Cancro e genitorialità: come affrontare il timore di non riuscire a essere il genitore che si desidera durante le cure?

Sono ancora sua madre, anche se ora sto male.
Mi sento invisibile agli occhi di chi ci circonda.

Convivere con una diagnosi di cancro significa affrontare tante cose insieme: le cure, la stanchezza, la paura per il futuro.

Ma c'è un timore che spesso resta silenzioso e che pesa più di quanto si dica ad alta voce. È la sensazione di non riuscire più a essere il genitore che si vorrebbe essere per i propri figli.

A volte questa sensazione nasce dentro di noi, altre volte è alimentata da chi ci sta intorno. Quando insegnanti, parenti o amici iniziano a rivolgersi ai bambini scavalcandoti, o parlano di te con toni protettivi, può arrivare il messaggio implicito che tu non sia più un punto di riferimento affidabile.

È un vissuto che tocca la tua identità e che si combina con la rabbia, il disorientamento e la paura che accompagnano ogni fase della cura. Se ti riconosci in questo, sappi che quello che provi è comprensibile e non sei la sola persona a viverlo.

Le radici di questo vissuto

Perché durante le cure può sembrare che il tuo ruolo venga messo in disparte

Vogliono aiutarmi, ma mi sento messo da parte.
Nessuno mi chiede più cosa penso io per loro.

Capire da dove nasce questa sensazione può aiutare a viverla con un po' più di chiarezza. Elaborare un vissuto così delicato, che tocca insieme la malattia e l'identità di genitore, può essere più semplice con il supporto di uno/a psicologo/a, che può offrirti strumenti per ritrovare fiducia nella tua presenza.

Proviamo, intanto, a esplorare insieme alcune possibili ragioni che sono alla base del timore di non essere più visto come il genitore che desideri essere durante le cure.

L'automatismo protettivo di chi ti sta intorno

  • Parenti e amici, mossi dal desiderio di aiutare, tendono a sostituirsi a te nelle decisioni quotidiane sui bambini, senza accorgersi dell'effetto destabilizzante che questo può avere.
  • La malattia può suscitare nelle persone vicine un forte desiderio di proteggerti che, senza intenzione, può essere percepito come una messa in discussione delle tue capacità di genitore.
  • Il bisogno di sicurezza di chi ti circonda può tradursi in comportamenti che scavalcano la tua autorevolezza, aggravando la sensazione di perdere il tuo posto.

La paura sociale della malattia

  • La difficoltà degli altri nel confrontarsi con il cancro può portare, talvolta, ad assumere atteggiamenti che ti fanno sentire meno presente nel tuo ruolo, anche quando continui a esserci per i tuoi figli.
  • Questo atteggiamento riflette più le loro paure che la realtà della tua presenza quotidiana accanto ai figli.

La difficoltà di parlarne con i figli

  • Quando la comunicazione con i bambini sulla malattia resta sospesa, si apre spazio a interpretazioni che gli adulti esterni possono involontariamente rinforzare.
  • Non trovare le parole per spiegare cosa sta accadendo può aumentare la distanza percepita, anche quando il legame resta forte.
Prospettiva clinica
I momenti difficili sembrano assorbire tutte le nostre energie, ma le sfide e i problemi non definiscono il nostro valore personale. Darsi tempo per conoscere meglio le proprie risorse, senza cercare una soluzione immediata, e chiedere aiuto a un professionista quando serve, sono i primi passi verso il cambiamento positivo.
Momenti di vita quotidiana

Situazioni in cui potresti riconoscerti

Hanno deciso tutto loro, senza dirmi niente.
Parlano a mia figlia come se io non ci fossi.

A volte è nei piccoli gesti di ogni giorno che si percepisce questa sottrazione silenziosa del proprio ruolo. Ecco alcune situazioni concrete in cui potresti ritrovarti.

Quando gli altri adulti ti scavalcano

  • Un insegnante che comunica scelte scolastiche direttamente ai nonni o ad altri parenti, senza considerarti come interlocutore principale.
  • Familiari che, per alleggerirti, prendono decisioni quotidiane sui bambini senza consultarti prima.
  • Sentirti escluso da momenti scolastici o sociali importanti perché considerato in anticipo come una persona 'non disponibile'.

Quando percepisci lo sguardo degli altri

  • Amici di famiglia che, parlando ai tuoi figli, usano toni compassionevoli riferendosi a te come se non fossi più in grado di occuparti di loro.
  • Continuare a partecipare attivamente alla vita dei bambini durante le cure, ma sentirti trattato come una presenza marginale o fragile.
  • Il contrasto tra il tuo desiderio di mantenere la tua autorevolezza e l'atteggiamento protettivo di chi ti circonda.
Un momento per fermarsi
Ti riconosci in una di queste situazioni?

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Quando la malattia condiziona il tuo benessere, parlarne può aiutare

Se convivere con la malattia sta diventando troppo difficile, non devi affrontarlo per forza da solo. Trova lo psicologo adatto a te: bastano pochi minuti.

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Strategie pratiche

Come ritrovare la tua presenza di genitore durante le cure

Ho detto a tutti che voglio esserci per lui.
Con la psicologa ho ritrovato un po' di me.
1

Esprimere il desiderio di essere coinvolto

Puoi provare a comunicare in modo chiaro a parenti, insegnanti e amici quanto sia importante per te continuare a partecipare alle decisioni sui tuoi figli, anche durante le cure. Spesso chi ti sta intorno non si rende conto dell'effetto dei propri gesti, e sentire da te cosa desideri può cambiare molto.

2

Concordare un piano condiviso con chi ti è vicino

Con il/la partner o con i familiari più stretti, potresti stabilire insieme come gestire la comunicazione verso l'esterno riguardo al tuo ruolo di genitore. Avere qualcuno che ti sostiene nel ribadirlo può alleggerire il carico.

3

Creare momenti autentici con i tuoi figli

Anche quando le energie sono limitate, puoi favorire piccoli momenti di condivisione con i bambini, spiegando la situazione con parole adatte alla loro età. Non serve fare tanto: un racconto, una coccola o una chiacchierata possono rinsaldare il legame più di quanto immagini.

4

Accogliere le tue emozioni senza colpevolizzarti

La frustrazione o la rabbia verso gli atteggiamenti protettivi altrui sono reazioni comprensibili. È importante lasciarti spazio per sentirle, senza giudicarti per non riuscire a controllare ogni cosa intorno a te.

5

Ridurre le aspettative che metti su te stesso

Durante le cure il corpo ha bisogno di riposo, e questo non toglie nulla al tuo valore come genitore. Essere presente può assumere forme diverse rispetto a prima, e va bene così.

6

Prendere in considerazione un percorso di terapia

Rivolgersi a uno/a psicologo/a può offrirti uno spazio per elaborare il vissuto di esclusione e ritrovare fiducia nelle tue capacità di genitore. Non è necessario aspettare che la situazione diventi molto pesante per chiedere un supporto. Un percorso psicologico può offrirti uno spazio di ascolto e sostegno in cui costruire modalità concrete per riaffermare la tua presenza.

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Un ruolo che non si cancella

Restare genitore, anche nella fragilità

Sono ancora suo padre, la malattia non lo toglie.
Posso esserci anche in modi diversi da prima.

Il timore di non essere più percepito come un genitore presente è una delle ferite più silenziose che possono accompagnare la malattia oncologica.

Riaffermare il proprio ruolo non significa negare la fatica delle cure, ma individuare modalità nuove di esserci anche nei momenti di maggiore fragilità. La tua identità di genitore, costruita nel tempo, non viene cancellata dalla diagnosi.

La rete di persone intorno alla famiglia può offrire un aiuto prezioso quando sostiene il tuo ruolo genitoriale, invece di sostituirsi a te nelle decisioni che riguardano i tuoi figli. E una comunicazione aperta con i figli e con gli adulti di riferimento resta uno degli strumenti più preziosi per contrastare la sensazione di essere messi da parte.

Se senti che questo peso è troppo grande da portare da solo, un percorso con uno/a psicologo/a può accompagnarti nel ritrovare fiducia e nel dare nuova forma alla tua presenza. Chiedere aiuto è un passo che parla della cura che hai verso te stesso e verso chi ami.

Il passo successivo, se ti senti pronto/a

La terapia psicologica non è solo per chi attraversa un momento di crisi. È uno spazio di ascolto per prenderti cura del tuo benessere mentale.

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Auguro a tutti questo percorso
Dopo un anno di psicoterapia con la dottoressa Antonella Maria Rita Martino, sono diventata un'altra persona. Soffrivo d'ansia in modo cronico e invalidante, nemmeno mi rendevo conto di quanto fosse pesante, e ora posso dire che va davvero meglio, l'ansia viene ogni tanto e ho gli strumenti per gestirla e annientarla in poche ore o addirittura minuti, come ormai so gestire meglio ogni crisi che mi possa capitare. Penso che non smetterò mai con le mie sedute perché c'è tanto da imparare, tanto da crescere, per non parlare di quanto si possa definire quest'esperienza una coccola per sé stessi. Grazie Mille Maria Rita per avermi cambiato l'esistenza.
— Francesca Piras
Valutazione di 4.7 / 5 | 8.737 recensioni
Incontri speciali!
Ho iniziato questo percorso principalmente per problemi di forte ansia, attacchi di panico e difficoltà ormai molto invalidanti nel relazionarmi con gli altri sfociate nell'impossibilità di vivere "normalmente" la mia quotidianità con un principio di depressione, insieme alla dott.ssa Elisa Pasquali, che sin dalla seduta conoscitiva si è mostrata molto empatica e disponibile/flessibile, facendomi sentire a mio agio nonostante la condizione di assoluta inadeguatezza che stavo vivendo da un po'. Da tre mesi a questa parte si è mostrata sempre super attenta ad ascoltare ed in grado di far emergere le problematiche più nascoste con le quali convivo forse dall'infanzia, portanomi a ragionamenti magari mai pima d'ora presi in considerazione, che stanno iniziando a farmi vedere le cose in un'altra prospettiva, anche più realistica e meno catastrofica di quanto pensassi, con il beneficio di iniziare a star meglio nonostante il percorso possa rivelarsi ancora lungo e tortuoso. Ho riscoperto la forza di voler riprendere la mia vita in mano!
— Maria
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La mia salvezza
Grazie ad unobravo ho potuto fare la psicoterapia che mi serviva senza dover affrontare traffico, ritardi, semplicemente dal divano di casa!
— GIUSY
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FAQ

Domande frequenti

Questa sensazione a volte nasce dentro di sé, altre volte è alimentata da chi sta intorno. Quando insegnanti, parenti o amici iniziano a rivolgersi ai bambini scavalcandoti, o parlano di te con toni protettivi, può arrivare il messaggio implicito che tu non sia più un punto di riferimento affidabile. È un vissuto che tocca la tua identità e che si combina con la rabbia, il disorientamento e la paura che accompagnano ogni fase della cura. Parenti e amici, mossi dal desiderio di aiutare, tendono a sostituirsi a te nelle decisioni quotidiane sui bambini, senza accorgersi dell'effetto destabilizzante che questo può avere.

La malattia può suscitare nelle persone vicine un forte desiderio di proteggerti che, senza intenzione, può essere percepito come una messa in discussione delle tue capacità di genitore. Il bisogno di sicurezza di chi ti circonda può tradursi in comportamenti che scavalcano la tua autorevolezza, aggravando la sensazione di perdere il tuo posto. Anche la difficoltà degli altri nel confrontarsi con il cancro può portare ad assumere atteggiamenti che ti fanno sentire meno presente nel tuo ruolo, anche quando continui a esserci per i tuoi figli. Questo atteggiamento riflette più le loro paure che la realtà della tua presenza quotidiana accanto ai figli.

Un insegnante che comunica scelte scolastiche direttamente ai nonni o ad altri parenti, senza considerarti come interlocutore principale, è un esempio frequente. Familiari che, per alleggerirti, prendono decisioni quotidiane sui bambini senza consultarti prima, oppure il sentirti escluso da momenti scolastici o sociali importanti perché considerato in anticipo come una persona 'non disponibile'. Anche amici di famiglia che, parlando ai tuoi figli, usano toni compassionevoli riferendosi a te come se non fossi più in grado di occuparti di loro rientrano in questo quadro, così come il contrasto tra il desiderio di mantenere la propria autorevolezza e l'atteggiamento protettivo di chi circonda.

Quando la comunicazione con i bambini sulla malattia resta sospesa, si apre spazio a interpretazioni che gli adulti esterni possono involontariamente rinforzare, e non trovare le parole per spiegare cosa sta accadendo può aumentare la distanza percepita, anche quando il legame resta forte. Anche quando le energie sono limitate, si possono favorire piccoli momenti di condivisione con i bambini, spiegando la situazione con parole adatte alla loro età. Non serve fare tanto: un racconto, una coccola o una chiacchierata possono rinsaldare il legame più di quanto si immagini.

Si può provare a comunicare in modo chiaro a parenti, insegnanti e amici quanto sia importante continuare a partecipare alle decisioni sui figli, anche durante le cure, perché spesso chi sta intorno non si rende conto dell'effetto dei propri gesti. Con il/la partner o con i familiari più stretti si può stabilire insieme come gestire la comunicazione verso l'esterno riguardo al proprio ruolo. È utile anche accogliere la frustrazione o la rabbia senza colpevolizzarsi, e ridurre le aspettative su di sé, perché durante le cure il corpo ha bisogno di riposo, e questo non toglie nulla al proprio valore come genitore: essere presente può assumere forme diverse rispetto a prima, e va bene così.

È comprensibile e non si è la sola persona a viverlo. La frustrazione o la rabbia verso gli atteggiamenti protettivi altrui sono reazioni comprensibili, ed è importante lasciarsi spazio per sentirle, senza giudicarsi per non riuscire a controllare ogni cosa intorno a sé. Il timore di non essere più percepito come un genitore presente è una delle ferite più silenziose che possono accompagnare la malattia oncologica, ma riaffermare il proprio ruolo non significa negare la fatica delle cure, bensì individuare modalità nuove di esserci anche nei momenti di maggiore fragilità: la propria identità di genitore, costruita nel tempo, non viene cancellata dalla diagnosi.

Domande frequenti sulla terapia

Con Unobravo potrai svolgere terapia psicologica individuale o terapia di coppia, a seconda delle tue necessità. Per esempio, la terapia individuale dopo un tradimento può essere utile per migliorare la comunicazione e affrontare le sfide personali che influenzano le dinamiche relazionali. La scelta, dopo un tradimento, della terapia individuale o di coppia dipende dalle esigenze di ciascuna persona.

Un percorso di terapia individuale può offrire uno spazio sicuro per esplorare le proprie emozioni e i propri comportamenti insieme a un professionista della salute mentale.

Anche se non è sempre semplice capire come iniziare un percorso psicologico, con Unobravo non dovrai preoccuparti di come scegliere uno psicologo. Ti basterà compilare il questionario e incontrare nel primo colloquio gratuito lo psicologo che ti è stato assegnato tra gli psicologi Unobravo.
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A decidere quanto dura un percorso psicologico sarete tu e il tuo Unobravo: ogni persona è unica, così come lo sarà il viaggio verso il tuo benessere psicologico.

Ogni processo terapeutico è unico e la motivazione o la necessità di iniziare un percorso di terapia varia da persona a persona. È importante ricordare che andare in terapia non solo aiuta ad affrontare le difficoltà e a trattare i disturbi, ma sostiene anche chi desidera intraprendere un percorso di crescita personale e fornisce strumenti e strategie utili per migliorare il benessere quotidiano.

È importante ricordare che fare terapia non è un segno di debolezza ma di cura di sé, quindi non c'è bisogno di aspettare di raggiungere il nostro limite per chiedere aiuto.

La terapia di coppia può aiutare in questo caso?

La terapia può offrire uno spazio in cui tu e il/la partner costruite insieme un modo condiviso di comunicare con i figli e con chi vi circonda. Spesso la malattia porta a decisioni prese in fretta o in solitudine, e questo può generare incomprensioni proprio nei momenti in cui servirebbe più sintonia. Nel percorso di coppia potete definire insieme come mantenere entrambi un ruolo attivo di genitori, anche quando le energie sono limitate, evitando che uno dei due si senta escluso dalle scelte quotidiane.

Il/la partner sano/a tende a coprire ogni spazio per proteggere l'equilibrio familiare, ma questo può involontariamente far sentire l'altro/a messo/a da parte. La terapia di coppia può aiutarvi a riconoscere questo meccanismo e trovare insieme un equilibrio diverso, in cui entrambi restano punti di riferimento per i figli, ciascuno con le proprie modalità e i propri tempi.

In terapia di coppia potete lavorare su un linguaggio condiviso da usare con parenti, amici e scuola, così da presentarvi come un fronte unito che chiede di essere coinvolto nelle decisioni sui figli. Spesso chi vi circonda agisce per proteggervi, senza rendersi conto dell'effetto che questo ha sulla vostra autorevolezza di genitori. Costruire insieme questa strategia comunicativa può alleggerire il peso che altrimenti ricadrebbe solo su chi è malato/a.

Non serve che la relazione sia in difficoltà per trarre beneficio da questo percorso. La terapia di coppia può rappresentare uno spazio utile anche quando il legame resta solido ma alcune dinamiche, come la gestione dei figli o la comunicazione con l'esterno, sono diventate più complesse a causa della malattia. Iniziare un percorso insieme può aiutarvi a rafforzare la collaborazione proprio in un momento in cui è preziosa.

Puoi partire dal condividere quello che provi, magari raccontando la sensazione di sentirti messo/a da parte nel ruolo di genitore, e proporre la terapia come uno spazio in cui affrontare insieme questo vissuto, non come segnale che qualcosa non funziona tra voi. Presentarla come un'occasione per ritrovare sintonia nella gestione familiare, piuttosto che come necessità legata a un problema, può rendere più naturale l'idea di provarci insieme.

I due percorsi possono convivere e rispondere a bisogni diversi. Un percorso individuale ti permette di elaborare le tue emozioni personali, come la frustrazione o la paura di perdere la tua identità di genitore. La terapia di coppia, invece, si concentra sulla relazione e su come voi due, insieme, potete affrontare le sfide quotidiane legate ai figli e a chi vi circonda. Non sono in competizione: spesso si integrano bene, ciascuno offrendo uno spazio diverso di crescita.

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