Alternare dieta rigida e abbuffate: come comprendere il meccanismo del "tanto ormai"?

"Basta un biscotto e la giornata è già da buttare."
"Ricomincio da lunedì, poi il lunedì ricomincio di nuovo."

Forse ti riconosci in questa scena: passi giorni a seguire regole alimentari molto strette, poi arriva un piccolo sgarro e in un attimo scatta il pensiero "tanto ormai ho rovinato tutto, tanto vale continuare".

Da lì, mangiare in eccesso non sembra più un momento difficile, ma la prova di aver fallito completamente. E così ti prometti che da lunedì ricomincerai, questa volta sul serio.

Se ti ci ritrovi, è utile sapere che questa oscillazione tra restrizione e abbuffata è uno schema molto diffuso. Non ha a che fare con la mancanza di forza di volontà, ma con un meccanismo psicologico e fisiologico che tende ad autoalimentarsi.

Il pensiero "tanto ormai" è il cuore di questa dinamica: trasforma una piccola infrazione in un fallimento totale. Più le regole che ti imponi sono numerose e rigide, più diventa probabile, prima o poi, infrangerle.

Comprendere questo circolo non significa etichettarlo necessariamente come qualcosa di grave, ma iniziare a osservare con curiosità cosa lo mette in moto.

Le radici del meccanismo

Cosa si nasconde dietro il ciclo restrizione e abbuffata

"Se ho sgarrato, tanto vale finire tutto quanto."
"Mi dico sempre che la prossima volta sarò perfetta."

Comprendere perché ci si ritrova in questo circolo può essere il primo passo per guardarlo con occhi diversi. Molte persone scelgono di esplorare le radici di questo rapporto con il cibo con l'aiuto di uno/a psicologo/a, che può offrire strumenti per osservare questi momenti senza giudicarsi. Proviamo, intanto, a esplorare insieme alcune possibili ragioni che sono alla base dell'alternanza tra dieta rigida e perdita di controllo con il cibo.

Il pensiero 'tutto o niente'

  • Vivere ogni minima deviazione dalla regola come una prova di mancanza di autocontrollo, invece che come un segnale che quella regola forse è troppo rigida.
  • Dividere i cibi in categorie nette, "buoni" e "cattivi", così che assaggiarne uno "proibito" sembra far crollare l'intero percorso.
  • Sentire che, una volta rotta la regola, non ha più senso fermarsi fino al giorno dopo.

La fame che cresce con la privazione

  • Una restrizione prolungata può generare una fame fisica e mentale sempre più intensa, che rende la perdita di controllo molto probabile.
  • Il corpo e la mente, dopo periodi di forte privazione, tendono a spingere con insistenza verso il cibo.
  • L'abbuffata può offrire un sollievo emotivo immediato da stati come ansia, noia o tristezza, seguito però da senso di colpa che alimenta nuovamente il ciclo.

Il rimandare a un 'nuovo inizio' perfetto

  • Il "da lunedì ricomincio" può diventare una giustificazione per continuare nel presente, con l'illusione che tutto si sistemerà in un futuro idealizzato.
  • Fissare obiettivi di peso molto rigidi e irrealistici può spingere verso diete sempre più estreme.
  • Legare gran parte del proprio valore alla forma del corpo può rendere ogni sgarro molto più pesante da vivere.
Prospettiva clinica
I momenti difficili sembrano assorbire tutte le nostre energie, ma le sfide e i problemi non definiscono il nostro valore personale. Darsi tempo per conoscere meglio le proprie risorse, senza cercare una soluzione immediata, e chiedere aiuto a un professionista quando serve, sono i primi passi verso il cambiamento positivo.
Il ciclo nella vita quotidiana

Situazioni in cui potresti riconoscerti

"Aspetto di essere sola in casa per mangiare così."
"Sul lavoro non sbaglio mai, col cibo invece crollo."

Questo meccanismo prende forma in momenti molto concreti. Vediamo alcune situazioni verosimili in cui forse ti sei ritrovato/a.

Il weekend che manda tutto all'aria

  • Seguire un conteggio calorico rigido durante la settimana e poi, dopo un piccolo sgarro nel weekend, mangiare tutto ciò che ci si era proibiti pensando che ormai la giornata sia persa.
  • Eliminare completamente una categoria di cibi, come i dolci o i carboidrati, per poi, in un momento di stress o solitudine, consumarne grandi quantità in segreto.
  • Provare un sollievo temporaneo durante l'episodio, seguito subito dopo da un forte disagio.

Il cibo lontano da sguardi esterni

  • Vivere da soli per la prima volta e, senza più pasti condivisi o orari fissi con altre persone, infrangere le proprie regole più facilmente rispetto a quando si viveva in famiglia.
  • Alternare giornate di alimentazione fortemente controllata a episodi in cui si mangia in fretta, in grandi quantità, fino a sentirsi sgradevolmente pieni.
  • Scegliere la solitudine durante questi momenti, per evitare il giudizio di chi sta intorno.

Quando il cibo diventa una prestazione

  • Applicare al cibo lo stesso standard di controllo richiesto sul lavoro, vivendo uno sgarro alimentare come un fallimento professionale.
  • Sentire l'urgenza di ricominciare da zero dopo ogni cedimento, come se fosse un obiettivo mancato in ufficio.
  • Promettersi ogni lunedì un nuovo inizio impeccabile, per poi ritrovarsi già dal pomeriggio a infrangere la regola e sentirsi ancora più delusi di prima.
Un momento per fermarsi
Ti riconosci in una di queste situazioni?

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Se il legame con cibo e corpo impatta sul tuo benessere, uno psicologo può accompagnarti. Trova lo psicologo adatto a te: bastano pochi minuti.

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Strategie concrete

Piccoli passi per uscire dal circolo

"Ho iniziato a chiedermi cosa provo prima di mangiare."
"Non voglio più affrontare tutto questo da sola."
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Ammorbidire le regole alimentari

Sostituire regole alimentari rigide con un approccio più regolare e flessibile può aiutare a ridurre il senso di perdita di controllo. Quando i cibi smettono di essere divisi in categorie come "permessi" e "proibiti", un eventuale scostamento dalla propria routine non viene più vissuto come un fallimento, evitando che si attivi il pensiero del tipo "ormai è tutto compromesso".

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Osservare cosa precede gli episodi

Può essere utile osservare non solo cosa mangi, ma anche cosa succede dentro di te prima di farlo. A volte dietro l'impulso non c'è solo la fame, ma un'emozione come ansia, noia o tristezza. Imparare a riconoscerla può aiutarti a capire cosa quel momento sta cercando di comunicarti.

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Distinguere un errore da un fallimento

Un momento di alimentazione diversa dal solito non significa aver rovinato il percorso. Una singola scelta non cancella tutto ciò che hai costruito: fermarti, riprendere il tuo equilibrio e scegliere come proseguire senza punirti è già un modo diverso e più gentile di prenderti cura di te.

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Cercare sollievo anche altrove

Quando arriva un'emozione difficile, può essere utile creare uno spazio prima di agire sull'impulso, dedicando quei minuti a qualcosa che possa aiutarti a regolare la tensione: una passeggiata, una telefonata a una persona di fiducia, qualche respiro lento o un'attività che ti rilassi. Il cibo può sembrare la soluzione più immediata, ma non è l'unico strumento a disposizione per prendersi cura di ciò che stai provando.

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Trattarti con più gentilezza

L'autocritica dopo un'abbuffata, invece di aiutare a cambiare, spesso aumenta il senso di colpa e può alimentare il ripetersi del comportamento. È importante rivolgersi a se stessi con lo stesso atteggiamento che avremmo nei confronti di una persona cara: con comprensione e curiosità, non con giudizio.

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Rivedere gli obiettivi in modo realistico

Aspettative troppo rigide sul peso e sul corpo possono mantenere il ciclo delle restrizioni. Orientarsi verso obiettivi più sostenibili permette di sviluppare un rapporto con il cibo più sereno e flessibile.

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Valutare un percorso con uno/a psicologo/a

Quando questo ciclo diventa fonte di disagio persistente, un percorso di psicoterapia può essere uno spazio prezioso per sentirsi capiti e sostenuti, senza giudizio. Non serve aspettare che la difficoltà diventi troppo grande per chiedere aiuto. Un supporto psicologico, affiancato da un professionista dell'alimentazione, può accompagnarti verso un rapporto più equilibrato e sereno con il cibo.

Parla di come ti senti a uno psicologo online

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Un passo alla volta

Verso un rapporto più sereno con il cibo

"Sto imparando a non trattarmi come un nemico."
"Un passo alla volta, senza pretendere la perfezione."

Il ciclo tra dieta rigida e abbuffate non è una questione di forza di volontà, ma un meccanismo psicologico e fisiologico che tende ad autoalimentarsi.

Uscirne non significa abbandonare la cura di te, ma lasciar andare l'idea di un controllo perfetto e assoluto, sostituendola con un approccio più flessibile e sostenibile.

Il senso di colpa dopo un eccesso, anziché aiutarti a cambiare, spesso è proprio ciò che prepara l'episodio successivo. Imparare a guardare questi momenti senza giudicarti può essere il primo passo per capire davvero cosa li mette in moto.

Spesso il cambiamento nasce da piccoli passi concreti nel presente, più che dall'attesa di un nuovo inizio perfetto rimandato a domani. Quando questo circolo diventa troppo pesante da gestire, richiedere il supporto di uno psicologo può essere un modo per prendersi cura di sé, non un segno di debolezza.

Il passo successivo, se ti senti pronto/a

La terapia psicologica non è solo per chi attraversa un momento di crisi. È uno spazio di ascolto per prenderti cura del tuo benessere mentale.

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FAQ

Domande frequenti

Il pensiero 'tanto ormai' è il cuore di questa dinamica: trasforma una piccola infrazione in un fallimento totale. Più le regole che ci si impone sono numerose e rigide, più diventa probabile, prima o poi, infrangerle. Dividere i cibi in categorie nette, buoni e cattivi, fa sì che assaggiarne uno proibito sembri far crollare l'intero percorso, e sentire che una volta rotta la regola non ha più senso fermarsi fino al giorno dopo. Questa oscillazione tra restrizione e abbuffata è uno schema molto diffuso e non ha a che fare con la mancanza di forza di volontà, ma con un meccanismo psicologico e fisiologico che tende ad autoalimentarsi.

Una restrizione prolungata può generare una fame fisica e mentale sempre più intensa, che rende la perdita di controllo molto probabile. Il corpo e la mente, dopo periodi di forte privazione, tendono a spingere con insistenza verso il cibo. L'abbuffata può offrire un sollievo emotivo immediato da stati come ansia, noia o tristezza, seguito però da senso di colpa che alimenta nuovamente il ciclo. Dietro l'impulso, quindi, non c'è solo la fame, ma spesso un'emozione che merita di essere riconosciuta.

Questo meccanismo prende forma in momenti molto concreti, come seguire un conteggio calorico rigido durante la settimana e poi, dopo un piccolo sgarro nel weekend, mangiare tutto ciò che ci si era proibiti pensando che ormai la giornata sia persa. Oppure eliminare completamente una categoria di cibi per poi, in un momento di stress o solitudine, consumarne grandi quantità in segreto, provando un sollievo temporaneo seguito da forte disagio. Capita anche di applicare al cibo lo stesso standard di controllo richiesto sul lavoro, vivendo uno sgarro come un fallimento e promettendosi ogni lunedì un nuovo inizio impeccabile.

L'autocritica dopo un'abbuffata, invece di aiutare a cambiare, spesso aumenta il senso di colpa e può alimentare il ripetersi del comportamento. Il senso di colpa dopo un eccesso, anziché aiutare a cambiare, spesso è proprio ciò che prepara l'episodio successivo. È importante rivolgersi a se stessi con lo stesso atteggiamento che si avrebbe nei confronti di una persona cara: con comprensione e curiosità, non con giudizio. Un momento di alimentazione diversa dal solito non significa aver rovinato il percorso, e una singola scelta non cancella tutto ciò che si è costruito.

Sostituire regole alimentari rigide con un approccio più regolare e flessibile può aiutare a ridurre il senso di perdita di controllo, così che un eventuale scostamento dalla routine non venga più vissuto come un fallimento. Può essere utile osservare non solo cosa si mangia, ma anche cosa succede dentro prima di farlo, creando uno spazio prima di agire sull'impulso, magari dedicando quei minuti a una passeggiata, una telefonata o qualche respiro lento. È utile anche rivedere gli obiettivi sul peso in modo più realistico, poiché aspettative troppo rigide possono mantenere il ciclo delle restrizioni, orientandosi verso obiettivi più sostenibili.

Quando questo ciclo diventa fonte di disagio persistente, un percorso di psicoterapia può essere uno spazio prezioso per sentirsi capiti e sostenuti, senza giudizio. Non serve aspettare che la difficoltà diventi troppo grande per chiedere aiuto: un supporto psicologico, affiancato da un professionista dell'alimentazione, può accompagnare verso un rapporto più equilibrato e sereno con il cibo. Quando questo circolo diventa troppo pesante da gestire, richiedere il supporto di uno psicologo può essere un modo per prendersi cura di sé, non un segno di debolezza.

Domande frequenti sulla terapia

Con Unobravo potrai svolgere terapia psicologica individuale o terapia di coppia, a seconda delle tue necessità. Per esempio, la terapia individuale dopo un tradimento può essere utile per migliorare la comunicazione e affrontare le sfide personali che influenzano le dinamiche relazionali. La scelta, dopo un tradimento, della terapia individuale o di coppia dipende dalle esigenze di ciascuna persona.

Un percorso di terapia individuale può offrire uno spazio sicuro per esplorare le proprie emozioni e i propri comportamenti insieme a un professionista della salute mentale.

Anche se non è sempre semplice capire come iniziare un percorso psicologico, con Unobravo non dovrai preoccuparti di come scegliere uno psicologo. Ti basterà compilare il questionario e incontrare nel primo colloquio gratuito lo psicologo che ti è stato assegnato tra gli psicologi Unobravo.
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Ogni processo terapeutico è unico e la motivazione o la necessità di iniziare un percorso di terapia varia da persona a persona. È importante ricordare che andare in terapia non solo aiuta ad affrontare le difficoltà e a trattare i disturbi, ma sostiene anche chi desidera intraprendere un percorso di crescita personale e fornisce strumenti e strategie utili per migliorare il benessere quotidiano.

È importante ricordare che fare terapia non è un segno di debolezza ma di cura di sé, quindi non c'è bisogno di aspettare di raggiungere il nostro limite per chiedere aiuto.

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