Se c’è qualcosa in cui le nostre menti eccellono è il continuo chiacchiericcio interiore… e il giudizio. Anche adesso, mentre leggi queste parole, probabilmente stai valutando se ciò che leggi ti piace oppure no, se sei d’accordo o meno, o magari la tua attenzione sta già vagando altrove. È interessante notare che, quando formuliamo giudizi superficiali sugli altri, si attiva principalmente l’amigdala, un’area cerebrale coinvolta nei giudizi rapidi e basati su informazioni limitate (Freeman et al., 2010).
Quando la mente giudica sé stessa
La nostra mente non si limita solo a giudicare quello che accade all’esterno, ma fa la stessa cosa guardando il nostro mondo interno: così capita di giudicare i nostri stessi pensieri, oppure le emozioni che proviamo e le sensazioni corporee che le accompagnano.
Questo può accadere in molte situazioni e, in particolar modo, quando si hanno emozioni e pensieri in conflitto tra loro, cioè quando entriamo in quello stato psicologico meglio conosciuto come ambivalenza.
Possiamo sperimentare due bisogni opposti e iniziare a chiederci: “cosa mi sta succedendo? Cos’ho che non va?”.
L’azione giudicante della nostra mente si è messa all’opera! Rifiutando una parte del nostro sentire, vorrebbe “risolvere” l’ambivalenza, finendo però per ingaggiare una lotta interiore che rischia di farci sentire confusi e disorientati, oppure in trappola, bloccati e senza via d’uscita.
Abbraccia l’ambivalenza: dare voce alla tua lotta interiore
È proprio su questa lotta interiore, che a volte ci fa stare male, che si fonda questo articolo: un invito a riconoscere, dare voce e accogliere i pensieri ambivalenti, ricordando che non esistono pensieri “sbagliati”, ma modi più o meno utili di affrontarli, e persone giuste con cui parlarne.
Per dare concretezza a questa idea, sono state raccolte frasi contraddittorie in cui molti possono riconoscersi. Vediamole insieme.

Amo i miei figli. Ma forse se tornassi indietro non li rifarei.
Ci sono momenti, come quelli che si sperimentano nell’esperienza di gravidanza e maternità, e più in generale nella genitorialità, in cui possiamo faticare ad accettare alcune delle emozioni (soprattutto quelle spiacevoli) che proviamo.
È opinione comune che l’arrivo di un figlio debba essere un evento lieto. Così, quando ci ritroviamo a sperimentare stanchezza, frustrazione o anche rabbia verso quel bambino, che allo stesso tempo sentiamo di amare, possiamo pensare che non dovremmo sentirci così, che c’è qualcosa di sbagliato in noi.
Come ogni relazione, però, anche quella con un figlio può arricchirsi di mille sfaccettature, elementi contraddittori compresi.

Il mio lavoro mi piace. Ma forse perché non c’è altro nella mia vita.
Quando sentiamo di non avere problemi sul lavoro e che quello che facciamo ci piace, potremmo allo stesso tempo pensare che se stiamo bene, non ci dovrebbe essere spazio per altri desideri o per emozioni spiacevoli.
Il pensiero di amare il proprio lavoro, ma di avere bisogno anche di altro, può essere giudicato incoerente dalla nostra mente. Per cercare di accettarlo, possiamo provare a ristabilire coerenza modificando la nostra prima convinzione: “forse il mio lavoro non mi piace poi così tanto…”.
La difficoltà ad accogliere l’ambivalenza può quindi portare a una vera e propria crisi psicologica, dove si sente di non avere voglia di fare niente e dubbi, sbalzi d’umore, confusione e smarrimento fanno da protagonisti.

Con il mio partner sto bene. Ma ho paura di accontentarmi.
Lo stesso meccanismo che abbiamo analizzato fino a ora può manifestarsi anche nelle relazioni amorose. All’interno della vita di coppia, infatti, i partner possono sperimentare problemi relazionali che emergono da pensieri e stati emotivi in conflitto tra loro. È interessante notare che i giudizi individuati, ovvero quelli fondati su informazioni personalizzate e approfondite, attivano una rete corticale coinvolta nella mentalizzazione e nella teoria della mente (Freeman et al., 2010), contribuendo così alla complessità delle dinamiche interpersonali.
Può accadere, per esempio, di sperimentare l’ambivalenza derivante dallo “stare bene in coppia” insieme alla paura di accontentarsi. In questi casi, la conseguenza potrebbe essere il tentativo di controllare le emozioni in amore, evitando di entrare in contatto con quelle che non vorremmo sperimentare.
In altri casi, da emozioni ambivalenti scaturiscono comportamenti contraddittori, fatti di segnali di allontanamento e avvicinamento al partner che potrebbero alimentare una vera e propria crisi di coppia.

Sto bene da single. Ma ho il terrore di restare da sola.
Stare bene da single non esclude che, talvolta, ci si possa ritrovare a sentirsi soli o temere la solitudine per il proprio futuro. Questi diversi modi di sentire possono generare malessere quando la nostra mente li giudica contraddittori e cerca di eliminarne uno in favore dell’altro.
Sebbene possano apparire in contrasto, lo stare bene da soli e il temere la solitudine possono rivelare la presenza di bisogni psicologici compresenti nella stessa persona.
E se invece di farli combattere, iniziassimo a esplorare questi bisogni e ad attribuire loro la medesima importanza?

Amo quello che studio. Ma provo invidia per i voti degli altri.
La fatica a convivere con emozioni dalla valenza opposta, come entusiasmo e invidia, può essere uno dei motivi che alimentano insicurezza e difficoltà nello studio. Inoltre, la semplice richiesta di esprimere giudizi sui propri pensieri può modificare ciò che le persone ricordano successivamente (Mitchum et al., 2016), contribuendo così a una percezione alterata delle proprie esperienze emotive e cognitive.
E se, al posto di rifiutare o assecondare la nostra invidia, cominciassimo a chiederci cosa questa emozione racconta di noi? Anche se possiamo percepirle come qualcosa di “scomodo” o avere paura delle emozioni, esse hanno l’importante funzione di darci informazioni preziose su di noi.
Entrando in contatto con quelle che sono le nostre autentiche necessità possiamo prendere delle decisioni davvero coerenti con noi stessi.
Non mi manca niente. Ma non riesco a essere felice.
Nel libro “La trappola della felicità” il medico e psicoterapeuta statunitense Russ Herris smonta alcuni falsi miti della società occidentale che possono intrappolarci nella ricerca controproducente del benessere.
Uno di questi è il mito che ci porta a credere che:
- se siamo felici, dobbiamo esserlo tutto il tempo
- se non ci manca niente ma ci sentiamo giù di morale, abbiamo qualcosa che non va.
È così che, secondo Harris, finiamo per giudicare negativamente la nostra esperienza interiore:
“La società occidentale ritiene che la sofferenza mentale sia anormale. La considera una debolezza o una malattia, un prodotto di una mente in qualche modo mal funzionante o difettosa. Ciò significa che quando inevitabilmente abbiamo emozioni e pensieri dolorosi, spesso ci rimproveriamo per la nostra debolezza o stupidità.”
Comprendere e accogliere le proprie contraddizioni
Torniamo alla nostra mente e a quello che ci permette di fare. Come abbiamo visto, il nostro pensiero emette spesso giudizi che possono farci stare male ed entrare in conflitto con noi stessi, ma non è questa la sua unica peculiarità.
Un’altra delle capacità della nostra mente è quella di osservare sé stessa. Grazie a essa, invece che giudicare i nostri pensieri o rifiutare quelle parti di noi che ci sembrano contraddittorie o sbagliate, possiamo imparare ad accoglierle e a far loro spazio.
Un percorso psicologico è uno dei modi attraverso cui possiamo “allenare” la capacità di osservare il nostro mondo interiore senza giudizio. Ciò significa anche acquisire consapevolezza dei nostri bisogni nominandoli e riconoscendoli, accettando e comprendendo a fondo anche le possibili contraddizioni.
Perché giudichiamo i nostri pensieri? Cause comuni
Il giudizio sui propri pensieri è un fenomeno che può svilupparsi per molte ragioni, spesso legate alla nostra storia personale e al contesto in cui cresciamo. Comprendere le cause più comuni può aiutarci a riconoscere che non siamo "sbagliati" se ci capita di giudicare ciò che pensiamo.
Tra i fattori che possono favorire la tendenza a giudicare i propri pensieri troviamo:
- Educazione e ambiente familiare: Se da piccoli abbiamo ricevuto messaggi critici o poco accoglienti rispetto alle nostre emozioni e idee, possiamo interiorizzare la convinzione che alcuni pensieri siano inaccettabili o da nascondere.
- Esperienze di critica o rifiuto: Episodi di derisione, esclusione o giudizio da parte di figure significative possono portare a sviluppare un dialogo interno severo, in cui ogni pensiero "fuori norma" viene immediatamente valutato come sbagliato.
- Modelli culturali e sociali: Vivere in una società che enfatizza la perfezione, il controllo e la coerenza può farci sentire inadeguati quando emergono pensieri contraddittori o "non conformi" alle aspettative.
- Insicurezza personale: La mancanza di fiducia in sé stessi può rendere più facile cadere nella trappola del giudizio, alimentando dubbi e autocritica ogni volta che la mente si discosta da ciò che riteniamo "giusto" pensare.
Questi fattori non agiscono mai da soli, ma si intrecciano tra loro, influenzando il modo in cui impariamo a rapportarci con il nostro mondo interiore.

Le conseguenze del giudizio sui propri pensieri
Giudicare i propri pensieri può avere un impatto significativo sul benessere psicologico, influenzando la qualità della vita quotidiana e, in alcuni casi, contribuendo allo sviluppo di disturbi psicologici come il disturbo ossessivo-compulsivo (OCD), dove la persona tende ad attribuire un significato eccessivo ai pensieri indesiderati, secondo quanto riportato dal DSM-5-TR. Tuttavia, anche in assenza di una diagnosi formale, il giudizio sui propri pensieri può rendere la vita più faticosa e meno serena (Noah et al., 2018).
Tra le conseguenze più comuni di questo meccanismo troviamo l’aumento dell’ansia e della preoccupazione: quando ci convinciamo che certi pensieri siano “pericolosi” o “inaccettabili”, possiamo sviluppare una costante paura di perderne il controllo. Il giudizio severo verso i propri pensieri può inoltre generare emozioni dolorose, come il senso di colpa per aver pensato qualcosa di “sbagliato” o la vergogna per non essere come vorremmo. Per non sentire disagio, si può arrivare a evitare situazioni, persone o attività che potrebbero far emergere pensieri giudicati negativamente, limitando così la propria libertà. Un dialogo interno costantemente critico, infine, può minare la fiducia in sé stessi e la percezione del proprio valore.
Strategie pratiche per gestire il giudizio sui propri pensieri
Imparare a gestire il giudizio sui propri pensieri è possibile, anche se richiede tempo e allenamento. Esistono alcune strategie psicologiche che possono aiutare a sviluppare un atteggiamento più accogliente e meno critico verso il proprio mondo interiore. Ad esempio, formulare giudizi positivi sull'aspetto proprio e altrui ha un impatto causale sulla diminuzione dei pensieri intrusivi relativi all'aspetto fisico (Dondzilo et al., 2022).
- Auto-osservazione senza giudizio: Prendersi qualche minuto ogni giorno per osservare i propri pensieri, lasciandoli scorrere senza etichettarli come "giusti" o "sbagliati". Questo esercizio, ispirato alle pratiche di mindfulness, aiuta a riconoscere che i pensieri sono eventi mentali, non verità assolute.
- Ristrutturazione cognitiva: Quando emerge un pensiero giudicante (es. "Non dovrei pensare questo"), provare a chiedersi: "Cosa mi fa credere che questo pensiero sia sbagliato? Potrei vederlo in modo diverso?". Questo approccio può aiutare a mettere in discussione le convinzioni rigide e a sviluppare maggiore flessibilità.
- Scrittura espressiva: Annotare i propri pensieri e le emozioni che suscitano può favorire la consapevolezza e ridurre l'impatto del giudizio. Scrivere permette di prendere distanza e osservare con più chiarezza ciò che accade dentro di noi.
- Accettazione delle contraddizioni: Ricordarsi che è normale avere pensieri contrastanti e che la mente umana è complessa. Accogliere questa realtà può ridurre la pressione a "pensare sempre nel modo giusto" e favorire un rapporto più sereno con sé stessi.
Queste strategie non eliminano i pensieri giudicanti, ma aiutano a gestirli in modo più costruttivo, promuovendo benessere e auto-compassione.
Quando il giudizio sui pensieri può rappresentare un campanello d’allarme
In alcuni casi, il giudizio sui propri pensieri può diventare così intenso o persistente da interferire con la qualità della vita quotidiana. È importante riconoscere alcuni segnali che indicano quando potrebbe essere utile chiedere il supporto di uno psicologo o psicoterapeuta:
- Pensieri giudicanti molto frequenti e invasivi: Se il giudizio verso i propri pensieri occupa gran parte della giornata e risulta difficile da interrompere.
- Sofferenza emotiva significativa: Quando il giudizio porta a provare ansia, tristezza, senso di colpa o vergogna che non si riescono a gestire da soli.
- Evitamento di situazioni o persone: Se si inizia a limitare le proprie attività per paura di avere pensieri "sbagliati" o di essere giudicati dagli altri.
- Impatto sul funzionamento quotidiano: Difficoltà a concentrarsi, a dormire o a mantenere relazioni a causa del continuo giudizio sui propri pensieri.
Rivolgersi a un professionista può offrire uno spazio sicuro in cui esplorare questi vissuti, ricevere strumenti personalizzati e imparare a convivere con i propri pensieri in modo più sereno e accogliente.
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Se senti che il giudizio sui tuoi pensieri ti sta limitando o ti fa soffrire, ricorda che non sei solo e che chiedere aiuto è un atto di cura verso te stesso. Unobravo può aiutarti a trovare uno psicologo o una psicologa adatto alle tue esigenze: inizia il questionario e fai il primo passo verso un maggiore benessere interiore.








