 anni riferiscono di sentirsi “indietro” o “incompleti” rispetto a un’idea di adulto già definito. Questo vissuto può essere coerente con la natura stessa della giovane adultità, che è una fase di costruzione.
Può essere utile:
- Riconoscere che l’identità è in divenire: non esiste un momento in cui si è “completamente pronti”.
- Distinguere tra aspettative interne ed esterne: chiedersi quali obiettivi vengono davvero da sé e quali sono ereditati da famiglia, cultura o social.
- Valutare i piccoli passi: guardare ai progressi fatti nell’ultimo anno, non solo a ciò che manca.
Spostare lo sguardo dal confronto con gli altri al proprio percorso personale può permettere di vivere questa età con maggiore gentilezza verso se stessi.

Autonomia e appartenenza: un equilibrio delicato
Nella fascia 18–30 anni il giovane adulto si muove tra due bisogni fondamentali: essere autonomo e sentirsi appartenente. Questo equilibrio può essere complesso, soprattutto quando si vive ancora con la famiglia d’origine o si dipende economicamente dai genitori.
Alcuni passi possibili:
- Negoziare nuovi confini: parlare con i familiari di orari, spazi, decisioni, per essere riconosciuti come adulti pur restando sotto lo stesso tetto.
- Costruire reti proprie: amicizie, gruppi, contesti in cui sentirsi visti come giovani adulti, non più come “figli”.
- Accettare una autonomia graduale: non sempre è possibile un taglio netto; anche piccoli margini di scelta sono passi verso l’indipendenza.
Riconoscere che è normale oscillare tra vicinanza e distanza può aiutare a non vivere questo movimento come un segno di immaturità.
Quando un giovane adulto può trarre beneficio dal supporto psicologico
Per una persona giovane adulta, chiedere aiuto può sembrare in contrasto con l’idea di “doversela cavare da sola”. In realtà, proprio tra i 18 e i 30 anni il supporto psicologico può essere particolarmente utile.
Può essere il momento di rivolgersi a uno psicologo quando:
- L’ansia o il tono dell’umore compromettono studio, lavoro o relazioni.
- Le decisioni importanti vengono costantemente evitate, generando blocco e senso di fallimento.
- Il confronto con i coetanei diventa fonte continua di vergogna o autosvalutazione.
Uno spazio terapeutico può aiutare a dare significato a ciò che si sta vivendo in questa età, a riconoscere le proprie risorse e a costruire un modo più personale e sostenibile di vivere la transizione verso l'età adulta.
Iniziare a costruire la propria adultità, a modo proprio
Se ti riconosci in questa sensazione di sospensione, di “in mezzo”, sappi che non sei solo e che non c’è nulla di sbagliato in te: sei semplicemente un giovane adulto che sta facendo il complesso lavoro di diventare se stesso. A volte, però, farlo da soli può essere faticoso. Un percorso psicologico può aiutarti a dare un senso a ciò che stai vivendo, a ridurre il peso del confronto con gli altri e a fare scelte più in linea con chi sei e con la vita che desideri costruire. Con Unobravo puoi trovare uno psicologo che ti accompagni in questa fase, rispettando i tuoi tempi, i tuoi dubbi e le tue domande. Se senti che è il momento di avere uno spazio tutto tuo per esplorare questi temi, puoi iniziare il questionario per trovare il tuo psicologo online e fare un primo passo che può contribuire a una giovane adultità più consapevole e serena.






