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Violenza verbale: segnali per riconoscerla e proteggerti

Violenza verbale: segnali per riconoscerla e proteggerti
Redazione
Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
25.2.2026
Violenza verbale: segnali per riconoscerla e proteggerti
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Problemi relazionali? Parlarne può aiutarti

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Le parole possono ferire quanto un colpo, anche se non lasciano lividi visibili.

Non è solo un modo di dire: in uno studio emerge che la violenza verbale risulta associata a conseguenze importanti sulla salute mentale, con un impatto spesso comparabile a quello della violenza fisica (White et al., 2024).

Proprio perché può insinuarsi nella quotidianità, la violenza verbale è un abuso subdolo e spesso lascia chi la subisce in una confusione profonda: “Sto esagerando?”, “Forse sono troppo sensibile?”.

In questo articolo faremo chiarezza su che cos’è la violenza verbale, quali sono i segnali a cui prestare attenzione e come proteggersi.
Riconoscerla è il primo passo per tutelare il proprio benessere e capire quando e come chiedere aiuto.

Violenza verbale: che cos’è davvero

La violenza verbale è un comportamento, spesso ripetuto, che può mirare a intimidire, umiliare o controllare l’altro attraverso le parole.
Si tratta di un abuso che può lasciare ferite profonde, anche se invisibili.

Diverso è il caso del conflitto o del litigio, in cui entrambe le parti hanno la possibilità di esprimersi e di riparare.
Nell’abuso, invece, c’è un disequilibrio di potere: chi agisce la violenza cerca di imporre il proprio controllo, svalutando l’altro.

Le forme di violenza verbale possono essere molteplici:

  • urla,
  • insulti,
  • minacce,
  • sarcasmo offensivo,
  • disprezzo,
  • silenzio punitivo,
  • derisione.

Questi comportamenti possono manifestarsi in diversi contesti: in coppia, in famiglia, sul luogo di lavoro o online.
In tutti i casi, la dinamica di fondo può essere la stessa: “ti parlo così per farti stare al tuo posto”.

E non riguarda solo la vita privata: una grande revisione di studi che ha raccolto i dati di oltre 69.000 operatori sanitari in 22 Paesi ha stimato che circa il 63% di loro abbia subito violenza verbale sul lavoro (Özgür Önal et al., 2023).
Riconoscere questi comportamenti è il primo passo per proteggersi e per chiedere aiuto.

Ramdhasuma - Pexels

Esempi e frasi che feriscono

La violenza verbale può manifestarsi tramite umiliazioni, svalutazioni, derisione, colpevolizzazione e discredito in pubblico.
Sono tutte modalità attraverso cui una persona cerca di sottomettere l’altra, ferendola con le parole.

Il ciclo della violenza verbale in una relazione può essere riconosciuto da alcuni segnali: la ripetitività degli episodi, la paura di parlare, l’aumento dell’aggressività.
Se ti stai chiedendo: “Quando una persona ti ferisce con le parole?”, forse hai già percepito che qualcosa non va.

Ecco alcune frasi tipiche della violenza verbale:

  • “Sei inutile”.
  • “Sei pazza”.
  • “Senza di me non sei nessuno”.
  • “Tutti ridono di te alle tue spalle”.
  • “Non vali niente”.
  • “Sei un fallimento”.
  • “Ti lasceranno tutti”.
  • “Non troverai mai di meglio”.
  • “Se non fai quello che dico, te ne pentirai”.
  • “Attento, potrei rovinarti la reputazione”.
  • “Nessuno ti crederà se parli”.

Queste frasi non sono argomentazioni, ma armi per sminuire, isolare e intimidire.
La violenza verbale può essere diretta o velata, come nel caso dell’ironia velenosa o del discredito in pubblico.
Dare un nome a questi segnali può aiutarti a proteggerti.

Quando diventa abuso emotivo e violenza psicologica

La violenza psicologica è un modello ripetuto nel tempo che erode sicurezza, autonomia e identità.
Quando la violenza verbale diventa sistematica, si trasforma in abuso emotivo.

L’abuso psicologico è un insieme di comportamenti manipolatori che mirano a controllare e dominare l’altro, privandolo della propria autonomia.
In alcuni casi, in ambito divulgativo si parla di “terrorismo psicologico” per indicare quel clima di minaccia costante che tiene la persona che lo subisce in uno stato di paura e allerta.

I segnali dell’abuso psicologico sono:

  • Isolamento: l’abusante cerca di allontanare la vittima da amici e familiari.
  • Controllo: ogni aspetto della vita della vittima viene monitorato.
  • Intimidazione: sguardi, gesti o parole che incutono timore.
  • Imprevedibilità: la vittima non sa mai cosa aspettarsi.
  • Minacce velate: frasi ambigue che insinuano paura.

Una critica costruttiva si basa sul rispetto e ha l’obiettivo di migliorare la relazione.
Nella violenza verbale, invece, manca la responsabilità e la volontà di riparare il danno.

Dopo l’aggressione, può esserci una fase di “luna di miele” in cui la persona che ha agito la violenza si scusa, fa promesse o minimizza l’accaduto, arrivando talvolta a spostare la responsabilità sull’altra persona.
Questo ciclo può confondere chi subisce la violenza e contribuire a mantenerla nella relazione.

Un piccolo test per orientarti

Riconoscere la violenza psicologica non è semplice, soprattutto quando si è coinvolti in prima persona.
Ecco un piccolo strumento di orientamento per aiutarti a riflettere sulla tua situazione.
Rispondi sinceramente alle seguenti domande:

  • Ti capita di sentirti costantemente in allerta, come se dovessi “camminare sulle uova”?
  • Hai paura di esprimere i tuoi pensieri o di dire “no”?
  • Ti autocensuri per evitare reazioni spiacevoli?
  • Ti senti spesso in colpa o sbagliato, anche senza un motivo chiaro?
  • Chiedi scusa frequentemente, anche quando non comprendi cosa hai fatto di male?
  • Noti che i tuoi confini personali vengono ignorati o non rispettati?
  • Sei stato oggetto di minacce, anche velate?
  • Senti di essere controllato nelle tue azioni o decisioni?
  • Ti capita di essere svalutato o umiliato verbalmente?
  • L’ambiente in cui vivi ti sembra imprevedibile e instabile?

Se hai risposto “sì” a più di queste domande, potresti trovarti in una situazione di violenza psicologica e può essere utile parlarne con un professionista.
Ricorda che la tua sicurezza è la priorità.

Gaslighting: quando ti fanno dubitare di te

Il gaslighting è una forma di manipolazione psicologica in cui la persona che la subisce viene indotta a dubitare di sé stessa e della propria percezione della realtà, rendendola sempre più dipendente dal giudizio dell’altro.
Chi attua questa strategia nega i fatti, ribalta la responsabilità e confonde la percezione della persona.

Questo meccanismo si basa su frasi manipolative come: “Te lo sei inventato”, “Sei troppo sensibile”, “Non è mai successo”.

Il gaslighting può avere effetti devastanti: la persona può perdere fiducia nella propria memoria e sentirsi confusa e isolata.
Se ti riconosci in questa dinamica, ci sono alcune strategie pratiche che possono aiutarti:

  1. confronta la tua versione dei fatti con persone fidate,
  2. annota episodi e messaggi per avere un riscontro oggettivo,
  3. ristabilisci confini chiari e interrompi la discussione quando diventa distorsiva.

Gli effetti sulla mente e sull’autostima

La violenza verbale e psicologica può lasciare segni profondi nella mente: quando gli attacchi si ripetono, è come se le parole dell’altra persona diventassero una voce interiore critica, che alimenta vergogna e senso di colpa.
Col tempo si può arrivare a pensare di “meritare” le offese, perdendo fiducia in sé stessi e nel proprio valore.

Non è solo una sensazione:  per esempio, in un'indagine è emerso che il 50,6% delle donne e il 28,3 degli uomini che hanno subito violenza da parte del partner riportano conseguenze che ricordano quelle osservate dopo eventi stressanti o traumatici (Leemis et al., 2022).
Questo, però, non significa automaticamente avere una diagnosi di Disturbo da stress post-traumatico (PTSD), per una diagnosi servono criteri specifici e una valutazione clinica.

A lungo termine, questa dinamica può tradursi in ansia, depressione, insonnia, sintomi post-traumatici e sintomi somatici come mal di testa, tensioni o problemi gastrointestinali.
Anche le relazioni ne risentono: si può diventare diffidenti, temere l’intimità, evitare i conflitti o sentirsi sempre “in allerta”.

E può cambiare il modo in cui ci si percepisce: ci si sente confusi, diversi, come se l’identità si fosse consumata.
Se ti ritrovi in queste parole, ricordalo: non è colpa tua.
La violenza psicologica è subdola e può colpire chiunque; chiedere aiuto è un atto di coraggio e di protezione.

Perché è difficile andare via, anche se fa male

Interrompere una relazione caratterizzata da violenza verbale può essere molto complesso e doloroso.
Anche quando il rapporto fa soffrire, esistono dinamiche che possono intrappolare e rendere difficile andare via.

Una di queste è il legame traumatico, che può instaurarsi quando la vittima si lega profondamente al proprio aggressore, alternando momenti di abuso a fasi di affetto e riappacificazione.
Questo ciclo di tensione, esplosione e riconciliazione crea confusione e dipendenza emotiva.

L’isolamento e la dipendenza (emotiva, economica, logistica) sono strategie che l’aggressore può utilizzare per controllare la vittima.
La paura delle conseguenze e della reazione dell’altro può paralizzare e impedire di chiedere aiuto.

Spesso la vittima si sente in colpa e minimizza la gravità della situazione, sperando che l’altra persona possa cambiare.
La presenza di figli e la pressione sociale possono complicare ulteriormente il quadro, facendo sentire la persona responsabile della tenuta della famiglia o della coppia.

Come proteggerti in modo assertivo

Se ti trovi in una situazione di umiliazione o svalutazione, può essere importante conoscere alcune strategie per proteggerti.
Ecco un elenco di azioni che puoi mettere in atto:

  1. Interrompi la conversazione: se ti senti sopraffatto, è legittimo fermare l’interazione. Puoi dire: “Non voglio continuare questa conversazione” oppure “Ho bisogno di fermarmi ora”.
  2. Prendi distanza: allontanati fisicamente o temporalmente. Uscire dalla stanza o chiedere una pausa può aiutare a ristabilire un senso di sicurezza.
  3. Sii assertivo: usa frasi brevi e chiare per segnare un confine. Per esempio: “Non accetto di essere insultato” oppure “Questo modo di parlare mi ferisce”.
  4. Evita giustificazioni infinite: non sei obbligato a spiegare o difenderti all’infinito. La tua percezione conta.
  5. Fai de-escalation: se percepisci un rischio, è più importante la tua sicurezza che avere ragione. Riduci la tensione e cerca di uscire dalla situazione.
  6. Attiva la tua rete di supporto: parla con amici, familiari o professionisti. Avere un piano di sicurezza è fondamentale.
  7. Documenta gli episodi: annota date, messaggi e testimoni. Questo materiale può essere utile in un secondo momento.

Non è necessario affrontare tutto da sola o da solo. I centri antiviolenza, il supporto psicologico e il consulto legale sono risorse preziose.

Come aiutare un amico o un familiare

Quando un amico o un familiare ti racconta di subire violenza verbale, il primo passo è ascoltare e credere.
Le vittime spesso si sentono confuse e colpevoli.Validare le loro emozioni e il loro vissuto è fondamentale.

Evita di minimizzare o di colpevolizzare: “Forse hai frainteso”, “Sei troppo sensibile”, “Ma perché non reagisci?”.
Ci sono frasi che, pur partendo da buone intenzioni, possono fare più male che bene:

  • “Devi lasciarlo subito.”
  • “Non capisco perché non te ne vai.”
  • “Basta che non gli dai corda.”

Ricorda che la persona potrebbe essere in una situazione di pericolo o di dipendenza emotiva.
Serve pazienza, non pressioni.

L’aiuto concreto può fare la differenza: accompagnare la persona, offrire un luogo sicuro, aiutarla a pianificare una strategia di sicurezza (per esempio monitorando i contatti, proteggendo la privacy digitale o raccogliendo informazioni utili senza esporsi a rischi inutili).

Denuncia e tutele: quando la violenza verbale è reato

La violenza verbale non è sempre un reato, ma in alcuni casi può assumere rilevanza penale.
Capire se si tratta di un’aggressione verbale che costituisce reato dipende dal contesto e dai contenuti.

Alcune fattispecie che possono configurare reato sono:

  • Minacce: intimidazioni che fanno temere per la propria incolumità.
  • Molestie: comportamenti fastidiosi e ripetuti che turbano la tranquillità.
  • Diffamazione: offese che ledono la reputazione di una persona davanti a terzi.
  • Stalking: atti persecutori ripetuti che generano ansia e paura.
  • Maltrattamenti in famiglia: violenze verbali reiterate all’interno del nucleo familiare.

Se ti trovi in una situazione del genere, è importante sapere come muoverti.
La denuncia è un atto formale con cui si segnala un reato alle forze dell’ordine, mentre la querela è una richiesta di punizione per un reato subito.

Puoi rivolgerti a polizia, carabinieri, avvocati o centri antiviolenza.
Se stai pensando di procedere con una denuncia per violenza psicologica, può aiutare raccogliere prove concrete come messaggi, email, registrazioni audio , testimonianze di chi ha assistito e referti medici.

Questo è importante anche perché molte situazioni non arrivano mai a una segnalazione ufficiale: secondo i primi risultati dell’indagine ISTAT, i comportamenti di denuncia restano bassi e sostanzialmente stabili. Circa il 10,5% delle vittime ha denunciato la violenza subita da partner o ex partner negli ultimi cinque anni (ISTAT, 2025).

Le conseguenze variano in base alla gravità dei fatti e alle prove raccolte.
Questo articolo non sostituisce una consulenza legale.
Se pensi di essere vittima di violenza verbale, valuta la possibilità di chiedere supporto  per tutelare la tua sicurezza e definire una strategia adeguata.

Bullismo verbale e cyberbullismo: non è “solo uno scherzo”

Il bullismo verbale non è uno scontro tra pari, ma un attacco mirato e ripetuto, con la volontà di ferire.Chi lo mette in atto cerca di umiliare, isolare e annientare utilizzando insulti, minacce, derisioni, soprannomi offensivi, esclusione dal gruppo.
Nel cyberbullismo, queste dinamiche si amplificano: meme, commenti d’odio e montaggi umilianti possono raggiungere centinaia di persone in pochi secondi.

Le conseguenze sono profonde: crollo dell’autostima, ansia, ritiro sociale, calo del rendimento scolastico.

Se ti riconosci in questa situazione puoi:

  • Parlare con un adulto di riferimento.
  • Coinvolgere la scuola.
  • Segnalare i contenuti sulle piattaforme.
  • Conservare le prove digitali.
  • Valutare un supporto psicologico.

Un nuovo inizio: chiedere aiuto e tornare a respirare

Ritrovare la forza di credere in te stesso è possibile.
Un percorso di sostegno psicologico può aiutarti a ricostruire i confini, il senso di sicurezza e l’autostima, a rimettere a fuoco la realtà e i tuoi bisogni.
Non dovrai affrontare tutto da solo: passo dopo passo, potrai elaborare l’impatto dell’esperienza , uscire dalla colpa e dal dubbio, e tornare a respirare.

Se senti che è il momento di chiedere aiuto, Unobravo è qui per te. Puoi iniziare il tuo percorso anche online, con professionisti pronti ad ascoltarti e a camminare al tuo fianco.

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