Cresciuti in famiglie dove non si parlava di emozioni: come sviluppare la propria consapevolezza emotiva?

"Se mi chiedono come sto, non so mai cosa dire davvero."
"Da piccola imparavo che un dolce risolveva tutto."

Ti capita di sentirti in difficoltà quando qualcuno ti chiede "come stai?" e non sai davvero cosa rispondere, oltre a un generico "tutto bene"?

Se sei cresciuto in una famiglia dove il disagio veniva minimizzato con un "non è niente" o placato a tavola, con un dolce o un piatto preparato con cura, forse non hai mai ricevuto un vocabolario emotivo di base da usare per descrivere ciò che provi.

La consapevolezza emotiva, che possiamo chiamare anche alfabetizzazione emotiva, è la capacità di accorgersi di uno stato interno, distinguerlo da altri simili e dargli un nome preciso. È un'abilità che si costruisce all’interno della relazione di attaccamento con i propri caregivers, non un talento con cui si nasce.

Non riuscire a nominare ciò che senti da adulto non è una mancanza personale né un difetto di carattere. È il risultato di un apprendimento della funzione riflessiva che, in un certo contesto familiare con difficoltà di regolazione emotiva, semplicemente non è avvenuto.

In queste situazioni il cibo può essere diventato spesso la risposta automatica a un disagio che non si sapeva ancora descrivere a parole, quasi un surrogato di quel linguaggio emotivo mancante.

Riconoscere questo aspetto può essere il primo passo per iniziare, anche da adulti, un percorso concreto e possibile.

Le origini del silenzio emotivo

Le radici di una difficoltà appresa

"A casa nostra le emozioni non si nominavano mai."
"Da bambino mi dicevano che piangere non serviva."

Capire da dove nasce questa difficoltà può aiutarti a guardarti con più gentilezza. Per molte persone, esplorare il legame tra le proprie emozioni e il rapporto con il cibo può essere più semplice con l'aiuto di uno/a psicologo/a, che può offrire strumenti su misura per riconoscere ciò che si prova.

Proviamo, intanto, a esplorare insieme alcune possibili ragioni che sono alla base della difficoltà a dare un nome alle emozioni per chi è cresciuto in un ambiente dove non se ne parlava.

Le regole emotive si apprendono in famiglia

  • Da bambini si assorbono, in modo spesso implicito, i modi in cui le emozioni vengono gestite in casa. Se attorno a te c'era silenzio o una certa freddezza rispetto a ciò che si provava, potresti aver appreso la stessa difficoltà a pensare le emozioni e esprimere gli stati emotivi vissuti durante specifiche situazioni.
  • Molte persone non hanno mai visto un adulto verbalizzare apertamente ciò che sentiva, e quindi non hanno avuto un modello che stimolasse la funzione riflessiva a cui ispirarsi.
  • Alcune emozioni potrebbero esserti state presentate come da evitare, attraverso frasi come "non piangere" o "non arrabbiarti", generando la tendenza a sopprimere ciò che provi invece di ascoltarlo.

Il cibo al posto delle parole

  • Quando il disagio da bambino veniva placato con qualcosa da mangiare invece che accolto con le parole, il cibo può essersi strutturato come regolatore automatico dell'umore.
  • Una scarsa alfabetizzazione emotiva può portare a confondere l'emozione con la sensazione fisica che la accompagna, per esempio scambiando l'ansia per fame.
  • Senza parole per descrivere ciò che accade dentro e in assenza di comprensione, riconoscimento e regolazione delle emozioni, mangiare può diventare la via più immediata per gestire un malessere indistinto.

Un gap che si può colmare

  • È utile distinguere tra una difficoltà persistente e stabile nel riconoscere le emozioni e una consapevolezza sviluppata solo in parte: nel secondo caso integrare la funzione riflessiva della mente è un processo possibile.
  • Riconoscere che si tratta di un apprendimento mai avvenuto, e non di un limite personale, può alleggerire il senso di inadeguatezza che a volte accompagna questa difficoltà.
  • Comprendere a fondo queste dinamiche è un percorso che spesso trae beneficio dal supporto di uno/a psicologo/a o psicoterapeuta.
Prospettiva clinica
I momenti difficili sembrano assorbire tutte le nostre energie, ma le sfide e i problemi non definiscono il nostro valore personale. Darsi tempo per conoscere meglio le proprie risorse, senza cercare una soluzione immediata, e chiedere aiuto a un professionista quando serve, sono i primi passi verso il cambiamento positivo.
Il pilota automatico a tavola

Situazioni in cui potresti riconoscerti

"Mangio prima ancora di capire cosa mi turba."
"Quando lui parla dei suoi sentimenti, io mi blocco."

A volte diventa più chiaro riconoscere una dinamica quando la vediamo raccontata in situazioni concrete. Ecco alcuni scenari in cui potresti ritrovarti.

Il cibo come risposta al disagio

  • Il bambino che riceve un biscotto invece di un abbraccio quando è triste può imparare, senza rendersene conto, che il cibo è la risposta al malessere.
  • Da adulto, di fronte a un fastidio o a una frustrazione che non riesci a identificare, potresti aprire il frigorifero senza esserti chiesto "cosa sto provando davvero in questo momento?".
  • Capita di accorgersi di aver finito un pacco di biscotti senza sapere il perché, segno che l'automatismo ha preso il posto dell'ascolto interiore.

Emozioni indistinte e difficili da nominare

  • Chi non ha mai imparato a distinguere frustrazione, delusione e rabbia tende a etichettare ogni stato spiacevole con un generico "sto male", che spesso si traduce in un bisogno indefinito di mangiare.
  • Un adulto a cui da bambino è stato trasmesso che la tristezza "è da deboli" oggi può faticare a riconoscerla quando si presenta, e la traduce in gesti automatici di compensazione.
  • Nei momenti di tensione potresti sentire l'impulso di cercare qualcosa da mangiare prima ancora di capire cosa ti stia turbando.

L'assenza di un modello

  • Nelle famiglie dove le emozioni venivano sdrammatizzate o ignorate, chi cresce non ha visto qualcuno mettere in parole ciò che provava, pertanto non ha avuto esperienze di rispecchiamento e di sintonizzazione emotiva con le figure primarie di accudimento.
  • Da adulto potresti sentirti in imbarazzo quando qualcuno esprime apertamente le proprie emozioni, come se fosse qualcosa di poco familiare.
  • Potresti notare che, quando ti chiedono di parlare di come stai, la conversazione ti mette a disagio e tendi a spostarla su altro.
Un momento per fermarsi
Ti riconosci in una di queste situazioni?

Il tuo rapporto con il cibo e con il corpo a volte ti pesa?

Il legame tra emozioni, cibo e immagine di sé è profondo e più comune di quanto sembri. Questi articoli possono aiutarti a capire meglio come questi aspetti siano spesso intrecciati.

Identità, cibo ed emozioni
leggi l'articolo
Corpo e identità: qual è la relazione?
leggi l'articolo
Emotional eating: cos’è la fame nervosa e come smettere di sfogarsi sul cibo
leggi l'articolo

Costruire un rapporto più sereno con il cibo è possibile

Non si tratta di regole o diete, ma di ascoltarsi. Questi articoli possono darti strumenti per riconoscere le tue emozioni e prenderti cura di te con più gentilezza.

“Comfort food” e alimentazione consapevole
leggi l'articolo
Perché siamo sempre a dieta?
leggi l'articolo
Piacersi: 5 modi per amare finalmente il tuo corpo
leggi l'articolo

Se il rapporto con il cibo ti fa soffrire, chiedere aiuto può fare la differenza

Quando i pensieri su cibo e corpo occupano molto spazio, parlare con uno psicologo può aiutarti a dare un significato. Ecco come funziona la terapia, spiegata senza giudizio.

Come funziona la psicoterapia: guida alla psicoterapia e al suo percorso
leggi l'articolo
Prima seduta dallo psicologo: cosa dire e cosa aspettarsi
leggi l'articolo
La psicoterapia online funziona?
leggi l'articolo

Quando il rapporto con il cibo condiziona le tue giornate, parliamone

Se il legame con cibo e corpo impatta sul tuo benessere, uno psicologo può accompagnarti. Trova lo psicologo adatto a te: bastano pochi minuti.

1
Questionario di 3 min
2
Affidati al professionista giusto
3
Primo incontro gratuito, senza impegno
Valutato Eccellente su Trustpilot
Strumenti pratici e concreti

Costruire un linguaggio per ciò che senti

"Ho iniziato a scrivere cosa provo, e qualcosa cambia."
"Con la mia psicologa sto imparando a darmi le parole."
1

Provare a dare un nome all'emozione

Quando senti un malessere, potresti fermarti un istante e cercare una parola più specifica del generico "sto male": rabbia, paura, tristezza. Scegliere un termine preciso può rendere più comprensibile ciò che accade dentro di te.

2

Distinguere l'emozione dalla sensazione del corpo

Puoi provare a chiederti se ciò che senti è davvero fame oppure qualcos'altro. Imparare a sintonizzare la sensazione corporea con l’emozione può aiutare a non confondere, per esempio, l'ansia con la fame o con un bisogno di nutrimento.

3

Tenere un diario emotivo

Potresti annotare, anche con poche righe, la situazione che hai vissuto, l'emozione provata, la sua intensità e la sensazione fisica associata. Nel tempo questo può aiutarti a costruire un vocabolario emotivo più ricco.

4

Ampliare le sfumature

Strumenti come la cosiddetta ruota delle emozioni possono aiutarti a cogliere sfumature vicine tra loro e a uscire dalla logica binaria "bene o male". Riconoscere più dimensioni può rendere più facile capire di cosa hai davvero bisogno.

5

Osservare senza giudicare

Puoi provare ad accogliere anche le emozioni che in famiglia venivano presentate come da evitare, senza etichettarle come sbagliate. Guardarle con curiosità invece che con severità è un primo passo per smettere di reprimerle o sostituirle con il cibo.

6

Aspettare qualche minuto prima di agire

Quando avverti l'impulso di mangiare per gestire un malessere, potresti provare a concederti anche solo dieci minuti. Il bisogno di riempire un vuoto emotivo con il cibo è spesso una risposta automatizzata: rimandare di poco può dare il tempo di sentire ciò che si sta provando e stimolare una riflessione sui propri bisogni.

7

Valutare un percorso con uno/a psicologo/a

Quando il disagio è significativo o il rapporto con il cibo resta difficile da gestire, affiancare questi esercizi a un percorso con uno/a psicologo/a può fare la differenza. Non è necessario aspettare che la situazione diventi molto pesante: la terapia può rappresentare uno spazio in cui sentirsi capiti e guidati nel costruire nuove modalità di ascolto di sé.

Parla di come ti senti a uno psicologo online

Trova il professionista più adatto a te con il nostro questionario riservato, ci aiuterà a comprendere meglio i tuoi bisogni.

1
Questionario di 3 min
2
Affidati al professionista giusto
3
Primo incontro gratuito, senza impegno
Inizia il questionario
Valutato Eccellente su Trustpilot
Verso un ascolto più consapevole

Un'abilità che si può imparare a ogni età

"Sto imparando a capire cosa sento, un passo alla volta."
"Chiedere aiuto è stato prendermi cura di me."

La difficoltà a riconoscere e nominare le tue emozioni non è una colpa né un limite di carattere. È uno strumento con il quale non è stato possibile sintonizzarsi durante l'infanzia.

Il legame tra il mangiare emotivo e una consapevolezza emotiva costruita solo in parte è concreto: senza parole per descrivere ciò che provi, il cibo può diventare una delle poche vie di regolazione conosciute.

La parte incoraggiante è che questa abilità si può costruire per la prima volta anche da adulti, con pratica costante e strumenti accessibili.

Dare un nome preciso a un'emozione, anche solo mentalmente o per iscritto, può ridurre la reattività interna e rendere più gestibile ciò che prima sembrava travolgente.

È un percorso che richiede pazienza, perché si tratta di lasciare andare automatismi radicati e sostituirli, poco alla volta, con un ascolto più consapevole di sé.

Quando questo spazio da recuperare è profondo o il rapporto con il cibo resta difficile da affrontare da soli, chiedere il supporto di uno/a psicologo/a può essere un gesto di cura verso te stesso.

Il passo successivo, se ti senti pronto/a

La terapia psicologica non è solo per chi attraversa un momento di crisi. È uno spazio di ascolto per prenderti cura del tuo benessere mentale.

Parla con uno psicologo di come ti senti

Hai ancora dei dubbi? Approfondisci sul blog:

Prima seduta dallo psicologo: cosa dire e cosa aspettarsi
Prima seduta dallo psicologo: cosa dire e cosa aspettarsi
leggi l'articolo
Come funziona la psicoterapia: guida alla psicoterapia e al suo percorso
Come funziona la psicoterapia: guida alla psicoterapia e al suo percorso
leggi l'articolo
Psicologo online: prezzi e tariffe
Psicologo online: prezzi e tariffe
leggi l'articolo
FAQ

Domande frequenti

La consapevolezza emotiva, chiamata anche alfabetizzazione emotiva, è la capacità di accorgersi di uno stato interno, distinguerlo da altri simili e dargli un nome preciso. È un'abilità che si costruisce all'interno della relazione di attaccamento con i propri caregivers, non un talento con cui si nasce. Non riuscire a nominare ciò che senti da adulto non è una mancanza personale né un difetto di carattere, ma il risultato di un apprendimento della funzione riflessiva che, in un certo contesto familiare con difficoltà di regolazione emotiva, semplicemente non è avvenuto. In queste situazioni il cibo può essere diventato spesso la risposta automatica a un disagio che non si sapeva ancora descrivere a parole, quasi un surrogato di quel linguaggio emotivo mancante.

Da bambini si assorbono, in modo spesso implicito, i modi in cui le emozioni vengono gestite in casa. Se attorno a te c'era silenzio o una certa freddezza rispetto a ciò che si provava, potresti aver appreso la stessa difficoltà a pensare le emozioni e esprimere gli stati emotivi vissuti durante specifiche situazioni. Molte persone non hanno mai visto un adulto verbalizzare apertamente ciò che sentiva, e quindi non hanno avuto un modello a cui ispirarsi. Alcune emozioni potrebbero esserti state presentate come da evitare, attraverso frasi come non piangere o non arrabbiarti, generando la tendenza a sopprimere ciò che provi invece di ascoltarlo.

Quando il disagio da bambino veniva placato con qualcosa da mangiare invece che accolto con le parole, il cibo può essersi strutturato come regolatore automatico dell'umore. Una scarsa alfabetizzazione emotiva può portare a confondere l'emozione con la sensazione fisica che la accompagna, per esempio scambiando l'ansia per fame. Senza parole per descrivere ciò che accade dentro e in assenza di comprensione, riconoscimento e regolazione delle emozioni, mangiare può diventare la via più immediata per gestire un malessere indistinto. Il bisogno di riempire un vuoto emotivo con il cibo è spesso una risposta automatizzata appresa fin dall'infanzia.

Potresti aprire il frigorifero senza esserti chiesto cosa stai provando davvero, o accorgerti di aver finito un pacco di biscotti senza sapere il perché, segno che l'automatismo ha preso il posto dell'ascolto interiore. Chi non ha mai imparato a distinguere frustrazione, delusione e rabbia tende a etichettare ogni stato spiacevole con un generico sto male, che spesso si traduce in un bisogno indefinito di mangiare. Potresti anche sentirti in imbarazzo quando qualcuno esprime apertamente le proprie emozioni, come se fosse qualcosa di poco familiare, e quando ti chiedono di parlare di come stai la conversazione ti mette a disagio.

Quando senti un malessere, potresti fermarti un istante e cercare una parola più specifica del generico sto male, come rabbia, paura o tristezza. Puoi provare a chiederti se ciò che senti è davvero fame oppure qualcos'altro, e tenere un diario emotivo annotando la situazione vissuta, l'emozione provata, la sua intensità e la sensazione fisica associata. Strumenti come la ruota delle emozioni possono aiutarti a cogliere sfumature vicine tra loro. Puoi anche provare ad accogliere senza giudizio le emozioni che in famiglia venivano evitate, e concederti qualche minuto prima di agire quando avverti l'impulso di mangiare per gestire un malessere.

La parte incoraggiante è che questa abilità si può costruire per la prima volta anche da adulti, con pratica costante e strumenti accessibili. Dare un nome preciso a un'emozione, anche solo mentalmente o per iscritto, può ridurre la reattività interna e rendere più gestibile ciò che prima sembrava travolgente. È un percorso che richiede pazienza, perché si tratta di lasciare andare automatismi radicati e sostituirli, poco alla volta, con un ascolto più consapevole di sé. È utile distinguere tra una difficoltà persistente e stabile e una consapevolezza sviluppata solo in parte, perché in quest'ultimo caso integrare la funzione riflessiva della mente è un processo possibile.

Domande frequenti sulla terapia

Con Unobravo potrai svolgere terapia psicologica individuale o terapia di coppia, a seconda delle tue necessità. Per esempio, la terapia individuale dopo un tradimento può essere utile per migliorare la comunicazione e affrontare le sfide personali che influenzano le dinamiche relazionali. La scelta, dopo un tradimento, della terapia individuale o di coppia dipende dalle esigenze di ciascuna persona.

Un percorso di terapia individuale può offrire uno spazio sicuro per esplorare le proprie emozioni e i propri comportamenti insieme a un professionista della salute mentale.

Anche se non è sempre semplice capire come iniziare un percorso psicologico, con Unobravo non dovrai preoccuparti di come scegliere uno psicologo. Ti basterà compilare il questionario e incontrare nel primo colloquio gratuito lo psicologo che ti è stato assegnato tra gli psicologi Unobravo.
Se sarà il professionista adatto a te, inizierete insieme un percorso creato su misura per te.

Con uno psicologo online Unobravo puoi prenderti cura di te ovunque tu sia. Potrai utilizzare l'app o la Web App per fissare i tuoi appuntamenti, svolgere le sedute, chattare con il tuo psicologo ed effettuare pagamenti sicuri.

Tutto comodamente online, utilizzando qualsiasi dispositivo e collegandoti dove e quando vuoi.

Il prezzo dello psicologo in presenza può variare molto, senza contare il tempo e il costo per raggiungere lo studio del professionista.

Con Unobravo ogni seduta ha un prezzo fisso e accessibile di 49 € e puoi incontrare il tuo psicologo anche in viaggio, in vacanza o in una pausa dal lavoro, senza investire tempo e denaro per gli spostamenti.

Per connetterti con il tuo benessere psicologico ti basterà solo un click.

A decidere quanto dura un percorso psicologico sarete tu e il tuo Unobravo: ogni persona è unica, così come lo sarà il viaggio verso il tuo benessere psicologico.

Ogni processo terapeutico è unico e la motivazione o la necessità di iniziare un percorso di terapia varia da persona a persona. È importante ricordare che andare in terapia non solo aiuta ad affrontare le difficoltà e a trattare i disturbi, ma sostiene anche chi desidera intraprendere un percorso di crescita personale e fornisce strumenti e strategie utili per migliorare il benessere quotidiano.

È importante ricordare che fare terapia non è un segno di debolezza ma di cura di sé, quindi non c'è bisogno di aspettare di raggiungere il nostro limite per chiedere aiuto.

Prenota il primo incontro gratuito
Trova il tuo Unobravo
Valutato Eccellente su Trustpilot