Tumore a vent'anni e sensazione di essere estranei alla propria vita: come dare senso a questo cambiamento nel modo di percepirsi?

Tumore a vent'anni e sensazione di essere estranei alla propria vita: come dare senso a questo cambiamento nel modo di percepirsi?
Guardo la mia vita e mi sembra quella di un altro
A vent'anni nessuno ti prepara a tutto questo

Avevi vent'anni, o poco più, e la tua vita era tutta proiettata in avanti: lo studio, i primi passi nel lavoro, le relazioni che stavano nascendo.

Poi è arrivata una diagnosi oncologica, e tutto quello che davi per scontato sembra essersi sospeso. Guardi la tua vita e a volte hai la sensazione che appartenga a qualcun altro, come se la osservassi da fuori.

È importante dirlo subito: sentirsi estranei a se stessi non è un segno di debolezza né di squilibrio. È una risposta comprensibile a un'esperienza per cui nessuno ti aveva preparato.

A differenza di chi affronta la malattia più avanti negli anni, quando si è giovani può mancare un copione culturale a cui appoggiarsi, e spesso possono mancare anche coetanei che stiano vivendo la stessa cosa. Questa sensazione di guardarsi dall'esterno ha una spiegazione, e può essere compresa e affrontata.

Le possibili radici

Cosa può esserci dietro questa sensazione di estraneità

Il mio corpo non mi sembra più il mio
Tutti i miei progetti sono rimasti sospesi

Capire da dove nasce questo senso di distacco può aiutare a viverlo con meno paura. In molti casi, dare senso a un cambiamento così profondo nel modo di percepirsi può essere più semplice con l'aiuto di uno/a psicologo/a con esperienza in ambito oncologico, che può offrirti strumenti per attraversare questo momento con maggiore serenità.

Proviamo, intanto, a esplorare insieme alcune possibili ragioni che sono alla base della sensazione di sentirsi estranei alla propria vita dopo una diagnosi in giovane età.

Una risposta di protezione della mente

  • Di fronte a un evento improvviso e travolgente, la mente può attivare meccanismi di protezione naturali.
  • Può crearsi una sorta di distanza emotiva da ciò che sta accadendo, quasi per non esserne sopraffatti.
  • Questo distacco può essere letto come una risposta transitoria della psiche a uno stress molto intenso e prolungato, non necessariamente qualcosa di preoccupante.

Il rapporto con il corpo che cambia

  • Il corpo, all'improvviso percepito come malato, può smettere di essere sentito come proprio.
  • Può nascere una frattura tra chi si era e chi ci si sente costretti a diventare.
  • Le trasformazioni fisiche legate alle terapie possono accentuare questa distanza rispetto alla percezione di sé.

Progetti sospesi e identità in costruzione

  • A vent'anni l'identità è ancora in via di formazione, e i progetti di vita ne sono una parte importante.
  • L'interruzione brusca di quei progetti può lasciare un vuoto di riferimento difficile da colmare.
  • L'assenza di coetanei che vivono la stessa esperienza può amplificare il senso di isolamento e la difficoltà a trovare parole condivise.
Prospettiva clinica
Sentirsi estranei a se stessi, dopo qualcosa che ha spezzato il ritmo con cui immaginavi la tua vita, è un'esperienza comprensibile e mai facile da attraversare. A volte, in quel senso di distanza, si nasconde anche la fatica di dare un nome a chi si sta diventando, prima ancora di conoscerlo. Forse non si tratta di ritrovare chi eri, ma di lasciare spazio a una domanda diversa: cosa, di quella distanza, prova a raccontarti di te?
Loredana Tetecher
Loredana Tetecher
Psicoterapeuta Unobravo
Momenti di vita quotidiana

Situazioni in cui potresti riconoscerti

Mi guardo allo specchio e non mi riconosco
I miei amici parlano di cose che non mi appartengono più

A volte è nei gesti più ordinari che questa sensazione si fa sentire di più. Ecco alcune situazioni concrete in cui potresti ritrovarti.

Non riconoscersi più

  • Guardarsi allo specchio dopo l'inizio delle terapie e non riconoscere il proprio volto o il proprio corpo.
  • Percepire la propria immagine come se appartenesse a un'altra persona.
  • Reagire con distacco anche a notizie mediche importanti, quasi non riguardassero davvero te.

Vivere come spettatori della propria vita

  • Continuare a frequentare l'università o il lavoro sentendosi spettatori delle proprie azioni.
  • Provare un senso di irrealtà nei momenti di quotidianità, come se conversazioni e luoghi di prima appartenessero a un'altra epoca.
  • Trovare difficile fare progetti anche a breve termine, come organizzare un weekend, perché la percezione del tempo è cambiata.

Sentirsi distanti dai coetanei

  • Avvertire che gli amici della tua età vivono in un mondo parallelo, con preoccupazioni che ora sembrano lontane.
  • Faticare a raccontare cosa stai attraversando, perché mancano parole condivise.
  • Sentirsi soli anche in mezzo a persone che ti vogliono bene.
Un momento per fermarsi
Ti riconosci in una di queste situazioni?

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Quando la malattia condiziona il tuo benessere, parlarne può aiutare

Se convivere con la malattia sta diventando troppo difficile, non devi affrontarlo per forza da solo. Trova lo psicologo adatto a te: bastano pochi minuti.

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Strategie possibili

Come ritrovare, piano piano, un senso di continuità

Parlarne con chi capisce mi ha fatto sentire meno sola
Ho capito che non dovevo forzarmi a essere quello di prima
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Dare un nome a ciò che provi

Riconoscere che questa sensazione di estraneità ha una spiegazione psicologica può già alleggerirla. Non significa che stai perdendo il controllo o che c'è qualcosa che non va in te: è una risposta comprensibile a un'esperienza molto difficile.

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Riportare l'attenzione al presente

Quando la sensazione di distacco si fa più intensa, puoi provare piccoli esercizi che ti aiutano a sentire di nuovo il momento presente: appoggiare i piedi a terra e notarne il contatto, osservare cinque oggetti intorno a te, respirare lentamente. Questi gesti possono aiutare la sensazione di irrealtà ad attenuarsi un po'.

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Concederti i tuoi tempi

Potresti sentire la pressione di tornare in fretta alla vita di prima. È importante ricordare che integrare un cambiamento così grande richiede tempo, e rispettare i tuoi tempi emotivi non è un ritardo, ma una forma di cura verso te stesso.

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Condividere l'esperienza con chi può capire

Parlare con altri giovani che hanno affrontato una diagnosi simile può fare la differenza. Esistono gruppi di supporto pensati specificamente per la fascia d'età tra i venti e i trent'anni, spazi in cui rompere l'isolamento e sentirsi finalmente compresi da chi parla la tua stessa lingua.

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Ritrovare piccoli gesti che ti somigliano

Recuperare anche una sola attività che ti dava piacere prima della diagnosi, nella misura in cui ti è possibile, può aiutarti a ricostruire un ponte tra chi eri e chi sei ora. Non deve essere qualcosa di grande: anche un gesto quotidiano può ricordarti che una parte di te è rimasta.

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Prendere in considerazione un percorso psicologico

Rivolgersi a uno/a psicologo/a con esperienza in psiconcologia può offrirti uno spazio prezioso per elaborare ciò che stai vivendo e ricostruire un senso di continuità con te stesso/a. Non è necessario aspettare che la situazione diventi molto pesante: la terapia può essere uno spazio di crescita e riflessione in cui sentirsi capiti e sostenuti, parte integrante del percorso di cura accanto a quello medico.

Parla di come ti senti a uno psicologo online

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Un nuovo equilibrio possibile

Trasformarsi senza andare perduti

Non sono più quella di prima, ma non mi sono persa
Ho capito che potevo chiedere aiuto senza vergogna

Sentirsi estranei alla propria vita dopo una diagnosi oncologica in giovane età è una reazione comprensibile e diffusa, non un segno di debolezza.

Questo stato, quando viene riconosciuto e affrontato con il giusto supporto, tende ad attenuarsi nel tempo, lasciando spazio a una progressiva riappropriazione di sé.

Dare senso al cambiamento non significa tornare esattamente alla persona che eri prima, ma individuare un nuovo equilibrio che integri ciò che hai vissuto senza esserne definito/a. L'identità può trasformarsi senza andare perduta.

Un percorso di psicoterapia, affiancato alle cure mediche, può accompagnarti in questa ricostruzione. Chiedere aiuto non è un fallimento, ma un atto di cura verso te stesso/a in un momento in cui la vita ha imposto un cambiamento che nessuno sceglie mai.

Il passo successivo, se ti senti pronto/a

La terapia psicologica non è solo per chi attraversa un momento di crisi. È uno spazio di ascolto per prenderti cura del tuo benessere mentale.

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Auguro a tutti questo percorso
Dopo un anno di psicoterapia con la dottoressa Antonella Maria Rita Martino, sono diventata un'altra persona. Soffrivo d'ansia in modo cronico e invalidante, nemmeno mi rendevo conto di quanto fosse pesante, e ora posso dire che va davvero meglio, l'ansia viene ogni tanto e ho gli strumenti per gestirla e annientarla in poche ore o addirittura minuti, come ormai so gestire meglio ogni crisi che mi possa capitare. Penso che non smetterò mai con le mie sedute perché c'è tanto da imparare, tanto da crescere, per non parlare di quanto si possa definire quest'esperienza una coccola per sé stessi. Grazie Mille Maria Rita per avermi cambiato l'esistenza.
— Francesca Piras
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Incontri speciali!
Ho iniziato questo percorso principalmente per problemi di forte ansia, attacchi di panico e difficoltà ormai molto invalidanti nel relazionarmi con gli altri sfociate nell'impossibilità di vivere "normalmente" la mia quotidianità con un principio di depressione, insieme alla dott.ssa Elisa Pasquali, che sin dalla seduta conoscitiva si è mostrata molto empatica e disponibile/flessibile, facendomi sentire a mio agio nonostante la condizione di assoluta inadeguatezza che stavo vivendo da un po'. Da tre mesi a questa parte si è mostrata sempre super attenta ad ascoltare ed in grado di far emergere le problematiche più nascoste con le quali convivo forse dall'infanzia, portanomi a ragionamenti magari mai pima d'ora presi in considerazione, che stanno iniziando a farmi vedere le cose in un'altra prospettiva, anche più realistica e meno catastrofica di quanto pensassi, con il beneficio di iniziare a star meglio nonostante il percorso possa rivelarsi ancora lungo e tortuoso. Ho riscoperto la forza di voler riprendere la mia vita in mano!
— Maria
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La mia salvezza
Grazie ad unobravo ho potuto fare la psicoterapia che mi serviva senza dover affrontare traffico, ritardi, semplicemente dal divano di casa!
— GIUSY
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FAQ

Domande frequenti

Di fronte a un evento improvviso e travolgente, la mente può attivare meccanismi di protezione naturali, creando una sorta di distanza emotiva da ciò che sta accadendo, quasi per non esserne sopraffatti. Questo distacco può essere letto come una risposta transitoria della psiche a uno stress molto intenso e prolungato, non necessariamente qualcosa di preoccupante. A vent'anni l'identità è ancora in via di formazione, e l'interruzione brusca dei progetti di vita può lasciare un vuoto di riferimento difficile da colmare. A differenza di chi affronta la malattia più avanti negli anni, quando si è giovani può mancare un copione culturale a cui appoggiarsi, e spesso mancano anche coetanei che stiano vivendo la stessa cosa.

Sì, il corpo, all'improvviso percepito come malato, può smettere di essere sentito come proprio, e può nascere una frattura tra chi si era e chi ci si sente costretti a diventare. Le trasformazioni fisiche legate alle terapie possono accentuare questa distanza rispetto alla percezione di sé. Ci si può ritrovare a guardarsi allo specchio dopo l'inizio delle terapie senza riconoscere il proprio volto o il proprio corpo, percependo la propria immagine come se appartenesse a un'altra persona. È importante sapere che sentirsi estranei a se stessi non è un segno di debolezza né di squilibrio, ma una risposta comprensibile a un'esperienza per cui nessuno ti aveva preparato.

Questa sensazione si fa sentire spesso nei gesti più ordinari. Si può continuare a frequentare l'università o il lavoro sentendosi spettatori delle proprie azioni, provando un senso di irrealtà nei momenti di quotidianità, come se conversazioni e luoghi di prima appartenessero a un'altra epoca. Diventa difficile fare progetti anche a breve termine, come organizzare un weekend, perché la percezione del tempo è cambiata. Si può inoltre avvertire che gli amici della propria età vivono in un mondo parallelo, con preoccupazioni che ora sembrano lontane, faticando a raccontare cosa si sta attraversando perché mancano parole condivise, sentendosi soli anche in mezzo a persone che vogliono bene.

L'assenza di coetanei che vivono la stessa esperienza può amplificare il senso di isolamento e la difficoltà a trovare parole condivise. Si può avvertire che gli amici della propria età vivono in un mondo parallelo, con preoccupazioni che ora sembrano lontane, e faticare a raccontare cosa si sta attraversando. Parlare con altri giovani che hanno affrontato una diagnosi simile può fare la differenza: esistono gruppi di supporto pensati specificamente per la fascia d'età tra i venti e i trent'anni, spazi in cui rompere l'isolamento e sentirsi finalmente compresi da chi parla la stessa lingua.

Riconoscere che questa sensazione di estraneità ha una spiegazione psicologica può già alleggerirla: non significa perdere il controllo, ma è una risposta comprensibile a un'esperienza molto difficile. Quando la sensazione di distacco si fa più intensa, piccoli esercizi come appoggiare i piedi a terra, osservare cinque oggetti intorno a sé o respirare lentamente possono aiutare la sensazione di irrealtà ad attenuarsi. È importante anche concedersi i propri tempi emotivi, come forma di cura verso se stessi, e recuperare anche una sola attività che dava piacere prima della diagnosi, per ricostruire un ponte tra chi si era e chi si è ora.

No, sentirsi estranei alla propria vita dopo una diagnosi oncologica in giovane età è una reazione comprensibile e diffusa, non un segno di debolezza. Questo stato, quando viene riconosciuto e affrontato con il giusto supporto, tende ad attenuarsi nel tempo, lasciando spazio a una progressiva riappropriazione di sé. Dare senso al cambiamento non significa tornare esattamente alla persona che si era prima, ma individuare un nuovo equilibrio che integri ciò che si è vissuto senza esserne definiti. L'identità può trasformarsi senza andare perduta, e un percorso di psicoterapia, affiancato alle cure mediche, può accompagnare in questa ricostruzione.

Domande frequenti sulla terapia

Con Unobravo potrai svolgere terapia psicologica individuale o terapia di coppia, a seconda delle tue necessità. Per esempio, la terapia individuale dopo un tradimento può essere utile per migliorare la comunicazione e affrontare le sfide personali che influenzano le dinamiche relazionali. La scelta, dopo un tradimento, della terapia individuale o di coppia dipende dalle esigenze di ciascuna persona.

Un percorso di terapia individuale può offrire uno spazio sicuro per esplorare le proprie emozioni e i propri comportamenti insieme a un professionista della salute mentale.

Anche se non è sempre semplice capire come iniziare un percorso psicologico, con Unobravo non dovrai preoccuparti di come scegliere uno psicologo. Ti basterà compilare il questionario e incontrare nel primo colloquio gratuito lo psicologo che ti è stato assegnato tra gli psicologi Unobravo.
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Il prezzo dello psicologo in presenza può variare molto, senza contare il tempo e il costo per raggiungere lo studio del professionista.

Con Unobravo ogni seduta ha un prezzo fisso e accessibile di 49 € e puoi incontrare il tuo psicologo anche in viaggio, in vacanza o in una pausa dal lavoro, senza investire tempo e denaro per gli spostamenti.

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A decidere quanto dura un percorso psicologico sarete tu e il tuo Unobravo: ogni persona è unica, così come lo sarà il viaggio verso il tuo benessere psicologico.

Ogni processo terapeutico è unico e la motivazione o la necessità di iniziare un percorso di terapia varia da persona a persona. È importante ricordare che andare in terapia non solo aiuta ad affrontare le difficoltà e a trattare i disturbi, ma sostiene anche chi desidera intraprendere un percorso di crescita personale e fornisce strumenti e strategie utili per migliorare il benessere quotidiano.

È importante ricordare che fare terapia non è un segno di debolezza ma di cura di sé, quindi non c'è bisogno di aspettare di raggiungere il nostro limite per chiedere aiuto.

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