Chiedere aiuto per il lutto quando in famiglia non lo si è mai fatto: come gestire il senso di colpa legato al chiedere vicinanza?

Chiedere aiuto per il lutto quando in famiglia non lo si è mai fatto: come gestire il senso di colpa legato al chiedere vicinanza?
"Mio padre ha perso i suoi genitori senza mai chiedere aiuto"
"Mi sembra di non avere il diritto di stare così male"

Sei cresciuto in una famiglia dove il dolore si affronta in silenzio, dove si stringono i denti e "si va avanti" senza lamentarsi. Ora che stai vivendo la perdita di una persona cara, senti il bisogno di un supporto psicologico, ma qualcosa dentro di te ti frena.

Forse pensi ai tuoi cari, che hanno attraversato perdite anche più dolorose senza mai rivolgersi a nessuno quindi ti chiedi perché tu invece dovresti aver bisogno di aiuto.

Questo confronto può trasformare un desiderio legittimo in qualcosa che sembra un lusso indebito, quasi un tradimento verso chi ha sopportato senza dire una parola.

Eppure il lutto è un'esperienza universale ma profondamente soggettiva. Non esiste un modo "giusto" o "sufficientemente grave" per meritare cura e vicinanza.

Se ti riconosci in queste sensazioni, sappi che non sei solo e che quello che provi ha delle radici comprensibili.

Comprendere il senso di colpa

Le radici di un senso di colpa tramandato

"In casa mia nessuno ha mai parlato di certe cose"
"Mia madre ha sofferto molto più di me e non si è mai lamentata"

Il senso di colpa che provi può essere legato anche a ciò che hai appreso nel tempo su come si "deve" affrontare il dolore. In molti casi, esplorare da dove nasce questa colpa e comprendere il legame che avevi con la persona che non c'è più può essere più semplice con l'aiuto di uno/a psicologo/a, che può offrirti uno spazio per sentirti compreso senza giudizio.

Proviamo, intanto, a esplorare insieme alcune possibili ragioni che sono alla base di questo senso di colpa nel chiedere supporto per il tuo lutto.

Un modello familiare di silenzio

  • In alcune famiglie "fare il forte per gli altri" viene trasmesso di generazione in generazione come un valore, quasi una prova di dignità.
  • Chiedere aiuto per sé può essere percepito come un privilegio non guadagnato perché se gli altri hanno retto senza supporto, il proprio dolore potrebbe apparire insufficiente a giustificarlo.
  • Il dolore, in questi contesti, si affronta in autonomia per non pesare sugli altri, e chiedere vicinanza può sembrare una forma di debolezza.

Il confronto come metro di giudizio

  • La convinzione che il proprio dolore sia "troppo poco" per meritare un percorso nasce spesso dal paragone con la sofferenza altrui, non da un ascolto reale dei propri bisogni.
  • Guardare a chi in famiglia ha attraversato perdite senza mai cercare aiuto può diventare un metro distorto con cui misurare la "gravità" di ciò che stai vivendo.
  • Può esserci il timore di essere visto come meno capace o meno resiliente rispetto a chi non ha mai chiesto nulla.

Il bisogno di dare un ordine al dolore

  • Il senso di colpa a volte nasce dal bisogno di dare una spiegazione a un'esperienza che altrimenti risulterebbe difficile da sostenere.
  • In alcuni casi, il senso di colpa può intrecciarsi al bisogno di dare un significato a un'esperienza di smarrimento difficile da sostenere.
  • Le convinzioni familiari su come si affronta la perdita possono continuare a influenzare il modo in cui ti concedi, o meno, di ricevere sostegno.
Prospettiva clinica
Chi ha attraversato il dolore in silenzio non sempre lo ha scelto. A volte magari poteva rappresentare l'unica via che sentiva possibile in quel momento. Vale la pena chiedersi se restare fedeli a quel silenzio sia davvero un modo per onorare chi ci ha preceduto, o se permetterti vicinanza possa essere una forma diversa di rispetto, verso di loro e verso te stesso.
Marialetizia Proia
Marialetizia Proia
Psicoterapeuta Unobravo
Vissuti concreti

Situazioni in cui potresti riconoscerti

"Non ho detto a nessuno che ho iniziato un percorso"
"Se sto meglio dopo aver parlato, mi sento quasi in colpa"

Il senso di colpa nel chiedere aiuto per il lutto può manifestarsi in tanti modi diversi. Ecco alcune situazioni concrete in cui potresti ritrovarti.

Rimandare e minimizzare

  • Rimandare per mesi la richiesta di un supporto psicologico pensando che i propri genitori non lo hanno mai fatto.
  • Minimizzare il proprio dolore confrontandolo con quello di un parente che ha vissuto una perdita analoga o più dolorosa senza mai cercare aiuto.
  • Bloccarsi nel chiedere sostegno perché in famiglia il dolore si esprime solo attraverso il fare, il tornare subito alle attività quotidiane, mai attraverso le parole.

Nascondere e sentirsi in colpa

  • Provare vergogna all'idea di raccontare in famiglia di essere in terapia per il lutto, temendo di essere visto come debole o incapace di "reggere" come gli altri.
  • Nascondere ai familiari il percorso psicologico avviato, per paura di incomprensioni o di allontanamenti.
  • Sentirsi in colpa persino nel provare sollievo parlando con uno/a psicologo/a, come se quel sollievo screditasse la sofferenza silenziosa vissuta da altri in famiglia.
Un momento per fermarsi
Ti riconosci in una di queste situazioni?

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Strategie pratiche

Come alleggerire il senso di colpa e prenderti cura di te

"Sto imparando che chiedere aiuto non mi rende fragile"
"Voglio che i miei figli sappiano che possono parlare del dolore"
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Distinguere il bisogno reale dal confronto

Il bisogno di supporto non dipende soltanto dalle caratteristiche della perdita, ma anche dal significato che quella relazione aveva per te, dalle risorse disponibili e dal momento che stai attraversando. Potresti provare a chiederti cosa senti davvero, mettendo da parte per un momento il paragone con gli altri.

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Riconoscere il modello familiare come qualcosa di appreso

Il modo in cui la tua famiglia ha gestito il dolore è un modello appreso, non necessariamente l'unico possibile o il più utile per te. Puoi iniziare a distinguere tra ciò che hai ereditato e ciò di cui hai bisogno oggi.

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Concederti la richiesta di aiuto come cura di te

Chiedere sostegno può essere vissuto come un atto di cura verso te stesso, e non come un tradimento di chi non l'ha mai fatto. Potresti provare a pensare che permetterti vicinanza non toglie nulla a chi ha sofferto in silenzio.

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Dare parole al dolore, poco alla volta

Se in famiglia il dolore si esprimeva solo attraverso le azioni, dare parole a ciò che senti può risultare inizialmente difficile. Puoi cominciare in piccolo, magari scrivendo ciò che provi, senza pretendere di trovare subito le parole giuste.

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Considerare cosa lasci a chi verrà dopo

Interrompere uno schema familiare di silenzio sul dolore può essere anche un modo per proteggere chi verrà dopo di te dallo stesso peso. Rileggere questa eredità con più consapevolezza è già un gesto di valore.

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Valutare un percorso di psicoterapia

Un percorso con uno/a psicologo/a può offrirti uno spazio per elaborare il lutto sentendoti capito e sostenuto, e per comprendere quali convinzioni familiari alimentano il tuo senso di colpa. Non è necessario aspettare che il dolore diventi molto difficile da sostenere per chiedere supporto: la terapia può rappresentare uno spazio di crescita e riflessione, prezioso proprio quando attraversi un momento così delicato.

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Il tuo dolore merita ascolto, così com'è

"Il mio dolore ha diritto di esistere, come quello degli altri"
"Forse posso attraversare questo lutto senza restare solo"

Il lutto non si misura confrontandolo con la sofferenza di altri, ma dal significato che la perdita ha nella tua storia personale.

Chiedere supporto psicologico può essere un gesto di cura verso te stesso, non un privilegio da meritare né un tradimento verso chi non l'ha mai fatto.

Il silenzio tramandato in famiglia sul dolore non è necessariamente un modello da onorare ripetendolo. Puoi scegliere di rileggerlo con maggiore consapevolezza, riconoscendo che chi ha sofferto in silenzio non lo ha fatto perché fosse l'unica via, ma spesso perché non aveva altra possibilità.

Elaborare una perdita con un aiuto professionale non cancella il legame con la persona che non c'è più, ma può permetterti di viverlo in modo più pensabile e meno solitario.

Se senti che è arrivato il momento, valutare un percorso con uno/a psicologo/a può essere un primo passo delicato per permetterti davvero di attraversare questo dolore, nel modo che senti più tuo.

Il passo successivo, se ti senti pronto/a

La terapia psicologica non è solo per chi attraversa un momento di crisi. È uno spazio di ascolto per prenderti cura del tuo benessere mentale.

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Ho iniziato questo percorso principalmente per problemi di forte ansia, attacchi di panico e difficoltà ormai molto invalidanti nel relazionarmi con gli altri sfociate nell'impossibilità di vivere "normalmente" la mia quotidianità con un principio di depressione, insieme alla dott.ssa Elisa Pasquali, che sin dalla seduta conoscitiva si è mostrata molto empatica e disponibile/flessibile, facendomi sentire a mio agio nonostante la condizione di assoluta inadeguatezza che stavo vivendo da un po'. Da tre mesi a questa parte si è mostrata sempre super attenta ad ascoltare ed in grado di far emergere le problematiche più nascoste con le quali convivo forse dall'infanzia, portanomi a ragionamenti magari mai pima d'ora presi in considerazione, che stanno iniziando a farmi vedere le cose in un'altra prospettiva, anche più realistica e meno catastrofica di quanto pensassi, con il beneficio di iniziare a star meglio nonostante il percorso possa rivelarsi ancora lungo e tortuoso. Ho riscoperto la forza di voler riprendere la mia vita in mano!
— Maria
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Dove mi sono sentita vista
In un mondo che spesso corre troppo veloce, incontrare il Dott. Salvatore Fatiga per me è stato come trovare un porto sicuro. La sua presenza mi ha trasmesso subito calma, accoglienza e una profonda empatia. Fin dal primo incontro ho percepito la sua capacità di ascoltare con il cuore, senza giudicare, offrendomi uno spazio protetto in cui mi sono finalmente sentita vista e compresa. Salvatore non è solo uno psicologo competente: è una persona che sa entrare in punta di piedi nella vita degli altri, con rispetto e delicatezza. Ogni sua parola, ogni gesto, mi ha fatto sentire stimata come essere umano. Mi ha accompagnata nel mio percorso con pazienza e dedizione, valorizzando ogni mio passo, anche il più piccolo, come un traguardo importante. Lo consiglierei a chiunque stia cercando non solo un professionista preparato, ma anche una guida autentica, capace di illuminare il cammino con gentilezza e saggezza. È raro incontrare qualcuno che riesca a unire competenza clinica e umanità in modo così naturale. Per me, è stato un incontro che ha fatto davvero la differenza.
— Rosaria
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Un esperienza fondamentale per ritrovarmi
Ho passato un periodo particolarmente buio e da sola non riuscivo ad andare avanti, avevo bisogno di qualcuno che mi sostenesse e mi facesse trovare la forza per andare avanti. Mia cognata mi propone di farmi aiutare da uno psicologo, e mi scarica l'app di uno bravo sul cellulare. Le sarò grata sempre. Ho travato la persona di cui avevo bisogno: Nicola Riccardo Croce un professionista serio, affidabile, disponibile. Ha creduto in me e mi ha aiutato a credere in me stessa, ad aumentare la mia autostima, ora sono consapevole di poter affrontare qualsiasi difficoltà, per quanto dura possa essere, ho le risorse per farlo e lo devo solo ed esclusivamente a lui. E' un sistema che funziona, comodo e alla portata di tutti.
— Anna
Valutazione di 4.7 / 5 | 8.737 recensioni
FAQ

Domande frequenti

Il senso di colpa può essere legato a ciò che hai appreso nel tempo su come si deve affrontare il dolore. In alcune famiglie fare il forte per gli altri viene trasmesso di generazione in generazione come un valore, quasi una prova di dignità. Chiedere aiuto per sé può essere percepito come un privilegio non guadagnato perché se gli altri hanno retto senza supporto, il proprio dolore potrebbe apparire insufficiente a giustificarlo. Il dolore, in questi contesti, si affronta in autonomia per non pesare sugli altri, e chiedere vicinanza può sembrare una forma di debolezza. Esplorare da dove nasce questa colpa può essere più semplice con l'aiuto di uno psicologo.

La convinzione che il proprio dolore sia troppo poco per meritare un percorso nasce spesso dal paragone con la sofferenza altrui, non da un ascolto reale dei propri bisogni. Non esiste un modo giusto o sufficientemente grave per meritare cura e vicinanza. Il bisogno di supporto non dipende soltanto dalle caratteristiche della perdita, ma anche dal significato che quella relazione aveva per te, dalle risorse disponibili e dal momento che stai attraversando. Il lutto non si misura confrontandolo con la sofferenza di altri, ma dal significato che la perdita ha nella tua storia personale.

Il senso di colpa può manifestarsi in tanti modi diversi. Può capitare di rimandare per mesi la richiesta di un supporto psicologico pensando che i propri genitori non lo hanno mai fatto, o di minimizzare il proprio dolore confrontandolo con quello di un parente che ha vissuto una perdita analoga senza mai cercare aiuto. Ci si può bloccare nel chiedere sostegno perché in famiglia il dolore si esprime solo attraverso il fare, mai attraverso le parole. Si può provare vergogna nel raccontare di essere in terapia, nascondere il percorso avviato, e persino sentirsi in colpa nel provare sollievo dopo aver parlato con uno psicologo.

Nascondere ai familiari il percorso psicologico avviato per paura di incomprensioni o di allontanamenti è una situazione in cui ci si può ritrovare quando in famiglia il dolore si affronta in silenzio. Può accompagnarsi alla vergogna all'idea di raccontare di essere in terapia per il lutto, temendo di essere visto come debole o incapace di reggere come gli altri. Sentirsi in colpa persino nel provare sollievo parlando con uno psicologo, come se quel sollievo screditasse la sofferenza silenziosa vissuta da altri in famiglia, fa parte di questo vissuto comune.

Puoi provare a distinguere il bisogno reale dal confronto, chiedendoti cosa senti davvero e mettendo da parte per un momento il paragone con gli altri. Il modo in cui la tua famiglia ha gestito il dolore è un modello appreso, non necessariamente l'unico possibile o il più utile per te. Chiedere sostegno può essere vissuto come un atto di cura verso te stesso, e non come un tradimento di chi non l'ha mai fatto. Se in famiglia il dolore si esprimeva solo attraverso le azioni, puoi cominciare in piccolo a dare parole a ciò che senti, magari scrivendo, senza pretendere di trovare subito le parole giuste.

Chiedere supporto psicologico può essere un gesto di cura verso te stesso, non un privilegio da meritare né un tradimento verso chi non l'ha mai fatto. Chi ha attraversato il dolore in silenzio non sempre lo ha scelto: a volte poteva rappresentare l'unica via che sentiva possibile in quel momento. Il silenzio tramandato in famiglia sul dolore non è necessariamente un modello da onorare ripetendolo, e permetterti vicinanza può essere una forma diversa di rispetto, verso i tuoi cari e verso te stesso. Elaborare una perdita con un aiuto professionale non cancella il legame con la persona che non c'è più.

Domande frequenti sulla terapia

Con Unobravo potrai svolgere terapia psicologica individuale o terapia di coppia, a seconda delle tue necessità. Per esempio, la terapia individuale dopo un tradimento può essere utile per migliorare la comunicazione e affrontare le sfide personali che influenzano le dinamiche relazionali. La scelta, dopo un tradimento, della terapia individuale o di coppia dipende dalle esigenze di ciascuna persona.

Un percorso di terapia individuale può offrire uno spazio sicuro per esplorare le proprie emozioni e i propri comportamenti insieme a un professionista della salute mentale.

Anche se non è sempre semplice capire come iniziare un percorso psicologico, con Unobravo non dovrai preoccuparti di come scegliere uno psicologo. Ti basterà compilare il questionario e incontrare nel primo colloquio gratuito lo psicologo che ti è stato assegnato tra gli psicologi Unobravo.
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A decidere quanto dura un percorso psicologico sarete tu e il tuo Unobravo: ogni persona è unica, così come lo sarà il viaggio verso il tuo benessere psicologico.

Ogni processo terapeutico è unico e la motivazione o la necessità di iniziare un percorso di terapia varia da persona a persona. È importante ricordare che andare in terapia non solo aiuta ad affrontare le difficoltà e a trattare i disturbi, ma sostiene anche chi desidera intraprendere un percorso di crescita personale e fornisce strumenti e strategie utili per migliorare il benessere quotidiano.

È importante ricordare che fare terapia non è un segno di debolezza ma di cura di sé, quindi non c'è bisogno di aspettare di raggiungere il nostro limite per chiedere aiuto.

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