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Psicologia infantile
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Punizione: è davvero efficace?

Punizione: è davvero efficace?
Redazione
Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
13.1.2026
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Vai in camera tua! Sei in punizione! Una frase che ognuno ha sentito o pronunciato almeno una volta nella propria vita. Di fatto, però, basta poco per rendersi conto che non è l’unico modo per ottenere l’obbedienza da un bambino. La punizione altro non è che un metodo educativo espresso in termini di sanzione per un dato comportamento. Dare punizioni dovrebbe, dunque, ridurre la quantità delle volte che un bambino compie un comportamento non approvato dall’adulto, ma questo non sempre avviene e in questo articolo scopriremo perché.

Che cos’è la punizione?

Il concetto di punizione prende origine dal comportamentismo, un filone della psicologia nato agli inizi del Novecento. Tra i più noti psicologi comportamentisti ricordiamo John Watson e B.F. Skinner. Secondo la teoria del condizionamento operante di Skinner, quando un comportamento viene rinforzato aumentano le probabilità che si ripeta. In altre parole, se un bambino riceve una reazione positiva a un suo comportamento, è più probabile che in futuro questi ripeterà quell’azione.

Con la punizione avviene l’esatto opposto. Quando un comportamento è seguito da una punizione, diminuisce la probabilità che si ripeta. La sanzione di un comportamento legata a una punizione è determinata da una motivazione estrinseca, ovvero esterna alla persona. Il comportamento indesiderato tende a ridursi solo finché permane la punizione. A questo punto forse è importante chiedersi quando e se davvero è utile usare un castigo, partendo dal presupposto che educare un essere umano, un bambino, non significa modellarlo in base alle proprie esigenze, ma svilupparne il potenziale, favorendone lo sviluppo e l’autonomia.

Le diverse tipologie di punizione: definizioni e conseguenze

Nel contesto educativo, le punizioni possono assumere forme diverse, ognuna con specifiche implicazioni sullo sviluppo del bambino. Comprendere queste differenze è fondamentale per valutare l'impatto di ciascun metodo.

Le punizioni corporali comprendono qualsiasi forma di violenza fisica, come schiaffi o sculacciate. Numerosi studi, tra cui una revisione pubblicata su "The Lancet", hanno evidenziato che le punizioni fisiche sono associate a un aumento di comportamenti aggressivi, problemi emotivi e difficoltà relazionali nei bambini (Gershoff & Grogan-Kaylor, 2016). Inoltre, l'uso della punizione corporale è stato collegato a un rischio maggiore di comportamenti aggressivi, problemi di salute mentale e risultati scolastici peggiori nei bambini ("Corporal punishment and health...", 2022).

Le punizioni psicologiche comprendono l'umiliazione, l'isolamento o la minaccia di abbandono; queste forme possono minare l'autostima e la sicurezza emotiva del bambino, con effetti che in alcuni casi possono persistere nel tempo.

Le punizioni sottrattive, invece, consistono nel togliere privilegi o oggetti graditi (ad esempio, vietare la televisione o il gioco). Se usate in modo coerente e spiegando il motivo, possono risultare meno dannose, ma in alcuni casi rischiano comunque di non insegnare un comportamento alternativo.

Le punizioni riparative invitano il bambino a rimediare al danno causato (ad esempio, aiutare a pulire dopo aver sporcato); questo tipo di punizione, se ben guidata, può favorire la responsabilizzazione e lo sviluppo dell'empatia.

Ogni tipologia di punizione ha conseguenze diverse, e la ricerca suggerisce che le punizioni fisiche e psicologiche sono associate a un aumento del rischio di difficoltà emotive e comportamentali a lungo termine.

Foto di Monstera Production – Pexels

Quanto è efficace punire?

La punizione, sebbene possa sembrare efficace nell’immediato, si limita a bloccare un comportamento considerato indesiderato, che però rischia di ripresentarsi non appena la sanzione viene meno. È importante sottolineare che non esistono prove che la punizione corporale abbia effetti positivi sull’educazione o sul comportamento dei bambini (World Health Organization, 2022).

Allo stesso tempo, se non si propone un comportamento alternativo, non è affatto certo che il bambino sia in grado, da solo, di comprendere come comportarsi. Pensiamo, ad esempio, a un bambino che desidera ottenere un buon voto a scuola: una punizione, senza offrirgli una via alternativa, potrebbe portarlo ad arrendersi prima ancora di tentare. Questo è il caso in cui si manifesta l’impotenza appresa.

Analogamente, quando la punizione assume forme violente, sia fisiche sia di violenza psicologica, il ricorso a tali metodi può rappresentare per il bambino un trauma psicologico di difficile elaborazione. Inoltre, se il bambino apprende che la violenza è un modo accettabile di intervenire, tenderà a rispondere nello stesso modo e ad accettarne le conseguenze emotive.

Non va sottovalutato, infine, che la punizione può essere associata non tanto al comportamento da evitare, quanto alla persona che la infligge, soprattutto quando non si comprendono le ragioni per cui il proprio agire è ritenuto inappropriato. In questi casi, la punizione rischia di non produrre l’effetto desiderato.

L'impatto delle punizioni sullo sviluppo psicologico e relazionale

L'efficacia della punizione come metodo educativo è stata ampiamente studiata dalla psicologia contemporanea. Secondo l'American Psychological Association (APA), l'uso frequente di punizioni, soprattutto fisiche, è correlato a un aumento del rischio di ansia, depressione e comportamenti oppositivi nei bambini (American Psychological Association, Resolution on Physical Discipline of Children (2019).

Un'analisi condotta su oltre 160.000 bambini in tutto il mondo ha rilevato che circa il 60% dei bambini tra i 2 e i 14 anni è stato sottoposto a qualche forma di punizione fisica o psicologica in casa (UNICEF, 2021).

Dati più recenti confermano che la punizione fisica rimane una pratica diffusa: secondo una meta-analisi pubblicata su The Lancet (Cuartas et al., 2021), oltre il 60% dei bambini nel mondo è ancora esposto a forme di punizione fisica o psicologica. Questo dato sottolinea la necessità di promuovere programmi di prevenzione e approcci educativi positivi. Questi dati sottolineano quanto il fenomeno sia diffuso e quanto sia importante riflettere sulle sue conseguenze.

Le evidenze scientifiche mostrano che, sebbene le punizioni possano interrompere temporaneamente un comportamento indesiderato, raramente conducono a un cambiamento duraturo. Inoltre, la punizione fisica può causare più problemi di quanti ne risolva: ad esempio, i bambini tendono ad evitare l'insegnante punitivo, riducendo così la sua influenza positiva sull’educazione e lo sviluppo del bambino (Dubanoski et al., 1983). Questo effetto negativo si riflette anche sulla relazione di fiducia tra adulto e bambino, rendendo più difficile la comunicazione e la collaborazione futura.

Quando e come usare le punizioni?

Quando un bambino compie un’azione pericolosa o comunque inadeguata per la sua crescita, è necessario che venga fermato. La punizione in questo caso può servire, ma per utilizzarla bisogna che sia

  • immediata: deve essere strettamente legata al comportamento scorretto, spiegandone il motivo;
  • breve: va interrotta non appena si ha idea che il bambino ha modificato il proprio comportamento;
  • rara: se un bambino viene sempre punito non comprenderà più il senso della punizione stessa e la utilizzerà come metodo per attirare l’attenzione su di sé;
  • rivolta al comportamento e non al bambino stesso. Mai umiliare il bambino, piuttosto meglio sanzionare il comportamento scorretto.

La punizione inoltre non dovrebbe riguardare mai le relazioni, ad esempio punire un bambino non facendolo incontrare con un amico, né il cibo o la costrizione alla nanna. Altrettanto importante è che non sia esclusivamente un modo per liberare l’adulto dalla frustrazione o rabbia provata.

Foto di Pixabay – Pexels

Strategie educative alternative alla punizione

Molti esperti sottolineano che esistono metodi educativi più efficaci e rispettosi rispetto alla punizione. Strategie come il rinforzo positivo, che consiste nel premiare i comportamenti desiderati con lodi, attenzione o piccoli privilegi, aiutano il bambino a comprendere quali azioni sono apprezzate e a ripeterle nel tempo.

Inoltre, metodi alternativi alla punizione, come l'approccio dell'apprendimento sociale e la formazione nelle abilità comunicative, si sono dimostrati efficaci nel migliorare il comportamento in classe e nel facilitare l'apprendimento (Dubanoski et al., 1983) (Fonte: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/6686472/).

Il problem solving condiviso, che coinvolge il bambino nella ricerca di soluzioni ai comportamenti problematici, lo aiuta a sentirsi parte attiva del processo educativo e a sviluppare competenze sociali.

Il time-in, invece di isolare il bambino come nel time-out, prevede la presenza dell’adulto accanto al bambino durante un momento di difficoltà, offrendo supporto emotivo e aiutandolo a riconoscere e gestire le proprie emozioni.

Il modellamento, infine, permette agli adulti di mostrare con il proprio esempio come affrontare le situazioni difficili, insegnando strategie di gestione dei conflitti e di comunicazione efficace.

Negli ultimi anni, diversi studi hanno sottolineato l’efficacia dei programmi di positive parenting, come il Triple P – Positive Parenting Program (Sanders et al., 2020), che promuovono strategie educative basate sulla cooperazione, la regolazione emotiva e il rinforzo positivo. Questi approcci mirano a ridurre i comportamenti problematici nei bambini e a migliorare le competenze genitoriali, rafforzando il legame affettivo tra genitori e figli.

Queste alternative, se applicate con coerenza e sensibilità, possono favorire una crescita armoniosa e una relazione educativa basata sulla fiducia e sul rispetto reciproco.

Obbedienza senza punizione

Di fronte a un bambino che disubbidisce è importante chiedersi: “perché lo fa? Cosa vuole comunicare all’adulto?” Potrebbe non sentirsi abbastanza considerato, oppure vivere una situazione con un certo malessere, potrebbe essere un modo per evitare litigi tra i genitori, attirando l’attenzione su di sé…

Un bambino sicuro di sé, capace di ascoltarsi e che vive in un ambiente con regole, potrà imparare ad ascoltare l’altro e quindi obbedire. Perché questo avvenga è necessario rispettare la sua libertà d’azione e le sue scelte ogni volta che è possibile, consentendogli di fare ciò che desidera o sente di avere bisogno. Essere gratificato nei suoi bisogni, accolto, valorizzato e protetto è importante per la sua crescita evolutiva e per lo sviluppo della capacità di stare al mondo e di ascoltare se stessi e gli altri.

Maria Montessori sosteneva che ogni bambino, prima di ascoltare l’adulto, interroga e ascolta se stesso, il proprio “maestro interiore”, che è il precursore dello sviluppo della sua volontà. Perché un bambino impari a obbedire, deve farlo passando prima da sé, imparando ed esercitandosi a obbedire a se stesso.

Ciò non esclude che, in determinate circostanze, possa essere necessario avvalersi delle punizioni, ma occorre farlo tenendo a mente quanto e in che modo è utile. Farsi delle domande sul perché il proprio bambino disobbedisce, o chiedere un confronto a uno specialista psicologo infantile come uno degli psicologi online Unobravo può essere il punto di partenza per aiutare se stessi e quel bambino ad andare avanti nel suo percorso di crescita.

Il parent training è uno dei possibili interventi psicologici rivolti ai genitori per migliorare la gestione di eventuali problemi con i figli.

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