Immagina di essere in ufficio. Stai presentando un progetto a cui hai lavorato per mesi.
Un collega fa un’osservazione: “Forse questa parte si potrebbe migliorare”. Non è una critica feroce, ma ti senti crollare. Ti travolge un’ondata di vergogna, come se tutti ti stessero giudicando. O, peggio, ti senti inadeguato, incapace. A volte, basta un “no” o un commento poco entusiasta per scatenare reazioni intense: tristezza, rabbia, desiderio di mollare tutto e scappare.
Se ti riconosci in questa scena, cercare informazioni online è un primo passo importante. Dare un nome a quello che vivi, disforia sensibile al rifiuto, può aiutarti a orientarti e a smettere di colpevolizzarti.
In questo articolo cercheremo di capire di cosa si tratta e di raccogliere strategie pratiche da mettere subito in campo.
Disforia sensibile al rifiuto: che cos’è e cosa non è
La rejection sensitive dysphoria (RSD) è un modo di descrivere un dolore emotivo intenso legato a un rifiuto o a una critica percepiti.
Non si tratta di debolezza né di semplice ipersensibilità. La differenza rispetto alla normale paura del giudizio è che il dolore è immediato e può risultare sproporzionato rispetto all’evento.
Il rifiuto può essere reale o immaginato e il ruolo dell’interpretazione è fondamentale: un feedback esplicito o l’interpretazione di segnali ambigui possono scatenare reazioni intense.
Cosa significa Rejection Sensitive Dysphoria: da dove viene il termine
La Rejection Sensitive Dysphoria (RSD) è un’espressione usata per descrivere situazioni in cui il rifiuto, può scatenare un dolore emotivo molto forte, difficile da sopportare e, per alcune persone, vissuto anche come molto “fisico” per intensità.
Il termine inglese viene spesso usato anche in italiano perché non esiste una traduzione perfetta che ne racchiuda tutte le sfumature: in genere, con RSD si intende la disforia sensibile al rifiuto, dove “disforia” indica uno stato di marcato disagio emotivo o di umore spiacevole.
Anche se la RSD non è una diagnosi ufficiale nel DSM-5-TR, è un’espressione che in ambito clinico può aiutare a descrivere questo tipo di esperienza.
La ricerca, inoltre, suggerisce che la sensibilità al rifiuto può essere collegata ad alcune difficoltà psicologiche: per esempio, una revisione che ha riunito e confrontato i risultati di più studi ha trovato un legame positivo tra sensibilità al rifiuto e Disturbo Borderline di Personalità (Foxhall et al., 2019), inteso come associazione con alcune sue caratteristiche, senza che ciò significhi che la sensibilità al rifiuto “equivalga” a una diagnosi.

I segnali della RSD nella vita quotidiana
La RSD può influenzare molti ambiti della vita quotidiana. Al lavoro, può portare a evitare nuove sfide per paura di fallire.
Nelle amicizie e nelle relazioni familiari può far sentire fuori posto o non amati; nella coppia può creare una costante sensazione di essere “di troppo”.
Le emozioni tipiche sono intense: vergogna, inadeguatezza, tristezza profonda, rabbia. I pensieri ricorrenti possono essere “non valgo”, “mi odiano”, “ho rovinato tutto”. Questi vissuti possono portare a comportamenti come il ritiro, il silenzio, la richiesta di rassicurazioni e l’overthinking.
L’autostima può diventare un interruttore che si accende e si spegne in base alle reazioni degli altri.
Quando scatta: critiche, silenzi e “rifiuti” immaginati
Gli inneschi della RSD possono essere situazioni quotidiane e apparentemente banali: un messaggio visualizzato senza risposta, una battuta ambigua, un feedback neutro, una critica costruttiva, un cambio di tono.
In questi casi, la percezione di un rifiuto può essere così intensa da trasformare una critica costruttiva in un attacco personale.
Se ti riconosci in questi vissuti , potresti avere alti standard interni e sentirti di non essere mai abbastanza.
In questo stato, la tua mente può interpretare segnali ambigui come rifiuti reali. Ad esempio, se un amico non risponde subito a un messaggio, potresti pensare che sia arrabbiato con te.
Perché la reazione può essere così intensa
La reazione intensa che caratterizza la RSD può dipendere da una combinazione di fattori emotivi e “di pensiero”.
Da un lato, c’è una difficoltà a regolare le emozioni: l’onda emotiva arriva così veloce e forte che sembra non esserci il tempo di fermarsi e prendere distanza.
Dall’altro, può esserci un’attenzione molto alta ai segnali sociali (uno sguardo, un tono, un messaggio letto e non risposto), spesso resa più “sensibile” dal peso di esperienze passate.
Su questo punto, una revisione segnala che gli studi che collegano rifiuto nell’infanzia e sensibilità al rifiuto in età adulta sono ancora pochi, ma abuso emotivo e trascuratezza emotiva emergono come esperienze infantili che sembrano associate a una maggiore sensibilità al rifiuto (Foxhall et al., 2019).
Inoltre, sempre una revisione suggerisce che, nel Disturbo Borderline di Personalità, il legame con la sensibilità al rifiuto potrebbe passare anche dalla capacità di “frenare” e gestire le reazioni automatiche (il cosiddetto controllo esecutivo), pur sottolineando che servono ulteriori ricerche per confermarlo (Foxhall et al., 2019).
Questo mix può creare un ciclo auto-rinforzante: più temi il rifiuto, più lo vedi ovunque.
L’evento (un commento ambiguo) attiva un’interpretazione (“Non piaccio”), che scatena un’emozione (vergogna, dolore), che a sua volta guida la reazione (ritiro, rabbia, ipervigilanza).
A seconda della storia personale e delle strategie di coping, la sofferenza può essere interiorizzata (autocritica, ruminazione, umore depresso) o esteriorizzata (scatti di rabbia, chiusure, rotture impulsive).
ADHD e RSD: quale relazione?
La disforia sensibile al rifiuto e l’ADHD vengono spesso riportati insieme, soprattutto da persone adulte con ADHD.
L’ADHD può infatti rendere più difficile gestire le proprie emozioni, amplificando il dolore legato a critiche e rifiuti percepiti.
Inoltre, le difficoltà tipiche dell’ADHD, come disorganizzazione, dimenticanze ed errori, possono aumentare la probabilità di ricevere feedback negativi, rinforzando il senso di inadeguatezza.
Si può così innescare un circolo vizioso difficile da spezzare: la paura del giudizio porta all’evitamento o alla procrastinazione, che a loro volta aumentano stress e difficoltà, generando nuove critiche.
Nella vita quotidiana, questo si traduce in conseguenze concrete.
Sul lavoro o nello studio, la paura di non essere all’altezza può bloccare, portando a performance altalenanti e ritardi nelle consegne. Nelle relazioni, la sensibilità ai messaggi e ai toni può creare fraintendimenti e conflitti, alimentando l’ansia sociale.
RSD senza ADHD: può succedere?
La disforia sensibile al rifiuto può esserci anche senza una diagnosi di ADHD e, in alcune persone, si intreccia con difficoltà emotive più ampie.
In generale, questa sensibilità può accentuarsi dopo rifiuti ripetuti, in ambienti molto critici o quando si è già più vulnerabili sul piano emotivo.
Se ti accorgi che la paura del rifiuto finisce per limitare scelte, relazioni o opportunità, può essere utile una valutazione professionale.
Non serve auto-etichettarsi: capire meglio come funziona il proprio modo di vivere certe situazioni può essere il primo passo per chiedere supporto e stare meglio.
RSD o fobia sociale? Come orientarsi
Capire se si tratta di disforia sensibile al rifiuto o di fobia sociale non è sempre facile.
Il Disturbo d’ansia sociale è caratterizzato da una paura marcata di una o più situazioni sociali in cui si può essere esposti al giudizio degli altri, con evitamento o intensa ansia anticipatoria.
Questo dolore può essere intenso e legato a episodi specifici: non è solo imbarazzo, ma un vissuto profondo di rifiuto e di “non-amabilità”.
Se i confini tra queste due condizioni ti sembrano sfumati, una valutazione professionale può aiutarti a fare chiarezza e a capire di che tipo di supporto hai bisogno.
Relazioni: compiacere gli altri o smettere di provarci
Se il rifiuto ti fa paura, potresti trovarti a mettere in atto strategie relazionali che ti proteggano dal dolore.
Due tra le strategie più frequenti sono la compiacenza e l’evitamento.
La compiacenza ti porta a dire sempre di sì, a evitare il conflitto e a mettere da parte i tuoi bisogni pur di non essere criticato. Questo atteggiamento può portare a stanchezza emotiva, risentimento, confini fragili e un senso di identità offuscato.
L’altra faccia della medaglia è l’evitamento: smetti di scrivere, chiamare o esporti per paura di essere rifiutato.
Nelle relazioni strette, questo può tradursi in ipervigilanza, gelosia, richieste di rassicurazione e fraintendimenti.
Per comunicare la tua sensibilità senza colpevolizzare l’altro, puoi usare frasi come: “Quando succede X, mi accorgo che interpreto Y…” oppure “Ho un modo di funzionare che mi porta a essere molto sensibile alle critiche, anche quando sono costruttive”.

Strategie pratiche e terapia: cosa può aiutare
Affrontare la RSD richiede strategie pratiche per gestire le emozioni nel momento acuto e per costruire un approccio più sano nelle relazioni.
Ecco sei strategie che possono aiutarti:
- Pausa intenzionale: quando senti che il rifiuto ti travolge, concediti una pausa. Allontanati dalla situazione per qualche minuto, respira profondamente e cerca di ritrovare un po’ di calma prima di rispondere o agire.
- Respirazione e grounding: le tecniche di respirazione profonda e di grounding (come focalizzarsi sui cinque sensi) possono aiutarti a ridurre l’intensità delle emozioni e a ritrovare il controllo.
- Separare i fatti dalle interpretazioni: chiediti quali sono i fatti oggettivi e quali sono le tue interpretazioni. Questo ti aiuta a ridurre la confusione emotiva e a vedere la situazione in modo più chiaro.
- Riformulare i feedback: prova a riformulare il feedback che hai ricevuto in modo meno catastrofico. Ad esempio: “Ha detto che posso migliorare in questo aspetto” invece di “Pensa che sono incapace”.
- Chiedere chiarimenti: se un feedback ti sembra ambiguo o troppo duro, non esitare a chiedere chiarimenti. Spesso una semplice domanda può dissipare molti dubbi e paure.
- Concordare le modalità di feedback e allenare i confini e l’assertività: puoi chiedere alle persone di darti feedback in un certo modo, più costruttivo e meno critico. Allenare l’assertività ti aiuta a mantenere confini sani e a proteggere la tua autostima.
Costruire un’autostima più solida richiede tempo e pazienza.
La pratica dell’auto-compassione, l’attenzione ai propri valori e il raggiungimento di piccoli obiettivi possono aiutarti a sentirti più sicuro e meno dipendente dal giudizio altrui.
Se ti accorgi che la RSD ti porta all’isolamento, a sintomi depressivi, ad ansia intensa o a pensieri di farti del male, è il momento di chiedere aiuto a un professionista.
TCC e mindfulness: sono efficaci per la RSD?
La terapia cognitivo-comportamentale (TCC) e la mindfulness sono approcci terapeutici che possono aiutare in modo concreto a gestire difficoltà come la sensibilità al rifiuto e la sofferenza che spesso viene chiamata disforia sensibile al rifiuto.
La TCC lavora sui pensieri automatici, sulla vergogna e sui comportamenti di evitamento; la mindfulness aiuta a osservare l’ondata emotiva e a ridurre reattività e ruminazione.
È importante avere aspettative realistiche: l’obiettivo non è far “sparire” il problema, ma soffrire meno e scegliere risposte più utili.
Se è presente anche l’ADHD, un percorso integrato può intervenire anche sull’organizzazione, sulla gestione dello stress e sulla regolazione emotiva.
In terapia puoi portare episodi specifici, trigger, frasi che ti dici e reazioni tipiche.
Ricominciare da sé, con il supporto giusto
Provare un dolore intenso di fronte a critiche o rifiuti non significa essere “sbagliati”. Si tratta di una sensibilità specifica che può essere compresa e gestita con un approccio gentile e strategico.
Un “piano gentile” in tre passi potrebbe prevedere: riconoscere i trigger emotivi, fare una pausa per scegliere una risposta alternativa e chiedere supporto quando necessario.
È importante ricordare che solo un professionista può aiutarti a capire se questi vissuti rientrano in un quadro come ADHD, Disturbo d’ansia sociale o altre condizioni descritte nel DSM-5-TR, e come inquadrare al meglio ciò che spesso viene chiamato RSD.
Affrontare la propria sensibilità un passo alla volta, senza vergogna e senza dover dimostrare nulla a nessuno, è già un grande traguardo.
Se senti il bisogno di supporto, ricorda che è possibile iniziare un percorso di terapia online con Unobravo.



