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Salute mentale
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minuti di lettura

Fine della terapia: i segnali che è tempo di chiudere

Fine della terapia: i segnali che è tempo di chiudere
Redazione
Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
11.2.2026
Fine della terapia: i segnali che è tempo di chiudere
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“E se smetto troppo presto?”, “Se continuo è perché non sto migliorando?” sono domande comuni quando si avvicina la fine di un percorso di terapia.

Terminare la terapia non è una “promozione” né un fallimento: può essere un passaggio naturale, quando trovi un nuovo equilibrio e ti senti più stabile.

Non a caso, anche a livello istituzionale si sottolinea quanto sia importante costruire percorsi di cura più vicini alla vita reale delle persone. Nel nuovo Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025–2030 viene infatti richiamata la necessità di rafforzare servizi territoriali e di prossimità e di riprogettare percorsi di presa in carico integrati e personalizzati, più aderenti ai bisogni concreti (Ministero della Salute, 2025).

In questo articolo esploreremo i segnali che possono indicare che sei pronto a concludere il percorso e come affrontare questo momento con serenità.

La decisione di terminare la terapia è centrale e, quando possibile, dovrebbe essere graduale e condivisa con il terapeuta, così da distinguere la prontezza dall’evitamento e chiudere in modo rispettoso e sicuro.

Alex Green - Pexels

Fine della terapia: quando e come interrompere

“Quando finisci la terapia?” è una domanda comune, perché la conclusione di un percorso non è un traguardo “a data fissa”. Può essere, piuttosto, un momento in cui ti senti più autonomo/a nel gestire emozioni e difficoltà e riconosci di aver raggiunto gli obiettivi che ti eri dato.

In questo senso, la terapia può aiutarti anche a sviluppare abilità molto concrete, come chiarire cosa vuoi ottenere e trovare strategie per affrontare i problemi. Sono competenze che vengono valorizzate anche in programmi di promozione del benessere psicologico (Gigantesco & Morosini, 2015).

È utile distinguere tra:

  • terminare la terapia: chiudere perché senti di aver fatto un passaggio importante e di avere più consapevolezza e strumenti,
  • sospendere: interrompere per un periodo per via di cambiamenti o necessità personali,
  • fare una pausa: fermarsi con l’idea di riprendere più avanti, 
  • cambiare terapeuta: quando senti che serve un approccio diverso o una maggiore sintonia.

Le ragioni possono essere molte: obiettivi raggiunti, trasferimenti, nuove responsabilità, meno tempo o energie. Anche l’aspetto economico conta e, se i costi diventano pesanti, parlarne apertamente in seduta può aiutare a valutare alternative o a rivedere la frequenza degli incontri.

Qualunque sia il motivo, chiudere in modo consapevole fa la differenza. “Sparire” senza salutarsi può lasciare cose in sospeso, mentre proporre una seduta di chiusura, fare un bilancio e congedarsi con rispetto permette di dare valore al lavoro fatto e guardare avanti con più serenità.

Sei pronto o stai scappando dal disagio?

Quando si pensa di essere pronti a concludere la terapia, può essere utile porsi una domanda: “Sto davvero meglio o sto semplicemente evitando qualcosa?”. Alcuni segnali possono indicare che si sta cercando di sfuggire a un disagio interno, piuttosto che affrontarlo.

Ad esempio:

  • La sensazione che siano appena emersi temi dolorosi e complessi.
  • La tendenza a saltare le sedute o a ridurre la frequenza degli incontri.
  • Un calo improvviso di motivazione o di interesse verso il percorso.
  • Emozioni come irritazione, vergogna o disagio verso il terapeuta, che non vengono esplicitate.

Al contrario, altri segnali possono indicare che si è pronti a chiudere il percorso in modo costruttivo:

La fine naturale della terapia è un processo condiviso, che prevede un bilancio e una preparazione all’ultima seduta.

L’interruzione prematura, invece, può essere una chiusura improvvisa, senza confronto, talvolta accompagnata da urgenza o da un sollievo “troppo” netto.

Per distinguere tra questi due scenari, può essere utile porsi alcune domande:

  • Sto evitando un conflitto con il terapeuta?
  • Ho paura di deludere qualcuno?
  • Sto cercando di proteggere un miglioramento ancora fragile?

In alcuni casi, può avere senso concordare una pausa di prova, fissando una data di monitoraggio per valutare come ci si sente senza la seduta settimanale.

Durante questo periodo, può essere utile chiedersi: cosa è cambiato e da quanto tempo? Cosa mi spaventa all’idea di non avere più il supporto terapeutico?

I segnali che stai diventando più autonomo

Quando la terapia funziona, qualcosa cambia anche fuori dalla terapia.Ti accorgi che stai diventando più autonomo quando riesci a riconoscere le tue emozioni e a trovare strategie concrete per attraversarle, senza sentirti subito travolto.

Un segnale in più può essere il modo in cui gestisci le relazioni e i problemi di tutti i giorni. Nel percorso psicologico, progressi di questo tipo possono essere indicatori di una possibile “prontezza” a concludere l’intervento (Gigantesco & Morosini, 2015).

Non si tratta solo di “capire” di più, ma di portarsi a casa strumenti pratici da usare nella vita di tutti i giorni: imparare a comunicare in modo più chiaro, gestire meglio lo stress e costruire routine sane.

In questo senso, molte delle abilità che si allenano in terapia rientrano in quella che viene chiamata “intelligenza emotiva”, cioè la capacità di riconoscere e regolare le proprie emozioni, un aspetto collegato al benessere psicologico e alla soddisfazione per la vita (Gigantesco & Morosini, 2015).

Ecco alcuni segnali osservabili:

  • Le tue relazioni sono più stabili e soddisfacenti.
  • Nelle scelte quotidiane senti coerenza tra ciò che fai e ciò che sei.
  • I sintomi non ti dominano più: puoi provare ansia o tristezza, ma non ti senti sopraffatto.
  • Tollerare il disagio è più facile: non scappi subito, riesci a stare con ciò che senti.
  • Sai chiedere aiuto quando serve, senza vergogna o eccessiva autosufficienza.

A volte ti accorgi che in seduta parli meno dei problemi e ti senti più stabile dentro.Succede quando le crisi non sono più il centro, ma uno sfondo su cui si muove una nuova fiducia.

In questo momento è utile rivedere gli obiettivi: cosa cercavi all’inizio e cosa conta davvero oggi?

Shvet Production - Pexels

Sintomi in calo ma insicurezza: cosa osservare

La riduzione dei sintomi non è sempre sinonimo di sicurezza. Potresti sentirti ancora insicuro, soprattutto mentre sperimenti una nuova autonomia.

Si tratta di una fase normale, in cui stai imparando a camminare con le tue gambe. Cosa osservare? Da quanto tempo dura la stabilità? Come gestisci le piccole ricadute? Riesci a chiedere aiuto quando serve?

Come reagisci a stress e cambiamenti? Se noti che la tua autostima è ancora fragile, che fai fatica a porre confini o ripeti schemi relazionali disfunzionali, forse è utile continuare la terapia oltre il sintomo.

Puoi costruire un piano personale per i momenti difficili: strategie apprese, persone di riferimento, abitudini protettive, segnali d’allarme che indicano quando è il momento di chiedere supporto.

Come parlarne con il terapeuta senza paura

La decisione di concludere un percorso di terapia può essere accompagnata da emozioni intense e contrastanti, come la tristezza per il distacco, la paura di perdere un sostegno prezioso o il senso di colpa a “lasciare” il terapeuta.

Sono reazioni comprensibili e non escludono la possibilità che tu sia davvero pronto a chiudere.

Se senti il bisogno di affrontare questo tema con il tuo terapeuta, puoi iniziare chiedendo di fare un punto della situazione (“Possiamo rivedere insieme il percorso fatto finora?”), di rivedere gli obiettivi (“Mi sembra che alcune cose siano cambiate, possiamo verificare se gli obiettivi iniziali sono ancora attuali?”) o di condividere i timori legati alla chiusura (“Ho paura di chiudere troppo presto, possiamo parlarne?”).

Un buon modo per concludere è definire insieme un orizzonte temporale e dedicare alcune sedute al bilancio e alla preparazione.

Se temi la reazione del terapeuta, ricorda che hai diritto di portare questo tema in seduta: lo spazio è anche per questo confronto.

Potete concordare un piano di uscita graduale, con una riduzione delle sedute o monitoraggio a distanza, sapendo che la porta rimane aperta per chiedere aiuto in futuro.

Cosa può dirti il terapeuta quando vede i progressi

Quando il terapeuta nota dei progressi, può rimandarti riscontri chiari e costruttivi.

Può sottolineare la tua maggiore autonomia, la capacità di gestire le emozioni, la costruzione di relazioni più funzionali e i cambiamenti concreti nella vita quotidiana.

Questi riscontri possono essere accompagnati dalla proposta di una fase di transizione, con incontri più distanziati o un breve periodo di monitoraggio.

L’obiettivo è accompagnarti verso la conclusione del percorso, normalizzando le emozioni legate alla separazione e rassicurandoti sul fatto che la chiusura non implica un taglio netto, ma la possibilità di portare con te ciò che hai costruito.

Quando le sedute servono meno: ridurre la frequenza

Ridurre la frequenza delle sedute può essere un ponte.Dopo aver lavorato a lungo in modalità settimanale, potresti sperimentare incontri ogni due settimane, poi mensili, fino ad arrivare a incontri di controllo più distanziati.

In questo periodo, tra una seduta e l’altra, è importante osservare:

  • Come gestisci lo stress quotidiano senza il supporto immediato della terapia.
  • Eventuali segnali di ricaduta nei sintomi o nelle difficoltà iniziali.
  • La qualità delle relazioni e la capacità di mantenere confini sani.
  • La capacità di mantenere routine e abitudini funzionali.

La riduzione della frequenza funziona se rimane un tema esplicito in terapia.In questo modo, non diventa un modo per evitare le parti più difficili del lavoro terapeutico.

Follow-up, prevenzione ricadute e “porta aperta”

Nella fase di follow-up, cioè dopo la conclusione del percorso, potresti sentir parlare di “booster session”: sono incontri di controllo programmati a distanza di tempo, spesso ogni 1-3 mesi, che servono a consolidare i progressi fatti e a ridurre il rischio di ricadute.

L’idea di “mantenere i progressi” è così importante che anche un manuale dell’Istituto Superiore di Sanità dedica un’unità specifica a questo tema (“Mantenere i progressi”, Unità 17), a conferma che una parte del lavoro consiste proprio nel verificare che i cambiamenti siano duraturi nel tempo.

Un criterio molto usato per capire se si può chiudere la terapia è, infatti, riuscire a mantenere i risultati senza sentire di aver bisogno di un supporto costante per funzionare (Gigantesco & Morosini, 2015).

Sono utili soprattutto durante passaggi di vita stressanti o quando emergono segnali precoci di disagio, come:

  • insonnia persistente,
  • isolamento sociale,
  • ricomparsa di comportamenti evitanti,
  • aumento di pensieri intrusivi o ansiosi.

Per mantenere i progressi, puoi adottare alcune strategie anti-ricaduta:

  • tenere un diario dei segnali di allarme,
  • costruire una “cassetta degli attrezzi” emotiva con tecniche apprese in terapia,
  • rafforzare la tua rete di supporto.

Ricorda: tornare in terapia non cancella i progressi fatti. Il lavoro continua anche senza sedute regolari, grazie alle risorse che hai sviluppato.

Dopo l’ultima seduta: dare spazio a vuoto e tristezza

La fine della terapia può portare con sé un senso di vuoto, come se qualcosa di importante fosse venuto a mancare.

La relazione terapeutica, il tempo dedicato a te stesso, la sicurezza di uno spazio protetto: tutto questo ha un valore profondo.

È normale sentire tristezza o dubbi; non significa che non eri pronto, ma che hai investito emotivamente nel percorso.

Per affrontare questo momento puoi:

  • creare un piccolo rituale di chiusura, come accendere una candela o fare una passeggiata consapevole,
  • scrivere cosa ti porti via dalla terapia,
  • rileggere appunti o obiettivi raggiunti,
  • pianificare attività protettive nelle settimane successive.

Se il vuoto diventa ingestibile o noti un peggioramento netto è importante chiedere supporto subito, contattando il terapeuta o il medico.Non restare solo: chiedere aiuto è un atto di coraggio, non di debolezza.

Un nuovo inizio: portare con te ciò che hai imparato

La fine della terapia non è un punto di arrivo, ma una porta d’ingresso verso una nuova fase della tua vita.

Gli strumenti che hai costruito, la voce gentile che hai imparato a rivolgerti e la capacità di riconoscere bisogni e confini: tutto questo è parte di te, ora.

Non serve essere perfetti per meritare fiducia.Datti credito per aver camminato con coraggio nel tuo mondo interiore.E se un giorno sentirai di aver bisogno di tornare in terapia, fallo senza vergogna: la crescita non è lineare e la porta resta aperta.

Se ti senti ancora confuso, ricorda che su Unobravo puoi trovare un terapeuta pronto ad accogliere le tue domande con rispetto e cura.

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