Relazioni e famiglia

Punizione: è davvero efficace?

Punizione: è davvero efficace?
Punizione: è davvero efficace?logo-unobravo
Fulvia Cardaropoli
Unobravo
Psicoterapeuta ad orientamento Sistemico-Relazionale
Servizio di psicologia online
Pubblicato il
27.4.2022

Vai in camera tua! Sei in punizione! Una frase che ognuno ha sentito o pronunciato almeno una volta nella propria vita. Di fatto, però, basta poco per rendersi conto che non è l’unico modo per ottenere l’obbedienza da un bambino. La punizione altro non è che un metodo educativo espresso in termini di sanzione per un dato comportamento. 

Dare punizioni, dovrebbe, dunque, ridurre la quantità delle volte che un bambino compie un comportamento non approvato dall’adulto, ma questo non sempre avviene e in questo articolo scopriremo perché.

Che cos’è la punizione?

Il concetto di punizione prende origine dal comportamentismo, un filone della psicologia nato agli inizi del Novecento. Secondo la teoria del condizionamento operante dello psicologo B. Skinner, quando un comportamento viene rinforzato aumentano le probabilità che si ripeta. In altre parole, se un bambino riceve una reazione positiva a un suo comportamento, è più probabile che in futuro questi ripeterà quell’azione. 

Con la punizione avviene l’esatto opposto. Quando un comportamento viene punito, facilmente non verrà ripetuto. La censura di un comportamento legata a una punizione è determinata da una motivazione estrinseca, ovvero esterna alla persona. Il comportamento, quindi, si mantiene solo se viene mantenuto il castigo. A questo punto forse è importante chiedersi quando e se davvero è utile usare un castigo, partendo dal presupposto che educare un essere umano, un bambino, non significa modellarlo in base alle proprie esigenze, ma svilupparne il potenziale, stimolandolo a tirare fuori il meglio di .

Quanto è efficace punire?

La punizione, seppur apparentemente efficace, non fa altro che impedire un comportamento ritenuto indesiderato, che con tutta probabilità farà nuovamente la sua comparsa una volta venuto meno il castigo. 

Allo stesso tempo, se non si propone un comportamento alternativo, non è detto che il bambino sia in grado, in autonomia, di capire come comportarsi. Pensiamo ad esempio a un bambino che vuole prendere un buon voto a scuola: una punizione, senza mostrargli un’alternativa, potrebbe costringerlo ad arrendersi prima di fare dei tentativi. Questo è il caso in cui si presenta l'impotenza appresa.

Discorso analogo è quando la punizione è violenta, sia che sia fisica che violenza psicologica. Se al bambino è insegnato di intervenire con la violenza, questi imparerà a rispondere nello stesso modo e ad accettarne le conseguenze emotive. Non è da sottovalutare, inoltre, che la punizione può non essere associata al comportamento da non fare ma alla persona che punisce, soprattutto quando non si comprende perché il proprio comportamento è ritenuto inappropriato. In questo caso la punizione non avrà l’effetto desiderato.


Quando e come usare le punizioni?

Quando un bambino compie un’azione pericolosa o comunque inadeguata per la sua crescita, è necessario che venga fermato. La punizione in questo caso può servire, ma per utilizzarla bisogna che sia

  • immediata: deve essere strettamente legata al comportamento scorretto, spiegandone il motivo; 
  • breve: va interrotta non appena si ha idea che il bambino ha modificato il proprio comportamento; 
  • rara: se un bambino viene sempre punito non comprenderà più il senso della punizione stessa e la utilizzerà come metodo per attirare l’attenzione su di sé.
  • rivolta al comportamento e non al bambino stesso. Mai umiliare il bambino, piuttosto meglio sanzionare il comportamento scorretto.   

La punizione inoltre non dovrebbe riguardare mai le relazioni, ad esempio punire un bambino non facendolo incontrare con un amico, né il cibo o la costrizione alla nanna. Altrettanto importante è che non sia esclusivamente un modo per liberare l’adulto dalla frustrazione o rabbia provata. 

ROMAN ODINTSOV - Pexels

Obbedienza senza punizione

Di fronte a un bambino che disubbidisce è importante chiedersi: “perché lo fa? Cosa vuole comunicare all’adulto?” Potrebbe non sentirsi abbastanza considerato, oppure vivere una situazione con un certo malessere, potrebbe essere un modo per evitare litigi tra i genitori, attirando l’attenzione su di sé…

 

Un bambino sicuro di sé, capace di ascoltarsi e che vive in un ambiente con regole, potrà imparare ad ascoltare l’altro e quindi obbedire. Perché questo avvenga è necessario rispettare la sua libertà d’azione e le sue scelte ogni volta che è possibile, consentendogli di fare ciò che desidera o sente di avere bisogno. Essere gratificato nei suoi bisogni, accolto, valorizzato e protetto è importante per la sua crescita evolutiva e per lo sviluppo della capacità di stare al mondo e di ascoltare se stessi e gli altri.

Maria Montessori sosteneva che ogni bambino, prima di ascoltare l’adulto, interroga e ascolta se stesso, il proprio “maestro interiore”, che è il precursore dello sviluppo della sua volontà. Perché un bambino impari a obbedire, deve farlo passando prima da sé, imparando ed esercitandosi a obbedire a se stesso.  

Ciò non esclude che, in determinate circostanze, possa essere necessario avvalersi delle punizioni, ma occorre farlo tenendo a mente quanto e in che modo è utile. Farsi delle domande sul perché il proprio bambino disobbedisce, o chiedere un confronto con uno specialista come uno psicologo online Unobravo può essere il punto di partenza per aiutare se stessi e quel bambino ad andare avanti nel suo percorso di crescita. 

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