Senso di solitudine dopo il cancro: perché ci si sente distanti dalle persone care?

Senso di solitudine dopo il cancro: perché ci si sente distanti dalle persone care?
"Loro festeggiano e io mi sento ancora in pausa"
"Le cure sono finite, ma io no"

Le cure sono terminate e attorno a te tutti sembrano tirare un sospiro di sollievo. Chi ti sta vicino ha ricominciato a parlare di progetti, di lavoro, di weekend, come se quel capitolo si fosse chiuso.

Eppure tu ti senti ancora fermo, in un punto che gli altri sembrano aver superato. Provi paura, vuoto, a volte perfino rabbia, e ti sembra di essere l'unico a portare ancora addosso il peso di ciò che hai vissuto.

Se ti riconosci in questa sensazione, sappi che non c'è nulla di strano in ciò che provi. Per chi ha attraversato la malattia sulla propria pelle, il percorso emotivo non si conclude nello stesso momento in cui finiscono le terapie.

Esiste spesso uno scarto tra i tempi di chi ha vissuto la malattia 'da dentro' e quelli di chi le è stato accanto 'da fuori'. È una delle esperienze più silenziose e meno raccontate della fase che segue la guarigione.

Le possibili ragioni

Da dove nasce questa distanza inattesa

"Loro pensano sia finita, per me è appena iniziato"
"Ho paura che torni, ma non lo dico a nessuno"

Comprendere a fondo perché ti senti così può non essere semplice da soli, ed è un percorso che il supporto di uno/a psicologo/a specializzato in oncologia può rendere più leggero, offrendoti uno spazio dove le tue emozioni vengono accolte senza fretta.

Proviamo, intanto, a esplorare insieme alcune possibili ragioni che sono alla base del senso di solitudine che può emergere dopo la fine delle cure.

Tempi emotivi che non coincidono

  • Chi ti è stato accanto vive un sollievo naturale alla fine delle terapie e può interpretarlo come un segnale per 'voltare pagina' e tornare alla vita di prima.
  • Per chi ha vissuto la malattia, invece, il processo di elaborazione può essere appena all'inizio, anche quando dall'esterno tutto sembra risolto.
  • Questo diverso ritmo può creare una distanza proprio nel momento in cui ti aspetteresti maggiore vicinanza.

Ciò che resta e non si vede

  • La paura di una recidiva può rimanere presente anche dopo la remissione, ma è meno visibile e quindi meno riconosciuta da chi osserva dall'esterno.
  • Il rapporto con il proprio corpo può essere cambiato, così come la percezione di sé rispetto alla persona che eri prima della diagnosi.
  • Il diradarsi delle visite mediche e il rientro nella routine possono togliere all'improvviso le strutture di sostegno che ti avevano accompagnato nella fase attiva.

Sentire di dover essere forti

  • Molte persone che hanno affrontato il cancro sentono il dovere di apparire forti e di non 'pesare' più sugli altri proprio ora che la fase acuta è passata.
  • Esprimere ancora tristezza o paura può sembrare, a chi lo vive, quasi un tradimento della gioia altrui.
  • Così si finisce per tenere dentro emozioni complesse come vuoto, rabbia o senso di colpa, alimentando un isolamento che ci si è imposti da soli.
Prospettiva clinica
Quando le persone care tornano alla vita di prima, il loro sollievo può essere sincero e, allo stesso tempo, lasciarti con la sensazione di restare indietro da solo. A volte chi ci ama va avanti anche perché fatica a stare vicino a una paura che ricorda anche a loro quanto tutto sia stato fragile. Cosa cambierebbe, per te, poter dire ad alta voce che dentro il tuo percorso continua?
Martina Truppo
Martina Truppo
Psicoterapeuta Unobravo
Momenti di vita reale

Situazioni in cui potresti riconoscerti

"Se dico che ho paura, mi guardano come un guastafeste"
"Sono tornata al lavoro, ma non mi sento più la stessa"

A volte questa distanza si manifesta in episodi concreti della quotidianità, piccole scene che lasciano un senso di solitudine difficile da spiegare. Ecco alcune situazioni in cui potresti ritrovarti.

Nel rapporto con le persone care

  • Il/la partner che, sollevato dalla fine delle terapie, torna a parlare solo di lavoro e vita quotidiana, evitando ogni riferimento alla malattia come se non fosse mai accaduta.
  • Amici che si complimentano per la 'vittoria' ma cambiano discorso o si allontanano quando esprimi ancora paura o insicurezza.
  • Familiari che minimizzano un malessere fisico dicendo 'ormai è finita, pensa positivo', lasciandoti con la sensazione di essere incompreso e in colpa per non esserti già ripreso anche dentro.

Nel confronto con gli altri

  • La sensazione di essere l'unico, tra amici e parenti, a pensare ancora ogni giorno alla possibilità di una recidiva, mentre gli altri sembrano aver dimenticato tutto.
  • Il ritorno al lavoro o alla vita sociale, dove ci si aspetta che tutto prosegua come prima, senza spazio per raccontare la fatica di sentirti diverso rispetto a chi eri.
  • Il silenzio che cala in famiglia quando provi a parlare delle emozioni difficili legate al 'dopo', vissuto come se rovinassi il clima di festa per la guarigione.
Un momento per fermarsi
Ti riconosci in una di queste situazioni?

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Quando la malattia condiziona il tuo benessere, parlarne può aiutare

Se convivere con la malattia sta diventando troppo difficile, non devi affrontarlo per forza da solo. Trova lo psicologo adatto a te: bastano pochi minuti.

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Strategie pratiche

Come prenderti cura di ciò che provi

"Parlarne con chi mi capisce mi ha alleggerito"
"Ho capito che potevo darmi i miei tempi"
1

Dare un nome a ciò che senti

Provare a riconoscere e nominare le emozioni che vivi, che sia paura, vuoto, rabbia o senso di colpa, può essere un primo passo per non sentirle come qualcosa di fuori luogo rispetto alla guarigione. Sono reazioni comprensibili a un'esperienza importante.

2

Raccontare ai tuoi cari che il percorso continua

Potresti provare a spiegare alle persone vicine che, per te, il cammino emotivo non si è concluso con la fine delle cure. Anche solo far capire che hai bisogno di tempi diversi dai loro può aiutare a colmare il divario di aspettative.

3

Cercare chi ha vissuto qualcosa di simile

Confrontarti con altre persone che hanno affrontato un'esperienza vicina alla tua, ad esempio attraverso gruppi di sostegno tra pari, può farti sentire meno solo e meno incompreso. Ritrovarsi nelle parole di qualcun altro può essere un grande sollievo.

4

Concederti i tuoi tempi

Puoi darti il permesso di procedere con il tuo ritmo, senza sentirti in dovere di dimostrare gratitudine costante o forza continua di fronte a chi si aspetta un rapido ritorno alla vita di prima. Il tuo percorso ha bisogno del suo spazio.

5

Ritagliarti momenti di respiro

Quando ti senti sopraffatto, potresti provare a dedicare del tempo a qualcosa che ti fa stare bene, anche piccolo: una passeggiata, la lettura, un'attività che ti riporti a te. Non devi risolvere tutto in una volta.

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Prendere in considerazione un supporto psicologico

Un percorso con uno/a psicologo/a specializzato in oncologia può offrirti uno spazio dove elaborare come è cambiata la percezione di te e integrare l'esperienza della malattia senza esserne definito per sempre. Non è necessario aspettare che la fatica diventi molto pesante per chiedere aiuto: la terapia può rappresentare uno spazio di ascolto in cui sentirti capito e sostenuto.

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Uno sguardo avanti

Ritrovare un senso di vicinanza, con i tuoi tempi

"Non ero ingrato, avevo solo bisogno di tempo"
"Piano piano mi sto riavvicinando a chi amo"

La distanza che percepisci nelle persone care dopo la guarigione non nasce quasi mai da indifferenza reale, ma da un diverso ritmo di elaborazione di ciò che avete attraversato insieme, ognuno dal proprio punto di vista.

Sentirsi soli dopo il cancro è un vissuto comune e comprensibile, non un segnale di ingratitudine o di fragilità. Riconoscere e legittimare le emozioni che restano può aiutarti a non rimanere chiuso in un silenzio che rischia di aumentare l'isolamento.

Un dialogo autentico con chi ti è vicino, anche quando è difficile, può gradualmente ridurre questa distanza, soprattutto se accompagnato da pazienza reciproca.

Il confronto con altre persone che hanno vissuto un'esperienza simile o il supporto di uno/a psicologo/a può offrirti uno spazio in cui le tue emozioni trovano accoglienza, senza timore di essere giudicato. Con il tempo e con gli strumenti giusti, può diventare possibile ricostruire un senso di connessione con gli altri e con te stesso, integrando la malattia come parte della tua storia senza che ne definisca chi sei.

Il passo successivo, se ti senti pronto/a

La terapia psicologica non è solo per chi attraversa un momento di crisi. È uno spazio di ascolto per prenderti cura del tuo benessere mentale.

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Auguro a tutti questo percorso
Dopo un anno di psicoterapia con la dottoressa Antonella Maria Rita Martino, sono diventata un'altra persona. Soffrivo d'ansia in modo cronico e invalidante, nemmeno mi rendevo conto di quanto fosse pesante, e ora posso dire che va davvero meglio, l'ansia viene ogni tanto e ho gli strumenti per gestirla e annientarla in poche ore o addirittura minuti, come ormai so gestire meglio ogni crisi che mi possa capitare. Penso che non smetterò mai con le mie sedute perché c'è tanto da imparare, tanto da crescere, per non parlare di quanto si possa definire quest'esperienza una coccola per sé stessi. Grazie Mille Maria Rita per avermi cambiato l'esistenza.
— Francesca Piras
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Incontri speciali!
Ho iniziato questo percorso principalmente per problemi di forte ansia, attacchi di panico e difficoltà ormai molto invalidanti nel relazionarmi con gli altri sfociate nell'impossibilità di vivere "normalmente" la mia quotidianità con un principio di depressione, insieme alla dott.ssa Elisa Pasquali, che sin dalla seduta conoscitiva si è mostrata molto empatica e disponibile/flessibile, facendomi sentire a mio agio nonostante la condizione di assoluta inadeguatezza che stavo vivendo da un po'. Da tre mesi a questa parte si è mostrata sempre super attenta ad ascoltare ed in grado di far emergere le problematiche più nascoste con le quali convivo forse dall'infanzia, portanomi a ragionamenti magari mai pima d'ora presi in considerazione, che stanno iniziando a farmi vedere le cose in un'altra prospettiva, anche più realistica e meno catastrofica di quanto pensassi, con il beneficio di iniziare a star meglio nonostante il percorso possa rivelarsi ancora lungo e tortuoso. Ho riscoperto la forza di voler riprendere la mia vita in mano!
— Maria
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La mia salvezza
Grazie ad unobravo ho potuto fare la psicoterapia che mi serviva senza dover affrontare traffico, ritardi, semplicemente dal divano di casa!
— GIUSY
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FAQ

Domande frequenti

La distanza nasce spesso da uno scarto tra i tempi di chi ha vissuto la malattia 'da dentro' e quelli di chi le è stato accanto 'da fuori'. Chi ti è stato vicino vive un sollievo naturale alla fine delle terapie e può interpretarlo come un segnale per voltare pagina e tornare alla vita di prima, mentre per chi ha vissuto la malattia il processo di elaborazione può essere appena all'inizio, anche quando dall'esterno tutto sembra risolto. Questo diverso ritmo può creare una distanza proprio nel momento in cui ti aspetteresti maggiore vicinanza. La distanza non nasce quasi mai da indifferenza reale, ma da un diverso ritmo di elaborazione di ciò che avete attraversato insieme.

Sì, la paura di una recidiva può rimanere presente anche dopo la remissione, ma è meno visibile e quindi meno riconosciuta da chi osserva dall'esterno. Il rapporto con il proprio corpo può essere cambiato, così come la percezione di sé rispetto alla persona che eri prima della diagnosi. Il diradarsi delle visite mediche e il rientro nella routine possono togliere all'improvviso le strutture di sostegno che ti avevano accompagnato nella fase attiva. Sentirsi soli dopo il cancro è un vissuto comune e comprensibile, non un segnale di ingratitudine o di fragilità.

Molte persone che hanno affrontato il cancro sentono il dovere di apparire forti e di non pesare più sugli altri proprio ora che la fase acuta è passata. Esprimere ancora tristezza o paura può sembrare, a chi lo vive, quasi un tradimento della gioia altrui. Così si finisce per tenere dentro emozioni complesse come vuoto, rabbia o senso di colpa, alimentando un isolamento che ci si è imposti da soli.

Questa distanza si manifesta in episodi concreti della quotidianità, come il partner che, sollevato dalla fine delle terapie, torna a parlare solo di lavoro e vita quotidiana evitando ogni riferimento alla malattia, oppure amici che si complimentano per la vittoria ma cambiano discorso quando esprimi ancora paura o insicurezza. Ci sono anche familiari che minimizzano un malessere fisico dicendo che ormai è finita, lasciandoti con la sensazione di essere incompreso. Può capitare anche di sentirti l'unico a pensare ancora ogni giorno alla possibilità di una recidiva, mentre gli altri sembrano aver dimenticato tutto.

Un primo passo può essere provare a riconoscere e nominare le emozioni che vivi, che sia paura, vuoto, rabbia o senso di colpa, ricordando che sono reazioni comprensibili a un'esperienza importante. Può aiutare anche raccontare ai propri cari che il percorso emotivo non si è concluso con la fine delle cure, oltre a cercare persone che hanno vissuto un'esperienza simile, ad esempio attraverso gruppi di sostegno tra pari. È utile anche concedersi i propri tempi, senza sentirsi in dovere di dimostrare gratitudine costante o forza continua, e ritagliarsi momenti di respiro dedicati a qualcosa che fa stare bene.

Domande frequenti sulla terapia

Con Unobravo potrai svolgere terapia psicologica individuale o terapia di coppia, a seconda delle tue necessità. Per esempio, la terapia individuale dopo un tradimento può essere utile per migliorare la comunicazione e affrontare le sfide personali che influenzano le dinamiche relazionali. La scelta, dopo un tradimento, della terapia individuale o di coppia dipende dalle esigenze di ciascuna persona.

Un percorso di terapia individuale può offrire uno spazio sicuro per esplorare le proprie emozioni e i propri comportamenti insieme a un professionista della salute mentale.

Anche se non è sempre semplice capire come iniziare un percorso psicologico, con Unobravo non dovrai preoccuparti di come scegliere uno psicologo. Ti basterà compilare il questionario e incontrare nel primo colloquio gratuito lo psicologo che ti è stato assegnato tra gli psicologi Unobravo.
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A decidere quanto dura un percorso psicologico sarete tu e il tuo Unobravo: ogni persona è unica, così come lo sarà il viaggio verso il tuo benessere psicologico.

Ogni processo terapeutico è unico e la motivazione o la necessità di iniziare un percorso di terapia varia da persona a persona. È importante ricordare che andare in terapia non solo aiuta ad affrontare le difficoltà e a trattare i disturbi, ma sostiene anche chi desidera intraprendere un percorso di crescita personale e fornisce strumenti e strategie utili per migliorare il benessere quotidiano.

È importante ricordare che fare terapia non è un segno di debolezza ma di cura di sé, quindi non c'è bisogno di aspettare di raggiungere il nostro limite per chiedere aiuto.

La terapia di coppia può aiutare in questo caso?

Quando i tempi emotivi di due persone non coincidono, può crearsi una distanza che nessuno dei due desidera davvero. La terapia di coppia può offrire uno spazio protetto in cui entrambi raccontate come avete vissuto la malattia, ognuno dalla propria prospettiva, senza il timore di ferire l'altro o di sembrare ingrati. Non serve che la relazione sia in difficoltà per iniziare: può essere un modo per costruire insieme un linguaggio condiviso su un'esperienza che vi ha toccati entrambi, anche se in modi diversi.

Puoi provare a presentarlo come uno spazio per capirsi meglio, non come una risposta a un problema grave. Spiegare che senti ancora il peso di ciò che avete attraversato, e che vorresti condividerlo con lui/lei in un contesto guidato, può aiutare a togliere il carico di preoccupazione dalla proposta. Spesso chi è stato accanto a una persona malata ha vissuto paura e stanchezza che non ha avuto modo di esprimere: la terapia di coppia può diventare l'occasione per far emergere entrambi i vissuti, in un clima di ascolto reciproco.

Non sono percorsi in competizione, e spesso si integrano bene. Un percorso individuale ti permette di esplorare a fondo emozioni come paura, vuoto o senso di colpa, mentre quello di coppia lavora sulla relazione e su come questi vissuti influenzano il dialogo e la vicinanza quotidiana. Molte persone scelgono di intraprenderli insieme, in momenti diversi o parallelamente, per avere sia uno spazio personale sia uno spazio condiviso in cui ricostruire connessione.

Le sedute offrono un contesto in cui esprimere emozioni che a casa spesso restano taciute, come la paura di una recidiva o il senso di essere cambiati. Lo psicologo o la psicologa aiuta a far emergere i bisogni di entrambi, favorendo un dialogo più autentico rispetto a quello che si riesce a costruire da soli. Non si tratta di trovare colpe, ma di comprendere insieme come la malattia ha attraversato la relazione e come potete accompagnarvi nel presente, con ritmi che possono essere diversi ma ugualmente legittimi.

Assolutamente sì. Una relazione che regge bene può comunque beneficiare di uno spazio dedicato a elaborare insieme un'esperienza intensa come la malattia. Anche coppie solide possono portarsi dietro paure inespresse o incomprensioni che, benché piccole, si accumulano nel tempo. La terapia di coppia può rappresentare un investimento sulla qualità della relazione, un momento per rafforzare la vicinanza e imparare a comunicare meglio anche riguardo a temi delicati come la salute e la paura del futuro.

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