Cancro e ruolo professionale: come conciliare leadership e senso di vulnerabilità?

Tutti si aspettano che io regga, anche adesso.
Non so più a chi mostrare come sto davvero.
Chi ricopre un ruolo di responsabilità costruisce nel tempo un'immagine di controllo e stabilità, che diventa parte integrante della propria identità professionale e personale.
Quando arriva una diagnosi di cancro, questo equilibrio può incrinarsi. Ti trovi di fronte a una fragilità che il ruolo sociale non sembra contemplare e che non sai bene come accogliere.
Il punto, spesso, non è la capacità di continuare a lavorare. È la possibilità di essere visti per ciò che stai davvero vivendo, senza dover recitare una parte.
Molte persone in posizioni di guida possono sentire il bisogno di mostrarsi forti anche nella sfera privata e affettiva. E così la solitudine emotiva che la malattia può portare con sé rischia di farsi ancora più pesante da sostenere.
Le radici del conflitto
Perché chi guida fatica a mostrarsi vulnerabile
Se mi vedono debole, penseranno che non ce la faccio.
Ho sempre risolto i problemi degli altri, non i miei.
Prima di tutto, riconoscere questo conflitto è già un passo importante. Comprendere a fondo perché ti risulta così difficile abbassare la guardia proprio ora, mentre affronti la malattia, può essere più semplice con l'aiuto di uno/a psicologo/a, che può offrirti uno spazio in cui non devi dimostrare nulla.
Proviamo, intanto, a esplorare insieme alcune possibili ragioni che sono alla base di questa difficoltà a conciliare il ruolo di guida con il bisogno di essere accolti.
Cosa associamo alla leadership
- Il ruolo di guida viene spesso associato a competenza, stabilità e assenza di debolezze, per cui mostrarsi vulnerabili può sembrare una minaccia alla propria credibilità.
- Anni di abitudine a gestire crisi e a risolvere i problemi altrui possono rendere difficile invertire lo schema e ammettere di avere bisogno di supporto.
- La mancanza di esempi che mostrino persone allo stesso tempo fragili e competenti rende difficile immaginare un'alternativa a questa dinamica.
Il timore del giudizio
- La paura di essere sostituiti, giudicati inadeguati o percepiti come meno affidabili può spingere a nascondere la diagnosi o a minimizzarne l'impatto anche con i colleghi più stretti.
- Il timore di deludere le aspettative di chi ti considera un punto di riferimento può generare un forte senso di responsabilità.
- Questo senso di responsabilità, a lungo andare, rischia di trasformarsi in isolamento, proprio nel momento in cui avresti bisogno di vicinanza.

Vissuti concreti
Situazioni in cui potresti riconoscerti
Sono uscito dalla chemio e sono corso in ufficio.
Rassicuro tutti, ma io chi rassicura?
A volte è più facile riconoscersi in situazioni concrete che in una descrizione generale. Ecco alcuni momenti in cui potresti ritrovarti.
Sul lavoro
- Continuare a partecipare a riunioni importanti anche durante le cure, cercando di nascondere stanchezza o eventuali effetti collaterali per non apparire meno efficienti.
- Comunicare la diagnosi al team con un tono rassicurante e distaccato, minimizzando il proprio vissuto per non generare preoccupazione.
- Rifiutare il supporto psicologico offerto dall'azienda, per il timore che chiedere aiuto venga letto come un segnale di debolezza professionale.
- Rispondere a mail e chiamate anche durante i ricoveri, usando l'attività professionale come rifugio dalla paura e dal dolore.
Nella sfera privata
- Evitare di parlare della malattia con il/la partner o i familiari con la stessa apertura che ti concederesti se non fossi la persona forte di casa.
- Rassicurare continuamente chi ti sta vicino sulle tue condizioni, per non farli preoccupare, anche quando dentro di te avresti bisogno di essere tu a ricevere conforto.
- Accettare di parlare della propria vulnerabilità solo in contesti esterni e anonimi, come un gruppo di supporto tra sconosciuti, dove nessuno ti conosce nel tuo ruolo.
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Se convivere con la malattia sta diventando troppo difficile, non devi affrontarlo per forza da solo. Trova lo psicologo adatto a te: bastano pochi minuti.
Strategie pratiche
Come prenderti cura di te senza rinunciare a chi sei
Con la mia terapeuta non devo essere il capo.
Ho detto a mia moglie come sto davvero, per la prima volta.
Individuare uno spazio in cui deporre il ruolo
Puoi provare a individuare almeno un contesto, personale o professionale, in cui ti sia possibile mettere da parte il ruolo di guida e mostrarti semplicemente come una persona che sta attraversando una malattia. Anche un solo luogo di questo tipo può alleggerire molto.
Distinguere due bisogni diversi
Potresti riconoscere che il bisogno di continuare a essere un riferimento per gli altri e il bisogno di essere accolti nella propria fragilità sono due cose distinte. Non si escludono a vicenda, infatti puoi coltivarli entrambi, in momenti e spazi diversi.
Sperimentare piccole aperture
Puoi provare a condividere con una persona fidata non solo i dati clinici, ma anche le emozioni reali legate alla malattia. Non serve raccontare tutto in una volta. Anche una frase sincera può aprire uno spazio nuovo.
Informarti sulle tutele disponibili
Potresti raccogliere informazioni sugli strumenti a tua disposizione, come permessi, flessibilità o congedi. Conoscere queste possibilità può alleggerire la pressione di dover apparire sempre performante.
Ripensare cosa significa leadership
Puoi provare a rivedere la definizione stessa di guida, includendo l'autenticità e la capacità di chiedere aiuto tra le competenze, e non tra le mancanze. Riconoscere i propri limiti può diventare parte di un modo più autentico e sostenibile di vivere il proprio ruolo.
Considerare un percorso di psicoterapia
Un percorso con uno/a psicologo/a può offrirti uno spazio protetto e confidenziale, distinto dal contesto lavorativo, dove non è necessario mantenere alcuna facciata. Non serve aspettare che la situazione diventi molto difficile. La terapia è uno spazio in cui puoi sentirti capito e sostenuto mentre affronti tutto questo, e in cui esplorare il rapporto tra il tuo ruolo e la tua vulnerabilità.
Parla di come ti senti a uno psicologo online
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Un nuovo equilibrio
Essere un riferimento e concedersi la fragilità
Chiedere aiuto non mi ha reso meno affidabile.
Posso guidare gli altri e lasciarmi guidare, a volte.
La forza che percepisci come indispensabile al tuo ruolo può trasformarsi in una gabbia, quando arriva una malattia che richiede invece accoglienza e cura di sé.
In realtà, non c'è una vera contraddizione tra essere un punto di riferimento per gli altri e permetterti, in altri momenti, di essere fragile. Le due cose possono convivere.
Riconoscere il bisogno di un luogo sicuro in cui non dover essere forte non è un fallimento personale. È piuttosto un atto di consapevolezza e di cura verso te stesso.
La solitudine emotiva di chi guida durante la malattia può ridursi quando accetti che la vulnerabilità condivisa con le persone giuste non compromette la tua autorevolezza.
Questo percorso parte spesso da piccoli passi come un confronto onesto, una richiesta di aiuto, uno spazio in cui poter essere semplicemente te stesso. E se senti che da solo è difficile, valutare il supporto di uno/a psicologo/a può essere un modo per non affrontare tutto questo in solitudine.
Il passo successivo, se ti senti pronto/a
La terapia psicologica non è solo per chi attraversa un momento di crisi. È uno spazio di ascolto per prenderti cura del tuo benessere mentale.
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FAQ
Domande frequenti
Perché è difficile mostrarsi vulnerabili quando si ha un ruolo di leadership e si affronta una malattia come il cancro?
Il ruolo di guida viene spesso associato a competenza, stabilità e assenza di debolezze, per cui mostrarsi vulnerabili può sembrare una minaccia alla propria credibilità. Anni di abitudine a gestire crisi e a risolvere i problemi altrui possono rendere difficile invertire lo schema e ammettere di avere bisogno di supporto. Manca inoltre l'esempio di persone allo stesso tempo fragili e competenti, il che rende difficile immaginare un'alternativa. La paura di essere sostituiti, giudicati inadeguati o percepiti come meno affidabili può spingere a nascondere la diagnosi o a minimizzarne l'impatto anche con i colleghi più stretti, generando un forte senso di responsabilità che rischia di trasformarsi in isolamento.
Quali sono i segnali che indicano che si sta nascondendo la propria fragilità sul lavoro durante la malattia?
Alcuni segnali concreti sono continuare a partecipare a riunioni importanti anche durante le cure, cercando di nascondere stanchezza o eventuali effetti collaterali per non apparire meno efficienti, oppure comunicare la diagnosi al team con un tono rassicurante e distaccato, minimizzando il proprio vissuto per non generare preoccupazione. Anche rifiutare il supporto psicologico offerto dall'azienda per il timore che chiedere aiuto venga letto come un segnale di debolezza professionale è un segnale, così come rispondere a mail e chiamate anche durante i ricoveri, usando l'attività professionale come rifugio dalla paura e dal dolore.
È normale sentirsi soli emotivamente quando si deve essere sempre il punto di riferimento per gli altri anche durante la malattia?
Sì, molte persone in posizioni di guida possono sentire il bisogno di mostrarsi forti anche nella sfera privata e affettiva, e così la solitudine emotiva che la malattia può portare con sé rischia di farsi ancora più pesante da sostenere. Nella sfera privata questo può portare a evitare di parlare della malattia con il partner o i familiari con la stessa apertura che ci si concederebbe se non si fosse la persona forte di casa, oppure a rassicurare continuamente chi ci sta vicino sulle proprie condizioni, anche quando dentro di sé si avrebbe bisogno di essere accolti e ricevere conforto.
Come si può conciliare il bisogno di continuare a guidare gli altri con quello di essere accolti nella propria fragilità?
Si può riconoscere che il bisogno di continuare a essere un riferimento per gli altri e il bisogno di essere accolti nella propria fragilità sono due cose distinte che non si escludono a vicenda: è possibile coltivarli entrambi, in momenti e spazi diversi. Un modo per farlo è individuare almeno un contesto, personale o professionale, in cui sia possibile mettere da parte il ruolo di guida e mostrarsi semplicemente come una persona che sta attraversando una malattia. Anche un solo luogo di questo tipo può alleggerire molto. Non c'è una vera contraddizione tra essere un punto di riferimento per gli altri e permettersi, in altri momenti, di essere fragili: le due cose possono convivere.
Cosa si può fare in concreto per iniziare ad aprirsi sulla propria vulnerabilità mentre si affronta il cancro?
Si può provare a condividere con una persona fidata non solo i dati clinici, ma anche le emozioni reali legate alla malattia, senza bisogno di raccontare tutto in una volta: anche una frase sincera può aprire uno spazio nuovo. È utile anche raccogliere informazioni sugli strumenti a disposizione, come permessi, flessibilità o congedi, per alleggerire la pressione di dover apparire sempre performanti. Può aiutare anche ripensare la definizione stessa di guida, includendo l'autenticità e la capacità di chiedere aiuto tra le competenze e non tra le mancanze, riconoscendo i propri limiti come parte di un modo più autentico di vivere il proprio ruolo.
Domande frequenti sulla terapia
Quanti tipi di terapia ci sono in Unobravo?
Con Unobravo potrai svolgere terapia psicologica individuale o terapia di coppia, a seconda delle tue necessità. Per esempio, la terapia individuale dopo un tradimento può essere utile per migliorare la comunicazione e affrontare le sfide personali che influenzano le dinamiche relazionali. La scelta, dopo un tradimento, della terapia individuale o di coppia dipende dalle esigenze di ciascuna persona.
Cos'è e in cosa consiste la terapia individuale con Unobravo?
Un percorso di terapia individuale può offrire uno spazio sicuro per esplorare le proprie emozioni e i propri comportamenti insieme a un professionista della salute mentale.
Anche se non è sempre semplice capire come iniziare un percorso psicologico, con Unobravo non dovrai preoccuparti di come scegliere uno psicologo. Ti basterà compilare il questionario e incontrare nel primo colloquio gratuito lo psicologo che ti è stato assegnato tra gli psicologi Unobravo.
Se sarà il professionista adatto a te, inizierete insieme un percorso creato su misura per te.
Terapia online: perché sceglierla?
Con uno psicologo online Unobravo puoi prenderti cura di te ovunque tu sia. Potrai utilizzare l'app o la Web App per fissare i tuoi appuntamenti, svolgere le sedute, chattare con il tuo psicologo ed effettuare pagamenti sicuri.
Tutto comodamente online, utilizzando qualsiasi dispositivo e collegandoti dove e quando vuoi.
Quali sono i prezzi della terapia individuale?
Il prezzo dello psicologo in presenza può variare molto, senza contare il tempo e il costo per raggiungere lo studio del professionista.
Con Unobravo ogni seduta ha un prezzo fisso e accessibile di 49 € e puoi incontrare il tuo psicologo anche in viaggio, in vacanza o in una pausa dal lavoro, senza investire tempo e denaro per gli spostamenti.
Per connetterti con il tuo benessere psicologico ti basterà solo un click.
Quanto dura un percorso di terapia individuale?
A decidere quanto dura un percorso psicologico sarete tu e il tuo Unobravo: ogni persona è unica, così come lo sarà il viaggio verso il tuo benessere psicologico.
Come faccio a sapere se ho bisogno di fare terapia?
Ogni processo terapeutico è unico e la motivazione o la necessità di iniziare un percorso di terapia varia da persona a persona. È importante ricordare che andare in terapia non solo aiuta ad affrontare le difficoltà e a trattare i disturbi, ma sostiene anche chi desidera intraprendere un percorso di crescita personale e fornisce strumenti e strategie utili per migliorare il benessere quotidiano.
È importante ricordare che fare terapia non è un segno di debolezza ma di cura di sé, quindi non c'è bisogno di aspettare di raggiungere il nostro limite per chiedere aiuto.
La terapia di coppia può aiutare in questo caso?
Se ho sempre gestito tutto da solo/a, come faccio ad aprirmi con il/la partner sulla malattia?
Quando per anni hai ricoperto un ruolo di guida, anche nella coppia può capitare di aver interpretato inconsapevolmente la parte di chi sostiene e non di chi ha bisogno. La terapia di coppia può offrire uno spazio guidato in cui iniziare a comunicare emozioni che da soli fatichereste a esprimere. Non è necessario arrivare già pronti a raccontare tutto. Uno/a psicoterapeuta può aiutare entrambi a trovare un ritmo e un linguaggio che rispettino i tempi di ciascuno, senza forzare l'apertura.
Il/la mio partner vorrebbe che condividessi di più come sto, ma io tendo a minimizzare. La terapia di coppia può aiutare?
Questa dinamica è piuttosto diffusa quando una persona è abituata a rassicurare gli altri più che a farsi accogliere. In terapia di coppia potete esplorare insieme perché nasce questo bisogno di minimizzare e cosa significa, per il/la partner, sentirsi tenuto fuori. Non si tratta di attribuire colpe, ma di costruire una comunicazione più autentica, dove entrambi possano sentirsi parte del percorso della malattia, non solo chi la vive direttamente.
È utile iniziare un percorso di coppia anche se la nostra relazione funziona bene, nonostante la diagnosi?
La terapia di coppia può essere utile anche quando la relazione funziona bene e non è presente una crisi. Può rappresentare uno spazio in cui rafforzare ulteriormente la complicità già esistente, imparando a gestire insieme una fase delicata come la malattia. Anche le coppie solide possono trovare beneficio nell'avere un contesto protetto dove esprimere paure o fragilità che, per abitudine o per proteggere l'altro, spesso restano taciute nella quotidianità.
Come propongo al/alla partner di iniziare una terapia di coppia senza che si senta preoccupato/a o giudicato/a?
Potresti presentarlo come un'opportunità per stare più vicini durante un momento delicato, piuttosto che come segnale di allarme. Spiegare che desideri uno spazio condiviso per esprimere ciò che dentro di te fatichi a dire, può aiutare il/la partner a comprendere che si tratta di un gesto di apertura e non di distanza. Sottolineare che il percorso è pensato per entrambi, e non per "correggere" qualcosa che non va, può rendere la proposta più naturale da accogliere.
In cosa la terapia di coppia si differenzia da un percorso individuale, quando si affronta una malattia come questa?
Il percorso individuale ti permette di esplorare il rapporto tra il tuo ruolo e la tua vulnerabilità in uno spazio tutto tuo, senza dover mediare con nessuno. La terapia di coppia, invece, lavora sulla relazione, quindi su come voi due comunicate la malattia, su cosa si aspettano l'uno dall'altro e su come costruire insieme un equilibrio nuovo. I due percorsi non sono in competizione e possono anche coesistere, offrendo prospettive complementari sullo stesso momento di vita.
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Foto Alt: Uomo alla scrivania di sera, mano su un portatile chiuso, sguardo assente oltre lo schermo del telefono.
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