Nell’attuale rivoluzione tecnologica e digitale, il contatto con la natura continua a rappresentare per molte persone una fonte insostituibile di benessere fisico ed emotivo. Il concetto di biofilia, introdotto da Erich Fromm e definito come “l’amore appassionato per la vita e per tutto ciò che è vivo”, offre una chiave interpretativa preziosa per comprendere questo legame.
A pensarci bene, a molti di noi sarà capitato di sperimentare un profondo senso di pace semplicemente camminando in un bosco, ascoltando suoni naturali o trascorrendo del tempo in spiaggia, godendo di tutti i benefici del mare.
In un’epoca in cui la vita quotidiana è sempre più mediata da dispositivi digitali, il rapporto emotivo tra esseri umani e natura appare non solo attuale, ma particolarmente rilevante. Da diversi anni, ricercatori di varie discipline—dalla psicologia all’ecologia comportamentale—indagano questo legame e le sue radici evolutive, esplorando come e perché l’essere umano mostri una naturale inclinazione verso ambienti, stimoli e forme di vita che richiamano i suoi primordi.

Cos’è la biofilia
Il termine biofilia deriva dal greco bíos (“vita”) e philía (“amore”) e significa letteralmente “amore per la vita”. In ambito psicologico, questo concetto è stato introdotto da Erich Fromm per descrivere un atteggiamento di attrazione verso ciò che promuove crescita, vitalità e sviluppo umano. In una prospettiva diversa e più vicina alle scienze naturali, il biologo statunitense Edward Osborne Wilson ha proposto, nel suo volume Biophilia, la cosiddetta “ipotesi della biofilia”. Secondo Wilson, l’essere umano possiede una predisposizione psicologica, potenzialmente radicata nell’evoluzione, a orientare attenzione, interesse ed emozioni verso gli organismi viventi e gli ambienti naturali. Questa inclinazione non implica semplicemente un apprezzamento estetico, ma può tradursi, in particolari circostanze, in un vero e proprio legame affettivo con altre forme di vita. L’ipotesi di Wilson va inteso come un modello interpretativo che ha stimolato decenni di ricerche sul rapporto tra esseri umani e natura, aprendo la strada a numerosi contributi empirici e teorici nel campo della psicologia ambientale, delle scienze comportamentali e dell’ecologia umana.
Una storia d’amore lunga millenni
Per oltre il 95% della sua storia evolutiva, l’essere umano ha vissuto in ambienti naturali selvaggi, all’interno di società nomadi di cacciatori-raccoglitori. La relazione con la natura non era un’esperienza occasionale, ma il contesto primario in cui si svolgeva ogni attività essenziale alla sopravvivenza. Con l’avvento dell’agricoltura e dell’allevamento, circa 12.000–14.000 anni fa, le comunità iniziarono a stabilizzarsi in insediamenti più permanenti. Fu in questo periodo che prese forma, lentamente, una distinzione psicologica fra una natura “domestica”, coltivata e abitata, e una natura “selvaggia”, percepita come meno controllabile e potenzialmente minacciosa. Si trattò di un cambiamento graduale, ma fondamentale: la natura smise di essere soltanto l’habitat e divenne anche qualcosa da cui proteggersi, regolare e, talvolta, dominare. Con la Rivoluzione Industriale e la crescita delle città, questa distanza si ampliò ulteriormente. In molte regioni del mondo, la quotidianità si è progressivamente spostata verso ambienti altamente urbanizzati, portando a un allontanamento fisico e simbolico dagli ecosistemi originari. Il nostro legame ancestrale con il mondo naturale non è scomparso, ma è diventato meno visibile, più sotterraneo. Come suggerisce Clarissa Pinkola Estés in Donne che corrono coi lupi, “l’ombra che ci trotterella dietro va indubbiamente a quattro zampe”: la nostra parte più istintuale continua a muoversi in sintonia con la vita selvatica, anche quando ne siamo inconsapevoli. Quel legame antico rimane nelle profondità della psiche individuale e collettiva, come un compagno silenzioso che attende solo che ci voltiamo per riconoscerlo e camminare accanto a lui.
La biofilia nella ricerca scientifica
La ricerca scientifica sulla biofilia si è concentrata su due dimensioni principali. Un primo aspetto riguarda il potere della natura di attrarre la nostra attenzione involontaria, chiamato anche fascinazione, che non richiede sforzi particolari per essere mantenuta.
Questa fascinazione differisce dall’attenzione volontaria, che invece necessita di sforzo e può provocare affaticamento mentale.
Un secondo aspetto riguarda invece il senso di connessione tra persona e natura, ossia quanto sentiamo di appartenere alla natura e quanto percepiamo che natura e benessere siano strettamente connessi.
La teoria della rigenerazione dell’attenzione
Il modello della Attention Restoration Theory (ART), proposto dai ricercatori Stephen e Rachel Kaplan nel volume The Experience of Nature: A Psychological Perspective, descrive come gli ambienti naturali possano favorire il recupero delle funzioni attentive dopo periodi di prolungato sforzo mentale. I due studiosi, pionieri della psicologia ambientale, distinguono tra attenzione volontaria, che richiede un controllo attivo per mantenere la concentrazione e inibire le distrazioni, e attenzione involontaria, che si attiva quando uno stimolo cattura l’interesse senza richiedere sforzo cognitivo.
Il mantenimento dell’attenzione volontaria ha un costo elevato: più a lungo la utilizziamo, più tendiamo a sperimentare stanchezza mentale, irritabilità e calo delle prestazioni. Gli ambienti naturali, secondo i Kaplan, facilitano il recupero proprio perché stimolano una forma di “fascinazione morbida”, una curiosità leggera e spontanea che orienta l’attenzione senza richiedere controllo. Questo permette ai meccanismi della concentrazione volontaria di “riposare”, migliorando la capacità di regolazione cognitiva. La natura possiede inoltre altre qualità ristorative, come la possibilità di vivere un senso di ampiezza e coerenza: che ci si trovi davanti a un paesaggio esteso o in un giardino raccolto, ciò che cambia è la percezione di essere immersi in un ambiente strutturato, comprensibile e ricco di elementi interconnessi. Questa sensazione di essere parte di un “mondo intero”, animato da ritmi, cicli e forme di vita, favorisce un senso di distanza psicologica dai pensieri stressanti, contribuendo ulteriormente al ripristino dell’equilibrio mentale.

Esempi pratici di rigenerazione dell’attenzione nella vita quotidiana
La teoria della Rigenerazione dell’Attenzione (ART), sviluppata da Stephen e Rachel Kaplan, trova applicazione concreta in molte situazioni della vita di tutti i giorni. Ad esempio, una breve passeggiata in un parco durante la pausa pranzo può aiutare a recuperare la concentrazione dopo una mattinata intensa di lavoro o studio.
Secondo i Kaplan, gli ambienti naturali favoriscono la cosiddetta "fascinazione dolce", ovvero una forma di attenzione spontanea che non richiede sforzo e permette alla mente di riposare. Questo effetto si può sperimentare:
- Osservando il movimento delle foglie al vento: il ritmo naturale e imprevedibile cattura l’attenzione senza affaticarla.
- Ascoltando il suono dell’acqua: il rumore di un ruscello o delle onde del mare può indurre uno stato di rilassamento e favorire la rigenerazione mentale.
- Camminando in un bosco o in un giardino: la varietà di stimoli visivi e olfattivi può stimolare la curiosità e la sensazione di scoperta, senza sovraccaricare la mente.
Questi semplici gesti, se praticati con regolarità, possono contribuire a ridurre la fatica mentale e a migliorare la qualità della nostra attenzione, come sottolineato dagli stessi Kaplan nel loro volume "The experience of nature: A psychological perspective" (Kaplan & Kaplan, 1989).
Dati a supporto: gli effetti misurati della biofilia
Negli ultimi decenni, un numero crescente di studi ha cercato di quantificare in modo sistematico i benefici dell’esposizione agli ambienti naturali sul benessere psicofisico. Una meta-analisi pubblicata sull’International Journal of Biometeorology mostra, ad esempio, che trascorrere del tempo in contesti naturali come i boschi può ridurre i livelli di cortisolo — uno dei principali indicatori biologici di stress — fino al 21% rispetto ad attività analoghe svolte in ambienti urbani (Antonelli et al., 2019). Ulteriori evidenze suggeriscono che gli spazi progettati con elementi biofilici producono una riduzione costante degli indicatori fisiologici di stress rispetto alla condizione di base, confermando che anche piccole integrazioni della natura negli ambienti costruiti possono avere effetti misurabili (Yin et al., 2019).
Dati recenti mostrano inoltre che il semplice tempo trascorso nella natura può avere un ruolo significativo: uno studio condotto su campioni ampi ha rilevato che dedicare almeno 120 minuti a settimana a contesti naturali è associato a un aumento percepito di benessere e salute auto-riferita, mentre chi non raggiunge questa soglia tende a riportare livelli inferiori di questi indicatori (White et al., 2019). Si tratta di un’associazione, non necessariamente di un rapporto causale, ma il dato è considerato robusto dal punto di vista epidemiologico. Anche nella popolazione più giovane emergono risultati coerenti: una revisione sistematica pubblicata sul Journal of Environmental Psychology ha evidenziato che bambini e adolescenti con accesso regolare a spazi verdi mostrano livelli più bassi di stress e una migliore capacità di attenzione rispetto ai coetanei che vivono in ambienti più urbanizzati (Moll et al., 2022).
Nel complesso, queste evidenze suggeriscono che la biofilia non è solo un costrutto teorico, ma trova riscontro in effetti tangibili e misurabili sul funzionamento psicofisico, con ricadute che interessano diverse fasce della popolazione e differenti tipi di esposizione alla natura.
Sentirsi connessi con la natura
La connessione con la natura riguarda il grado in cui ci percepiamo in continuità con il mondo naturale, riconoscendoci come parte di un sistema più ampio invece che come entità separate o superiori ad esso. Questo senso di interdipendenza comporta una parziale attenuazione dei confini tra sé e ambiente: la natura non viene più vissuta come realtà da controllare, ma come una matrice che sostiene la nostra vita e il cui benessere si intreccia al nostro.
Secondo la teoria dell’autoconsapevolezza di Duval e Wicklund, quando ci osserviamo “da fuori”, in una condizione di autoconsapevolezza oggettiva, tendiamo a rappresentarci come oggetti distinti dallo sfondo. In questa prospettiva, la relazione con la natura dipende soprattutto dai nostri valori, atteggiamenti e convinzioni: se abbiamo interiorizzato un orientamento positivo verso l’ambiente, è probabile che emerga un senso di vicinanza; al contrario, possiamo sperimentare distanza o indifferenza.
In uno stato di autoconsapevolezza soggettiva, invece, smettiamo di considerarci dall’esterno e ci viviamo come centri di esperienza e azione. Il rapporto con noi stessi diventa immediato e non mediato da un’immagine mentale del sé. In questi momenti, l’attenzione si dirige spontaneamente verso il mondo circostante: ci immergiamo nel flusso dell’esperienza e la natura può essere percepita come uno spazio coinvolgente e familiare, indipendentemente dal nostro orientamento ecologico consapevole.
Diversi studi scientifici confermano che la percezione di connessione con la natura è associata a indicatori positivi di benessere psicologico: maggiore vitalità, minori livelli di stress fisiologico, emozioni positive più frequenti e una più alta soddisfazione di vita (Moll et al., 2022; Antonelli et al., 2019). Questi dati non implicano un rapporto di causalità lineare, ma suggeriscono che sentirsi parte del mondo naturale costituisce una risorsa significativa per l’equilibrio psicofisico.
L’architettura biofilica
Oggi molte persone trascorrono gran parte del tempo in ambienti chiusi, lontani dal contatto con la natura. L’ipotesi biofilica di Edward O. Wilson suggerisce che il contesto in cui viviamo influenzi profondamente il nostro benessere. Una ricerca neuroscientifica (Lederbogen et al., 2011) ha mostrato che l’ambiente urbano può attivare specifici meccanismi cerebrali legati all’elaborazione dello stress sociale, indicando che alcune caratteristiche delle città potrebbero amplificarne l’impatto.
Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità, con il programma Healthy Cities, riconosce l’importanza di integrare in modo più sistematico natura e aree verdi nei contesti urbani, considerandoli elementi essenziali per la salute collettiva.
Su queste basi si sviluppa il design biofilico, un approccio progettuale che mira a incorporare elementi naturali negli spazi costruiti per favorire benessere e funzioni cognitive. Come osserva l’architetto Bjarke Ingels, città e natura non sono realtà incompatibili, ma possono coesistere e integrarsi anche verticalmente.
Evidenze recenti mostrano che ambienti con elementi biofilici migliorano, ad esempio, le prestazioni creative rispetto a spazi privi di natura (Yin et al., 2019). Tra i sostenitori di questo approccio vi è anche Giuseppe Barbiero, che sottolinea come ripensare gli ambienti urbani in chiave biofilica sia fondamentale per compensare la riduzione di contatto con la natura nelle società contemporanee.

Biofilia e intelligenza naturalistica: il contributo italiano
In Italia, il biologo e docente universitario Giuseppe Barbiero ha approfondito il legame tra biofilia e intelligenza naturalistica, sottolineando come la capacità di riconoscere, comprendere e interagire con gli elementi naturali possa essere una componente fondamentale del nostro benessere (Barbiero, 2021).
Secondo Barbiero, la biofilia si manifesta attraverso:
- Curiosità verso la natura: il desiderio di esplorare ambienti naturali e di conoscere le diverse forme di vita.
- Empatia per gli esseri viventi: la tendenza a provare emozioni positive nei confronti di animali, piante e paesaggi.
- Senso di appartenenza all’ambiente: la percezione di essere parte di un sistema più ampio, che include tutti gli esseri viventi.
Questi aspetti sono alla base dell’ecologia affettiva, una disciplina che studia come le emozioni e le relazioni con la natura influenzano la nostra salute psicologica. Promuovere la biofilia, secondo Barbiero, significa anche coltivare l’intelligenza naturalistica, ovvero la capacità di leggere e interpretare i segnali dell’ambiente, favorendo comportamenti più sostenibili e rispettosi del pianeta.
Quando la natura è lontana e sofferente
Se la biofilia porta benefici alla salute mentale, l’assenza di un contatto regolare con gli ambienti naturali può generare un impatto opposto. Il giornalista Richard Louv ha definito questa condizione “Nature Deficit Disorder”, un’etichetta divulgativa che descrive i costi — soprattutto per i bambini — dell’alienazione da contesti naturali. Non si tratta di una diagnosi clinica riconosciuta nei manuali internazionali, ma di una metafora utile per indicare una tendenza sociale crescente. Alcune ricerche mostrano che una ridotta esposizione alla natura è associata a maggiori difficoltà sul piano emotivo, comportamentale e attentivo (Barbiero & Berto, 2021).
Quando lo sguardo si sposta dalla distanza fisica alla sofferenza della natura stessa — in particolare in relazione alla crisi climatica — possono emergere vissuti emotivi intensi ed effetti psicologici specifici. In questo contesto, viene spesso utilizzato il termine eco-ansia per descrivere la preoccupazione costante per la perdita di ecosistemi, il peggioramento delle condizioni climatiche o la minaccia percepita per le generazioni future. Anche in questo caso, non siamo di fronte a una diagnosi clinica, ma a una risposta emotiva comprensibile a un fenomeno reale e documentato.
L’American Psychological Association, nel rapporto Mental health and our changing climate, sottolinea come gli impatti del cambiamento climatico si riflettano sia direttamente sia indirettamente sulla salute mentale. Gli autori evidenziano che eventi climatici estremi, degrado ambientale, insicurezza alimentare e qualità dell’aria compromessa possono contribuire a un aumento di disturbo da stress post-traumatico (PTSD), ansia, stress, depressione e difficoltà relazionali. Gli effetti non riguardano solo la sfera emotiva: maggiori livelli di stress possono influire anche sulla memoria, sul sonno, sul sistema immunitario e sulla regolazione fisiologica.
Nel complesso, questi fenomeni indicano che il nostro benessere psicologico è intimamente legato allo stato degli ecosistemi che ci circondano. Quando la natura è distante o soffre, il nostro equilibrio interno può risentirne, non per fragilità individuale, ma perché siamo parte di un sistema più ampio che ci influenza a livello biologico, emotivo e sociale.
Natura e benessere emotivo
Passeggiare in un bosco, in spiaggia, o fare una pausa in un giardino verde può portare effetti benefici sulla depressione e sull’ansia, riducendo i pensieri ricorsivi che caratterizzano la ruminazione e sono alla base di molte forme di malessere psicologico.
Il modello di Gilbert, che ha sviluppato la Compassion Focused Therapy, può aiutarci a comprendere alcuni di questi effetti. Esso identifica tre sistemi di regolazione emotiva:
- il sistema di protezione dalla minaccia si attiva di fronte alla percezione di un pericolo ed è volto a garantire la sopravvivenza attraverso comportamenti di attacco, fuga e messa in sicurezza; si accompagna a emozioni come paura, rabbia, disgusto e tristezza
- il sistema di ricerca di stimoli e risorse favorisce l’attivazione verso il raggiungimento di obiettivi e ricompense; è caratterizzato da sentimenti di vitalità, eccitazione e contentezza
- il sistema calmante si accompagna a vissuti di sicurezza, appagamento e tranquillità; la sua funzione è quella di bilanciare l’attivazione degli altri due sistemi, favorendo così un benefico rallentamento dell’organismo e un recupero delle energie. Si attiva nei momenti di affiliazione ed è alla base del vissuto di connessione e attaccamento nei confronti degli altri esseri viventi.
Trascorrere del tempo immersi nella natura favorisce un profondo senso di benessere rigenerante, nutrendo la nostra interiorità e promuovendo una connessione autentica con noi stessi. Diversi studi hanno evidenziato che l’esposizione ad ambienti naturali produce un effetto da medio a grande sia nell’aumentare l’affettività positiva che nel ridurre quella negativa (Gaekwad et al., 2022). Questo processo può stimolare vitalità ed energia, contribuendo così a un benessere psicofisico complessivo ancora più marcato.
Come coltivare la biofilia nella vita quotidiana
Integrare la biofilia nella routine di tutti i giorni può essere un modo utile per favorire il proprio benessere psicofisico. Anche chi vive in città o ha poco tempo a disposizione può adottare alcune strategie pratiche:
- Portare la natura negli spazi chiusi: inserire piante in casa o in ufficio, utilizzare materiali naturali e colori ispirati al mondo vegetale può favorire una sensazione di calma e connessione.
- Dedicare tempo all’osservazione della natura: anche pochi minuti al giorno trascorsi a osservare il cielo, ascoltare il canto degli uccelli o prendersi cura di un piccolo orto urbano possono stimolare la biofilia.
- Scegliere percorsi verdi per gli spostamenti: preferire, quando possibile, strade alberate o parchi per camminare o andare in bicicletta può aiutare a rigenerare la mente.
- Praticare attività all’aperto: sport, yoga o meditazione in ambienti naturali possono amplificare i benefici della biofilia, favorendo il rilassamento e la vitalità.
Coltivare la biofilia non richiede grandi cambiamenti, ma piccoli gesti quotidiani che possono aiutarci a riscoprire il nostro legame con la vita che ci circonda.
Unobravo: il tuo alleato per il benessere psicologico
La biofilia ci ricorda quanto possa essere importante sentirci parte della natura per favorire equilibrio, energia e serenità nella vita di tutti i giorni. Anche quando il verde sembra lontano o il ritmo della città ci allontana dal nostro benessere, possiamo prenderci cura di noi stessi e coltivare nuove connessioni, dentro e fuori di noi. Se senti il bisogno di ritrovare calma, vitalità o semplicemente vuoi esplorare nuove strategie per il tuo benessere psicologico, i professionisti Unobravo sono pronti ad accompagnarti in questo percorso. Inizia oggi stesso: inizia il questionario per trovare il tuo psicologo online.







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