Crescita personale
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Pensieri “giusti” e “sbagliati”: come accogliersi anche nelle contraddizioni

Pensieri “giusti” e “sbagliati”: come accogliersi anche nelle contraddizioni
Pubblicato il
10.10.2023

Se c’è qualcosa in cui le nostre menti sono particolarmente brave è chiacchierare di continuo… e giudicare. Anche in questo momento, mentre stai leggendo queste righe, con tutta probabilità starai pensando che ti piace o non ti piace quello che leggi, che sei d’accordo oppure no… o potresti deragliare col pensiero su altre questioni che catturano la tua attenzione. 

Quando la mente giudica sé stessa

La nostra mente non si limita solo a giudicare quello che accade all’esterno, ma fa la stessa cosa guardando il nostro mondo interno: così capita di giudicare i nostri stessi pensieri, oppure le emozioni che proviamo e le sensazioni corporee che le accompagnano. 

Questo può accadere in molte situazioni e, in particolar modo, quando si hanno emozioni e pensieri in conflitto tra loro, cioè quando entriamo in quello stato psicologico meglio conosciuto come ambivalenza

Possiamo sperimentare due bisogni opposti e iniziare a chiederci: “cosa mi sta succedendo? Cos’ho che non va?”. 

L’azione giudicante della nostra mente è si è messa all’opera! Rifiutando una parte del nostro sentire, vorrebbe “risolvere” l’ambivalenza, finendo però per ingaggiare una lotta interiore che rischia di farci sentire confusi e disorientati, oppure in trappola, bloccati e senza via d’uscita.

La campagna di Unobravo sui “pensieri sbagliati”

È proprio su questa lotta interiore, che a volte ci fa stare male, che si basa il concept della campagna di Unobravo #PensatiGiusto

L’iniziativa, lanciata in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale 2023, vuole incoraggiare le persone a riconoscere, dare voce e accogliere questi pensieri ambivalenti, sottolineando che “Non esistono pensieri sbagliati, ma solo persone giuste con cui parlarne”. 

Per dare vita alla campagna, il Team creativo di Unobravo ha raccolto diverse frasi contraddittorie che ognuno di noi può pensare. Vediamole insieme.

Amo i miei figli. Ma forse se tornassi indietro non li rifarei.

Ci sono momenti, come quelli che si sperimentano nell’esperienza di gravidanza e maternità, e più in generale nella genitorialità, in cui possiamo faticare ad accettare alcune delle emozioni (soprattutto quelle spiacevoli) che proviamo.

È opinione comune che l’arrivo di un figlio debba essere un evento lieto. Così, quando ci ritroviamo a sperimentare stanchezza, frustrazione o anche rabbia verso quel bambino, che allo stesso tempo sentiamo di amare, possiamo pensare che non dovremmo sentirci così, che c’è qualcosa di sbagliato in noi.

Come ogni relazione, però, anche quella con un figlio può arricchirsi di mille sfaccettature, elementi contraddittori compresi. 

Il mio lavoro mi piace. Ma forse perché non c’è altro nella mia vita.

Quando sentiamo di non avere problemi sul lavoro e che quello che facciamo ci piace, potremmo allo stesso tempo pensare che se stiamo bene, non ci dovrebbe essere spazio per altri desideri o per emozioni spiacevoli. 

Il pensiero di amare il proprio lavoro, ma di avere bisogno anche di altro, può essere giudicato incoerente dalla nostra mente. Per cercare di accettarlo, possiamo provare a ristabilire coerenza modificando la nostra prima convinzione: “forse il mio lavoro non mi piace poi così tanto…”.

La difficoltà ad accogliere l’ambivalenza può quindi portare a una vera e propria crisi psicologica, dove si sente di non avere voglia di fare niente e dubbi, sbalzi d’umore, confusione e smarrimento fanno da protagonisti. 

Con il mio partner sto bene. Ma ho paura di accontentarmi.

Lo stesso meccanismo che abbiamo analizzato fino a ora può presentarsi anche nelle relazioni amorose. Nella vita di coppia, infatti, i partner possono vivere problemi relazionali che scaturiscono da pensieri e stati emotivi in conflitto tra loro.  

Può accadere, per esempio, di sperimentare l’ambivalenza derivante dallo “stare bene in coppia” insieme alla paura di accontentarsi. In questi casi, la conseguenza potrebbe essere il tentativo di controllare le emozioni in amore, evitando di entrare in contatto con quelle che non vorremmo sperimentare.

In altri casi, da emozioni ambivalenti scaturiscono comportamenti contraddittori, fatti di segnali di allontanamento e avvicinamento al partner che potrebbero alimentare una vera e propria crisi di coppia.  

Sto bene da single. Ma ho il terrore di restare da sola.

Stare bene da single non esclude che, talvolta, ci si possa ritrovare a sentirsi soli o temere la solitudine per il proprio futuro. Questi diversi modi di sentire possono generare malessere quando la nostra mente li giudica contraddittori e cerca di eliminarne uno in favore dell’altro. 

Sebbene possano apparire in contrasto, lo stare bene da soli e il temere la solitudine possono rivelare la presenza di bisogni psicologici compresenti nella stessa persona. 

E se invece di farli combattere, iniziassimo a esplorare questi bisogni e ad attribuire loro la medesima importanza? 

Amo quello che studio. Ma provo invidia per i voti degli altri.

La fatica a convivere con emozioni dalla valenza opposta come entusiasmo e invidia, può essere uno dei motivi che alimentano insicurezza e difficoltà nello studio.

E se, al posto di rifiutare o assecondare la nostra invidia, cominciassimo a chiederci cosa questa emozione racconta di noi? Anche se possiamo percepirle come qualcosa di “scomodo” o avere paura delle emozioni, esse hanno l’importante funzione di darci informazioni preziose su di noi. 

Entrando in contatto con quelle che sono le nostre autentiche necessità possiamo prendere delle decisioni davvero coerenti con noi stessi.

Non mi manca niente. Ma non riesco a essere felice.

Nel suo libro “La trappola della felicità” il medico e psicoterapeuta statunitense Russ Herris descrive alcuni falsi miti, tipici della società occidentale, che possono farci cadere nella cosiddetta “trappola della felicità”. 

Uno di questi è il mito che ci porta a credere che:

  •  se siamo felici, dobbiamo esserlo tutto il tempo
  • se non ci manca niente ma ci sentiamo giù di morale, abbiamo qualcosa che non va

È così che, secondo Harris, finiamo per giudicare negativamente la nostra esperienza interiore:

“La società occidentale ritiene che la sofferenza mentale sia anormale. La considera una debolezza o una malattia, un prodotto di una mente in qualche modo mal funzionante o difettosa. Ciò significa che quando inevitabilmente abbiamo emozioni e pensieri dolorosi, spesso ci rimproveriamo per la nostra debolezza o stupidità.”

Comprendere e accogliere le proprie contraddizioni

Torniamo alla nostra mente e a quello che ci permette di fare. Come abbiamo visto, il nostro pensiero emette spesso giudizi che possono farci stare male ed entrare in conflitto con noi stessi, ma non è questa la sua unica peculiarità.

Un’altra delle capacità della nostra mente è quella di osservare sé stessa. Grazie a essa, invece che giudicare i nostri pensieri o rifiutare quelle parti di noi che ci sembrano contraddittorie o sbagliate, possiamo imparare ad accoglierle e a far loro spazio.

Un percorso psicologico è uno dei modi attraverso cui possiamo “allenare” la capacità di osservare il nostro mondo interiore senza giudizio. Ciò significa anche acquisire consapevolezza dei nostri bisogni nominandoli e riconoscendoli, accettando e comprendendo a fondo anche le possibili contraddizioni.

Questo è un contenuto divulgativo e non sostituisce la diagnosi di un professionista.
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