Ansia
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Cybercondria: l’ipocondria ai tempi di internet

Cybercondria: l’ipocondria ai tempi di internet
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Chiara D'Antuono
Redazione
Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale
Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Pubblicato il
3.7.2023


L’ipocondria è una forma clinica dei disturbi d'ansia, caratterizzata dalla preoccupazione ingiustificata ed eccessiva nei confronti della propria salute, con la convinzione che qualsiasi sintomo sia il segno di una patologia severa. 

Ma cosa succede quando ipocondria e internet si incontrano? Avvertendo la paura di avere una grave malattia, alcune persone si ritrovano a cercarne i sintomi su internet: nasce così la cybercondria, la cui definizione si riferisce alle preoccupazioni infondate derivanti da ricerche sul web.

Capita, per esempio, anche dopo una valutazione medica senza nessuna effettiva patologia diagnosticata, che la persona possa mantenere la paura di avere un tumore (cancerofobia) o un'altra patologia.

Il significato di cybercondria, deriva dai termini cyber (parola che rimanda all’informatica e al digitale) e chondria, il cui significato etimologico è “sterno”, parte del corpo da cui, per la medicina di Ippocrate, nasceva la malinconia.

Ma, tornando ai giorni nostri, come possiamo definire chiaramente la cybercondria? E in che anno è stata data la prima definizione attualmente utilizzata?

fobie salute ipocondria internet
Narcus Aurelius - Pexel

Ricerche scientifiche sulla cybercondria

Nel 2008, Ryen W. White ed Eric Horvitz (Microsoft) svolgono una ricerca sulla cybercondria intitolata Cyberchondria: Studies of the Escalation of Medical Concerns in Web Search. Dalla ricerca, si evince come 

Le informazioni ottenute dalle ricerche relative all'assistenza sanitaria possono influenzare le decisioni delle persone su quando rivolgersi a un medico per la diagnosi o la terapia, su come trattare una malattia acuta o far fronte a una condizione cronica, così come il loro approccio generale a mantenere la loro salute [...]. 

Le informazioni tratte dal web possono influenzare il modo in cui le persone riflettono e prendono decisioni sulla loro salute e benessere, [...] compresi i comportamenti in materia di dieta, esercizio fisico e prevenzione.”

Per questo motivo, la cybercondria è una preoccupazione frequentemente riscontrata tra gli operatori sanitari. La ricerca autonoma di sintomi e malattie su internet può ostacolare la diagnosi del medico esagerando, riducendo o eliminando un insieme di sintomi a sostegno della propria auto-diagnosi e portare il paziente a manifestare un attacco d'ansia.

Lo conferma anche un’altra delle ricerche sulla cybercondria che sostiene che “ la relazione tra la frequenza delle ricerche su Internet di informazioni mediche e l'ansia per la salute è diventata sempre più forte con l'aumentare dell'UI (intolleranza all’incertezza)”. 

A sostegno di questa tesi, si sono aggiunti altri studi sulla cybercondria, come quello svolto da K. Musa, F. McManus e il loro team  in cui si afferma che le persone “con livelli più elevati di ansia per la salute hanno cercato informazioni sulla salute online più frequentemente, hanno trascorso più tempo a cercare e hanno trovato la ricerca più angosciante e causa di ansia.” 

Ma perché cerchiamo i sintomi su internet? E come possiamo capire se soffriamo di cybercondria?

Cybercondria: sintomi e possibili cause dell’ipocondria da internet

Come capire quando cercare sempre i sintomi su internet può diventare un disturbo? Possiamo parlare di cybercondria quando cercare malattie su Google diventa una pratica troppo frequente e difficile da gestire, se provoca (come abbiamo visto) stati d’ansia per la salute e la nostra vita viene compromessa.

Chi soffre di cyber ipocondria sembra avere una vera e propria dipendenza da internet perché, pur sapendo che è sbagliato cercare sintomi su internet, non riesce a smettere. Ma da cosa dipende la cybercondria?

Così come per molti altri disturbi psichici, anche in questo caso possiamo individuare più fattori di vulnerabilità che includono variabili genetiche, biologiche, culturali e ambientali. Tra le  possibili cause della cyber ipocondria ci sono le esperienze dirette o indirette di malattia o morte, come per esempio:

  • avere avuto, da bambini, una malattia grave
  • la morte di un coniuge o un altro familiare
  • un recente problema di salute, come un infarto 
  • l’arrivo di una malattia nuova e sconosciuta (come è accaduto con la pandemia da Covid-19). 

Questi eventi possono innestare o rinforzare, nella persona, la convinzione che la salute sia una condizione precaria, portandola a sentirsi particolarmente vulnerabile e a non riuscire a smettere di cercare le malattie su internet.

Anche il contesto culturale e certi stili educativi possono contribuire all’insorgenza della cybercondria. Figure di riferimento come genitori, insegnanti, zii e amici possono avere un’influenza sulle credenze che ognuno di noi sviluppa sulla propria salute. 

Le persone che non riescono a smettere di cercare le malattie su internet potrebbero per esempio, aver avuto genitori iperprotettivi oppure essere cresciuti con l’idea che la malattia sia una sicura fonte di sofferenza.


Cybercondria e rischi di curarsi col pc

Perché gli ipocondriaci non devono leggere su internet diagnosi mediche? Cercare su Google i propri sintomi e autodiagnosticarsi (anche) malattie “assurde”  porta i pazienti ad arrivare dal medico con diagnosi già fatte, perché si rivolgono al “Dottor Google” che, però, può solo generare maggior confusione e ansia

Cercare sintomi su internet e fare un’autodiagnosi online cercando sintomi di malattie mentali o fisiche, può produrre uno o più di questi effetti:

  • la delega psicologica alla ricerca digitale: è una forma di perdita del controllo e del contatto diretto con il proprio corpo, con le proprie sensazioni e con le proprie percezioni. Come già avviene con la ricerca di rassicurazione con il medico in carne e ossa, più delego la rassicurazione a qualcosa che proviene dall’esterno, più perdo il controllo delle mie percezioni (locus of control esterno)
  • l’effetto conferma: è una profezia che si autoavvera (meccanismo che si riscontra di frequente nella Sindrome di Cassandra). Per sua natura, la ricerca sul web è guidata dalle ipotesi di chi ricerca informazioni. Per esempio, sento una pesantezza al petto e inizio ad avere paura di avere un infarto e paura di morire. Su Google digiterò “sintomi infarto”. La “visita” con il Dottor Google restituirà una serie di risposte, tra cui, al primo posto, proprio il “senso di peso, di oppressione o di bruciore al petto”
  • l’effetto immedesimazione: i sintomi fisici sono quasi sempre universali tra gli esseri umani. Quello che accade a chi sceglie di cercare i sintomi su internet, sarà proprio un effetto di immedesimazione, che gli farà accrescere le percezioni e le sensazioni sintomatiche, provocando così un circuito di auto condizionamento. Questo sarà amplificato ancora di più dalla condivisione del proprio timore sui social: più si condividerà, più ci si convincerà, più si sentiranno storie e racconti di altre persone, più ci si suggestionerà e ci si terrorizzerà
  • l’effetto gregge: più si condivide il proprio timore, più ci si convincerà che sia fondato. La condivisione dovrebbe rassicurare, ma scatta un meccanismo chiamato “effetto carrozzone” o “effetto bandwagon”: le persone credono in alcune cose solo perché la maggioranza della gente crede o fa quelle stesse cose. L’eccesso di informazioni trovate, non produce una maggiore chiarezza ma confusione: è quello che viene chiamato information overload

Ma come smettere di cercare sintomi su internet? 

È possibile, per chi soffre di ipocondria, non guardare internet?

Il web è un luogo dove ormai si trova tutto e il contrario di tutto e dove la differenza tra un’informazione vera e attendibile e un’informazione falsa e opinabile non è sempre facile da individuare.

Ansa riporta i dati di un recente sondaggio sulle ricerche svolte sul web tra blog, forum e motori di ricerca, a testimonianza che internet è luogo d’elezione anche per i temi della propria salute:

  • sono il 64% le ricerche su sintomi e patologie
  • 55% le ricerche su alimentazione e stili di vita
  • 43% le ricerche su posologia, controindicazioni ed effetti collaterali di un farmaco.

Sul tema della cybercondria in Italia, i dati del sondaggio di Lenstore riportano che:

  • l’87% degli italiani cerca i sintomi prima su Google e solo dopo consulta un medico
  • il 27% degli italiani ammette che queste ricerche causano ansia
  • il 18% riconosce l’effetto delle autodiagnosi sul proprio benessere psicologico.

Tra i sintomi più ricercati online ci sono ansia, mal di gola, diarrea e insonnia.

Smettere di cercare sintomi su internet, specie se si è molto abituati a farlo, può essere difficile anche se si è consapevoli che può essere sbagliato. Se si vogliono avere informazioni attendibili, è fondamentale capire l’autorevolezza delle fonti o fare riferimento a testi scientifici di altra natura. 

Nel 2016, Google aveva già provato a implementare alcune funzionalità legate alla ricerca dei sintomi, ma non ci sono stati aggiornamenti significativi in questo ambito. Più utile, sarebbe rivolgersi agli esperti del settore e affidarsi a loro, cercando di non sostituire al nostro medico di fiducia il Dottor Google.

autodiagnosi su internet
Vlada Karpovich - Pexels

Come trattare la cybercondria

Una certa attenzione per il proprio stato di salute mentale e fisica è del tutto normale e, se non si trasforma in una preoccupazione nociva, può essere utile a intraprendere percorsi di prevenzione. Quando però diventa un’ansia che  pregiudica la nostra quotidianità innescando il meccanismo della cybercondria, i comportamenti possono diventare disfunzionali e mettere a rischio la nostra serenità.

Cybercondria e rischi per la salute, infatti, sono profondamente legati, sia in termini prettamente medici (la diagnosi di questo o quel sito web non potranno mai sostituire quella di un medico competente) che psicologici.

Un utile strumento di supporto alla diagnosi è il cybercondria severity scale (CSS-12), un test per l'ansia sviluppato “per consentire una valutazione multidimensionale della cyberchondria (compulsione, angoscia, eccesso, rassicurazione e sfiducia nei confronti del medico).”

Il fenomeno dell’ipocondria da internet è abbastanza recente, tanto che nel DSM-5 non ci sono specifici approfondimenti sulla cybercondria e le malattie mentali; tra le ipotesi messe in campo per il suo trattamento, figura la terapia cognitivo comportamentale

La CBT per la cybercondria sembra migliorare il disturbo d’ansia per la salute, ma le ricerche in questo campo sono ancora aperte a nuovi approfondimenti, come quello che indaga la cybercondria come “nuova sindrome compulsiva digitale transdiagnostica”.  

Quale cura per la cybercondria allora? Rivolgersi a uno psicologo e psicoterapeuta è sicuramente un buon modo per prendere consapevolezza di un eventuale problema legato all’esigenza di cercare sintomi su Google e diagnosi su internet.

Con il supporto di uno specialista, anche svolgendo un percorso di psicoterapia online, si potrà lavorare sulle cause che scatenano questo disturbo ansioso e imparare, passo dopo passo, a gestirlo con più equilibrio.


Questo è un contenuto divulgativo e non sostituisce la diagnosi di un professionista.
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