Sentirsi in colpa per il proprio dolore perché altri sembrano soffrire di più: come dare spazio al proprio vissuto senza confrontarlo con quello altrui?

Sentirsi in colpa per il proprio dolore perché altri sembrano soffrire di più: come dare spazio al proprio vissuto senza confrontarlo con quello altrui?
Dopo i social penso: io che motivo avrei per stare così male?
Mi vergogno della mia tristezza, altri hanno vissuto di peggio

Ti capita di aprire i social e trovarti davanti a racconti di traumi, abusi o crisi profonde, e di pensare che il tuo malessere, al confronto, non abbia davvero diritto di esistere?

Scorrendo ogni giorno storie di sofferenza molto intensa, può capitare di costruire senza accorgersene una sorta di classifica del dolore, in cui il proprio vissuto, più silenzioso e senza un evento eclatante, finisce in fondo alla lista.

Il risultato può essere un doppio peso: da una parte si soffre, dall'altra ci si rimprovera di farlo, come se mancasse una ragione abbastanza seria.

Se ti riconosci in tutto questo, è bene sapere che il tuo stato d'animo è comune e comprensibile. Riconoscere e dare un nome a ciò che provi può essere un primo passo importante per smettere di sminuirlo.

Le radici del confronto

Da dove nasce il senso di colpa per il proprio dolore

Confronto sempre quello che provo con la vita degli altri
Mi giudico duramente, come se non avessi diritto di soffrire

Capire perché si tende a sminuire il proprio malessere non è sempre immediato. Per molte persone, in questi casi, il supporto di uno/a psicologo/a può fare la differenza, aiutando a comprendere perché il proprio dolore sembra non meritare ascolto.

Proviamo, intanto, a esplorare insieme alcune possibili ragioni che possono essere alla base di questo senso di colpa verso ciò che proviamo.

Il confronto sociale amplificato dai social

  • L'esposizione quotidiana a narrazioni di disagio molto intenso può spingere a misurare il proprio dolore su una scala relativa, invece di riconoscerlo come esperienza valida in sé.
  • Quando il malessere non è legato a un evento drammatico, può sembrare troppo ordinario per meritare attenzione.
  • Il paragone costante rischia di trasformare una sofferenza reale in qualcosa che ci si sente in dovere di giustificare.

L'autocritica e il bisogno di approvazione

  • La tendenza a giudicarsi con durezza può nascere come forma di protezione appresa fin dall'infanzia, legata al bisogno di approvazione e al timore del giudizio.
  • La mente può interpretare il proprio malessere "non abbastanza grave" come qualcosa di cui vergognarsi, attivando un senso di colpa.
  • Queste esperienze passate possono influenzare il modo in cui ci concediamo, o neghiamo, il diritto di stare male.

Perché il paragone mette in crisi

  • L'autostima può dipendere da valutazioni e confronti esterni: per questo il paragone con il dolore altrui può metterla facilmente in difficoltà.
  • Il giudizio verso se stessi può attivare le stesse aree cerebrali coinvolte nel dolore sociale: in altre parole, un pensiero autocritico può essere percepito come una minaccia concreta.
  • Un momento di tristezza o un calo dell'umore, in particolare, possono accentuare questa tendenza a svalutare il proprio vissuto.
Prospettiva clinica
Confrontare il proprio malessere con quello di chi sembra soffrire di più è un gesto molto umano, che a volte nasce dal bisogno di capire se "abbiamo il permesso" di stare male. Eppure il dolore non funziona come una graduatoria da vincere o perdere. Più che chiederti se la tua sofferenza sia abbastanza seria, potresti provare a domandarti cosa stia cercando di dirti, al di là di ogni paragone.
Loredana Tetecher
Loredana Tetecher
Psicoterapeuta Unobravo
Vissuti quotidiani

Situazioni in cui potresti riconoscerti

Non vado dallo psicologo, il mio problema è troppo banale
Preferisco stare da solo che sentirmi dire che esagero

Il senso di colpa per il proprio dolore si manifesta in momenti concreti della vita di tutti i giorni. Ecco alcune situazioni in cui potresti ritrovarti.

Davanti agli altri e ai social

  • Scorrere i social e imbatterti in racconti di traumi o abusi, sentendo che il tuo malessere quotidiano non ha il diritto di essere chiamato sofferenza.
  • Minimizzare il tuo stato d'animo con frasi come "in fondo non ho motivi veri per stare così, altri hanno vissuto di peggio".
  • Provare vergogna nel parlare della tua tristezza o stanchezza emotiva, percependola come eccessiva rispetto a chi ha affrontato eventi drammatici.

Quando si tratta di chiedere aiuto

  • Rimandare la richiesta di supporto psicologico perché pensi che il tuo disagio non sia "abbastanza serio" da giustificarlo.
  • Isolarti per timore che il tuo dolore venga giudicato ingiustificato o esagerato.
  • Sentirti in colpa persino nel momento in cui ti concedi un pensiero gentile verso te stesso/a, come se non fosse meritato.
Un momento per fermarsi
Ti riconosci in una di queste situazioni?

Ti senti spento, senza energie o senza più interesse per le cose?

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Strategie pratiche

Come dare spazio al proprio vissuto

Ho iniziato a scrivere ciò che provo, mi aiuta a non sminuirmi
Dalla psicologa non devo giustificare quello che sento
1

Parlarti come parleresti a chi vuoi bene

Quando ti sorprendi a giudicarti, potresti provare a chiederti cosa diresti a una persona cara nella tua stessa situazione. Spesso siamo molto più duri con noi stessi di quanto lo saremmo con gli altri.

2

Ricordare che la sofferenza non si misura

Il dolore, in tutte le sue forme e intensità, fa parte dell'esperienza umana e non segue una gerarchia. Il fatto che qualcuno stia affrontando qualcosa di diverso non rende il tuo vissuto meno reale.

3

Osservare le emozioni senza etichettarle

Potresti provare a notare ciò che senti senza affrettarti a giudicarlo "troppo" o "troppo poco". Accogliere un'emozione come temporanea può aiutare a viverla con meno senso di colpa.

4

Annotare ciò che provi

Tenere un piccolo diario in cui scrivi le difficoltà della giornata, accompagnandole con una frase comprensiva verso te stesso/a, può aiutarti a dare legittimità a quello che vivi, senza confronti.

5

Concederti piccoli gesti di rassicurazione

Nei momenti di autocritica, gesti semplici come un respiro lento o appoggiare una mano sul petto possono aiutare a sentirti più tranquillo/a. Il senso di minaccia che l'autocritica attiva tende ad attenuarsi quando il corpo riceve segnali di calma.

6

Limitare l'esposizione a ciò che alimenta il confronto

Quando senti che certi contenuti online intensificano il senso di colpa, potresti prendere in considerazione di ridurne la fruizione, dedicando quel tempo a qualcosa che ti fa stare bene.

7

Prendere in considerazione un percorso di terapia

Un percorso con uno/a psicologo/a può offrire uno spazio in cui sentirti capito/a e sostenuto/a, senza doverti giustificare. Non è necessario aspettare che la situazione diventi molto difficile per chiedere aiuto: ogni forma di malessere può meritare attenzione e cura.

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Un passo verso la cura di sé

Il tuo dolore merita ascolto, senza paragoni

Sto imparando che il mio dolore conta, anche senza spiegazioni
Chiedere aiuto non vuol dire che sto esagerando

Il dolore non ha bisogno di una giustificazione proporzionata per essere reale e meritare ascolto.

Confrontare il proprio malessere con quello altrui, infatti, raramente lo allevia: più spesso alimenta il senso di colpa e la tendenza a isolarsi.

Trattarti con gentilezza non significa negare le tue responsabilità o smettere di crescere, ma costruire una base sicura da cui affrontare le difficoltà.

Riconoscere il tuo vissuto come legittimo, senza paragoni, può favorire il tuo benessere nel tempo.

Se senti che questo carico è diventato pesante da portare da solo/a, un percorso con uno/a psicologo/a può rappresentare uno spazio prezioso in cui sentirti accolto/a e guidato/a. Chiedere aiuto non richiede una soglia minima di sofferenza.

Il passo successivo, se ti senti pronto/a

La terapia psicologica non è solo per chi attraversa un momento di crisi. È uno spazio di ascolto per prenderti cura del tuo benessere mentale.

Parla con uno psicologo di come ti senti

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Ho contattato questo servizio a causa della presa di consapevolezza di essere caduta in uno stato depressivo. Ho trovato Christel, una psicologa brava, competente, empatia che ha capito fin dal primo incontro la reale problematica e come mi sentivo, fornendomi dei feedback sempre attenti e puntuali con l'obiettivo di destrutturare degli schemi mentali disfunzionali che da sola mi creavo. Continuerò questo percorso fintanto che sarà necessario, ma rifarei ogni giorno questa scelta, oltre a consigliarlo a chiunque ne percepisca il bisogno. Grazie.
— Claudia
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Un esperienza fondamentale per ritrovarmi
Ho passato un periodo particolarmente buio e da sola non riuscivo ad andare avanti, avevo bisogno di qualcuno che mi sostenesse e mi facesse trovare la forza per andare avanti. Mia cognata mi propone di farmi aiutare da uno psicologo, e mi scarica l'app di uno bravo sul cellulare. Le sarò grata sempre. Ho travato la persona di cui avevo bisogno: Nicola Riccardo Croce un professionista serio, affidabile, disponibile. Ha creduto in me e mi ha aiutato a credere in me stessa, ad aumentare la mia autostima, ora sono consapevole di poter affrontare qualsiasi difficoltà, per quanto dura possa essere, ho le risorse per farlo e lo devo solo ed esclusivamente a lui. E' un sistema che funziona, comodo e alla portata di tutti.
— Anna
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Incontri speciali!
Ho iniziato questo percorso principalmente per problemi di forte ansia, attacchi di panico e difficoltà ormai molto invalidanti nel relazionarmi con gli altri sfociate nell'impossibilità di vivere "normalmente" la mia quotidianità con un principio di depressione, insieme alla dott.ssa Elisa Pasquali, che sin dalla seduta conoscitiva si è mostrata molto empatica e disponibile/flessibile, facendomi sentire a mio agio nonostante la condizione di assoluta inadeguatezza che stavo vivendo da un po'. Da tre mesi a questa parte si è mostrata sempre super attenta ad ascoltare ed in grado di far emergere le problematiche più nascoste con le quali convivo forse dall'infanzia, portanomi a ragionamenti magari mai pima d'ora presi in considerazione, che stanno iniziando a farmi vedere le cose in un'altra prospettiva, anche più realistica e meno catastrofica di quanto pensassi, con il beneficio di iniziare a star meglio nonostante il percorso possa rivelarsi ancora lungo e tortuoso. Ho riscoperto la forza di voler riprendere la mia vita in mano!
— Maria
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FAQ

Domande frequenti

Scorrendo ogni giorno storie di sofferenza molto intensa, può capitare di costruire senza accorgersene una sorta di classifica del dolore, in cui il proprio vissuto, più silenzioso e senza un evento eclatante, finisce in fondo alla lista. L'esposizione quotidiana a narrazioni di disagio molto intenso può spingere a misurare il proprio dolore su una scala relativa, invece di riconoscerlo come esperienza valida in sé. Il paragone costante rischia di trasformare una sofferenza reale in qualcosa che ci si sente in dovere di giustificare. Il risultato può essere un doppio peso: da una parte si soffre, dall'altra ci si rimprovera di farlo, come se mancasse una ragione abbastanza seria.

La tendenza a giudicarsi con durezza può nascere come forma di protezione appresa fin dall'infanzia, legata al bisogno di approvazione e al timore del giudizio. La mente può interpretare il proprio malessere non abbastanza grave come qualcosa di cui vergognarsi, attivando un senso di colpa. L'autostima può dipendere da valutazioni e confronti esterni, per questo il paragone con il dolore altrui può metterla facilmente in difficoltà. Il giudizio verso se stessi può attivare le stesse aree cerebrali coinvolte nel dolore sociale, come se un pensiero autocritico fosse percepito come una minaccia concreta, e un calo dell'umore può accentuare questa tendenza a svalutare il proprio vissuto.

Il senso di colpa per il proprio dolore si manifesta in momenti concreti della vita di tutti i giorni, ad esempio scorrendo i social e imbattendoti in racconti di traumi o abusi, sentendo che il tuo malessere quotidiano non ha il diritto di essere chiamato sofferenza. Può capitare di minimizzare il tuo stato d'animo con frasi come in fondo non ho motivi veri per stare così, altri hanno vissuto di peggio, o di provare vergogna nel parlare della tua tristezza o stanchezza emotiva. Alcune persone rimandano la richiesta di supporto psicologico perché pensano che il loro disagio non sia abbastanza serio da giustificarlo, o si isolano per timore che il dolore venga giudicato ingiustificato o esagerato.

Se ti riconosci in questo vissuto, è bene sapere che il tuo stato d'animo è comune e comprensibile. Confrontare il proprio malessere con quello di chi sembra soffrire di più è un gesto molto umano, che a volte nasce dal bisogno di capire se abbiamo il permesso di stare male. Eppure il dolore non funziona come una graduatoria da vincere o perdere, e non ha bisogno di una giustificazione proporzionata per essere reale e meritare ascolto. Il fatto che qualcuno stia affrontando qualcosa di diverso non rende il tuo vissuto meno reale, perché il dolore, in tutte le sue forme e intensità, fa parte dell'esperienza umana e non segue una gerarchia.

Quando ti sorprendi a giudicarti, potresti provare a chiederti cosa diresti a una persona cara nella tua stessa situazione, dato che spesso siamo molto più duri con noi stessi di quanto lo saremmo con gli altri. Potresti provare a notare ciò che senti senza affrettarti a giudicarlo troppo o troppo poco, accogliendo un'emozione come temporanea. Tenere un piccolo diario in cui scrivi le difficoltà della giornata, accompagnandole con una frase comprensiva verso te stesso, può aiutarti a dare legittimità a quello che vivi, senza confronti. Può aiutare anche ridurre l'esposizione a contenuti che intensificano il senso di colpa, dedicando quel tempo a qualcosa che fa stare bene.

Non è necessario aspettare che la situazione diventi molto difficile per chiedere aiuto, perché ogni forma di malessere può meritare attenzione e cura. Chiedere aiuto non richiede una soglia minima di sofferenza. Se senti che questo carico è diventato pesante da portare da solo, un percorso con uno psicologo può rappresentare uno spazio prezioso in cui sentirti accolto e guidato, offrendoti uno spazio in cui sentirti capito e sostenuto, senza doverti giustificare.

Domande frequenti sulla terapia

Con Unobravo potrai svolgere terapia psicologica individuale o terapia di coppia, a seconda delle tue necessità. Per esempio, la terapia individuale dopo un tradimento può essere utile per migliorare la comunicazione e affrontare le sfide personali che influenzano le dinamiche relazionali. La scelta, dopo un tradimento, della terapia individuale o di coppia dipende dalle esigenze di ciascuna persona.

Un percorso di terapia individuale può offrire uno spazio sicuro per esplorare le proprie emozioni e i propri comportamenti insieme a un professionista della salute mentale.

Anche se non è sempre semplice capire come iniziare un percorso psicologico, con Unobravo non dovrai preoccuparti di come scegliere uno psicologo. Ti basterà compilare il questionario e incontrare nel primo colloquio gratuito lo psicologo che ti è stato assegnato tra gli psicologi Unobravo.
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A decidere quanto dura un percorso psicologico sarete tu e il tuo Unobravo: ogni persona è unica, così come lo sarà il viaggio verso il tuo benessere psicologico.

Ogni processo terapeutico è unico e la motivazione o la necessità di iniziare un percorso di terapia varia da persona a persona. È importante ricordare che andare in terapia non solo aiuta ad affrontare le difficoltà e a trattare i disturbi, ma sostiene anche chi desidera intraprendere un percorso di crescita personale e fornisce strumenti e strategie utili per migliorare il benessere quotidiano.

È importante ricordare che fare terapia non è un segno di debolezza ma di cura di sé, quindi non c'è bisogno di aspettare di raggiungere il nostro limite per chiedere aiuto.

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