Abbuffate ricorrenti e sensazione di perdita di controllo: quando può essere utile approfondire con un professionista?
Mi abbuffo e poi mi sento in trappola, ogni volta.
Non capisco se è solo un vizio o qualcosa di più.
Capita a molte persone di mangiare più del previsto in alcune situazioni, ad esempio dopo una giornata particolarmente stressante o durante un'occasione speciale. È un'esperienza comune che, da sola, non indica necessariamente la presenza di un problema.
Quando però le abbuffate diventano ricorrenti e si accompagnano alla sensazione di non riuscire a fermarsi, l'esperienza può essere molto diversa. Non si tratta più solo di quantità, ma della percezione di aver perso il controllo su cosa e quanto si sta mangiando.
In alcuni casi, questo insieme di vissuti può rientrare in quello che viene chiamato disturbo da alimentazione incontrollata (o binge eating disorder). È tra i disturbi alimentari più diffusi, eppure spesso resta nascosto, perché vissuto in solitudine e con un forte senso di vergogna.
Se ti ritrovi in queste parole, sappi che riconoscere il proprio disagio è già un passaggio importante. Proviamo a capire insieme quando può avere senso approfondire con un professionista.
Le possibili radici
Cosa può esserci dietro le abbuffate ricorrenti
Quando sono stressato, finisco sempre a mangiare.
Più mi impongo diete rigide, più poi crollo.
Le abbuffate raramente riguardano solo il cibo. Spesso hanno a che fare con emozioni difficili e con il modo in cui proviamo a gestirle. Esplorare le radici del proprio rapporto con il cibo può diventare più semplice con l'aiuto di uno psicologo, che può accompagnarti a comprendere ciò che accade dentro di te e a sviluppare strumenti per prenderti cura del tuo benessere. Comprendere a fondo questi meccanismi richiede spesso uno spazio di ascolto e un percorso professionale dedicato. Proviamo, intanto, a esplorare insieme alcune possibili ragioni che possono essere alla base delle abbuffate ricorrenti.
Il cibo come risposta alle emozioni
- Le abbuffate possono nascere come tentativo di calmare stati d'animo faticosi, come ansia, solitudine, noia o stanchezza, più che da una reale fame fisica.
- Il cibo può diventare uno strumento per gestire una difficoltà a fermare gli impulsi o per riempire un vuoto emotivo che si fatica a nominare.
- Quando manca un modo per attraversare le emozioni intense, mangiare può offrire un sollievo immediato, anche se di breve durata.
Il circolo tra restrizione e perdita di controllo
- Diete molto rigide, restrizioni severe o il saltare i pasti possono innescare un circolo vizioso difficile da interrompere.
- Dopo un periodo di privazione, può diventare più probabile perdere il controllo davanti al cibo.
- Il senso di colpa che segue può spingere a nuove restrizioni, alimentando di nuovo lo stesso schema.
Il ruolo dell'autostima e del contesto
- Un rapporto difficile con la propria immagine corporea e un'autovalutazione centrata soprattutto sull'aspetto fisico possono aumentare la vulnerabilità verso questo disturbo.
- Cambiamenti nelle abitudini quotidiane, come il lavoro da remoto, possono ridurre quei momenti di socialità e di struttura che in passato aiutavano a regolare i ritmi della giornata. Trascorrere molte ore da soli, con il cibo facilmente disponibile, può rendere più difficile distinguere la fame dai bisogni emotivi o gestire alcuni impulsi alimentari.
Vissuti concreti
Situazioni in cui potresti riconoscerti
In palestra dico che mangio pulito, ma la sera no.
Nascondo le confezioni vuote perché mi vergogno.
Ci sono vissuti ed esperienze che ricorrono spesso in chi si trova a convivere con abbuffate frequenti. Riconoscerli può aiutarti a comprendere meglio ciò che accade e a dare un nome alle tue difficoltà.
Come si presentano gli episodi
- Consumare in un breve lasso di tempo una quantità di cibo nettamente superiore a quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nelle stesse circostanze.
- Mangiare molto più velocemente del solito, fino a sentirsi sgradevolmente pieni, anche senza avere fame.
- Programmare in anticipo l'episodio, acquistando cibo specifico per l'occasione.
Il segreto e il senso di vergogna
- Scegliere di mangiare in solitudine e di nascosto, per l'imbarazzo legato alla quantità di cibo consumato.
- Provare un forte senso di disgusto, colpa o vergogna subito dopo l'episodio.
- Vivere una sorta di doppia vita alimentare, mostrando in pubblico un'immagine di controllo e alimentazione equilibrata, mentre in privato l'esperienza è del tutto diversa.
Il tuo rapporto con il cibo e con il corpo a volte ti pesa?
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Primi passi possibili
Come iniziare a prendertene cura
Segnare cosa provo prima mi ha aperto gli occhi.
Parlarne con una psicologa mi ha tolto un peso.
Osservare la frequenza e il disagio
Se gli episodi si ripetono con frequenza, ad esempio almeno una volta a settimana per alcuni mesi, e sono accompagnati da un forte disagio, può essere importante non sottovalutare ciò che stai vivendo. Riconoscere che c'è qualcosa da approfondire rappresenta già un primo passo verso una maggiore cura di sé.
Tenere un diario di ciò che accade
Annotare i momenti, le emozioni e le situazioni che precedono le abbuffate può aiutarti a riconoscere eventuali schemi ricorrenti. Non si tratta di giudicarti o controllarti, ma di raccogliere informazioni utili per comprendere meglio ciò che accade e trovare strategie più efficaci.
Mantenere pasti regolari
Evitare diete molto rigide o restrizioni drastiche può fare una differenza importante, perché la privazione tende a rendere più intenso il desiderio di cibo. Privilegiare pasti regolari può favorire un rapporto più equilibrato e meno altalenante.
Rivolgerti al medico di famiglia
Un primo confronto con il medico di famiglia può essere un punto di partenza semplice e accessibile per comprendere meglio la situazione, ricevere una prima valutazione ed eventualmente essere indirizzati verso professionisti specializzati.
Considerare un percorso di psicoterapia
Un percorso con uno/a psicologo/a può essere uno spazio prezioso per sentirsi capiti e per esplorare il legame tra emozioni e cibo. Non è necessario aspettare che la situazione diventi molto difficile per chiedere un supporto: la terapia cognitivo-comportamentale, in particolare, è tra gli approcci più studiati per lavorare sulle abbuffate.
Prendere in considerazione un supporto integrato
Affrontare queste difficoltà può richiedere il contributo di diverse figure professionali, come lo psicologo, il medico e il professionista della nutrizione. Un approccio integrato permette di considerare i diversi aspetti coinvolti e costruire un percorso di supporto più completo.
Parla di come ti senti a uno psicologo online
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Uno sguardo di speranza
Non sei solo davanti a tutto questo
Ho capito che non era pigrizia, ma qualcosa di più.
Chiedere aiuto è stato l'inizio del cambiamento.
La sensazione di perdere il controllo con il cibo non è una questione di forza di volontà. Può essere il segnale di un disturbo riconosciuto e, soprattutto, trattabile.
Chiedere aiuto non significa esagerare il problema, ma scegliere di prenderti cura di un aspetto della tua vita che ti sta pesando. In molti casi, un percorso ben condotto può portare a un miglioramento concreto.
Un supporto professionale può aiutarti non solo a ridurre gli episodi, ma anche a individuare modalità più serene per gestire le emozioni senza ricorrere al cibo.
Prendersi cura di queste difficoltà può significare anche iniziare, poco alla volta, a liberarsi del peso del segreto e della distanza tra ciò che si mostra agli altri e ciò che si vive dentro di sé. Uno/a psicologo/a può accompagnarti in un percorso di comprensione e cambiamento.
Il passo successivo, se ti senti pronto/a
La terapia psicologica non è solo per chi attraversa un momento di crisi. È uno spazio di ascolto per prenderti cura del tuo benessere mentale.
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FAQ
Domande frequenti
Cosa si intende per disturbo da alimentazione incontrollata?
Quando le abbuffate diventano ricorrenti e si accompagnano alla sensazione di non riuscire a fermarsi, non si tratta più solo di quantità, ma della percezione di aver perso il controllo su cosa e quanto si sta mangiando. In alcuni casi, questo insieme di vissuti può rientrare in quello che viene chiamato disturbo da alimentazione incontrollata (o binge eating disorder). È tra i disturbi alimentari più diffusi, eppure spesso resta nascosto, perché vissuto in solitudine e con un forte senso di vergogna. Riconoscere il proprio disagio è già un passaggio importante per capire quando può avere senso approfondire con un professionista.
Perché si arriva ad abbuffarsi in modo ricorrente?
Le abbuffate raramente riguardano solo il cibo: spesso hanno a che fare con emozioni difficili e con il modo in cui proviamo a gestirle. Possono nascere come tentativo di calmare stati d'animo faticosi, come ansia, solitudine, noia o stanchezza, più che da una reale fame fisica, diventando uno strumento per gestire una difficoltà a fermare gli impulsi o per riempire un vuoto emotivo. Diete molto rigide o il saltare i pasti possono innescare un circolo vizioso: dopo un periodo di privazione diventa più probabile perdere il controllo, e il senso di colpa che segue spinge a nuove restrizioni. Anche un rapporto difficile con la propria immagine corporea può aumentare la vulnerabilità verso questo disturbo.
Quali sono i segnali che caratterizzano un'abbuffata?
Alcuni vissuti ricorrono spesso in chi convive con abbuffate frequenti, come consumare in un breve lasso di tempo una quantità di cibo nettamente superiore a quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nelle stesse circostanze, oppure mangiare molto più velocemente del solito fino a sentirsi sgradevolmente pieni, anche senza avere fame. Spesso c'è anche la tendenza a programmare in anticipo l'episodio, acquistando cibo specifico per l'occasione, e a scegliere di mangiare in solitudine e di nascosto per l'imbarazzo legato alla quantità consumata, provando poi un forte senso di disgusto, colpa o vergogna.
È normale sentirsi in colpa o vergognarsi dopo un'abbuffata?
Sì, provare un forte senso di disgusto, colpa o vergogna subito dopo l'episodio è un vissuto molto comune. Chi convive con queste difficoltà arriva spesso a vivere una sorta di doppia vita alimentare, mostrando in pubblico un'immagine di controllo e alimentazione equilibrata, mentre in privato l'esperienza è del tutto diversa. Il senso di colpa che segue le abbuffate può inoltre spingere a nuove restrizioni, alimentando di nuovo lo stesso schema. Ricorda comunque che la sensazione di perdere il controllo con il cibo non è una questione di forza di volontà, ma può essere il segnale di un disturbo riconosciuto e trattabile.
Quando è opportuno chiedere aiuto per le abbuffate ricorrenti?
Se gli episodi si ripetono con frequenza, ad esempio almeno una volta a settimana per alcuni mesi, e sono accompagnati da un forte disagio, può essere importante non sottovalutare ciò che si sta vivendo. Non è necessario aspettare che la situazione diventi molto difficile per chiedere un supporto: un primo confronto con il medico di famiglia può essere un punto di partenza semplice per ricevere una prima valutazione, mentre un percorso con uno psicologo può essere uno spazio prezioso per esplorare il legame tra emozioni e cibo. Affrontare queste difficoltà può richiedere anche il contributo di più figure professionali, per un supporto integrato e completo.
Cosa si può fare nel quotidiano per gestire le abbuffate?
Tenere un diario di ciò che accade, annotando i momenti, le emozioni e le situazioni che precedono le abbuffate, può aiutare a riconoscere eventuali schemi ricorrenti e a raccogliere informazioni utili per trovare strategie più efficaci. Evitare diete molto rigide o restrizioni drastiche può fare una differenza importante, perché la privazione tende a rendere più intenso il desiderio di cibo, mentre privilegiare pasti regolari può favorire un rapporto più equilibrato. Questi primi passi non sostituiscono un percorso professionale ma possono affiancarlo, insieme al contributo di uno psicologo, del medico e del professionista della nutrizione.
Domande frequenti sulla terapia
Quanti tipi di terapia ci sono in Unobravo?
Con Unobravo potrai svolgere terapia psicologica individuale o terapia di coppia, a seconda delle tue necessità. Per esempio, la terapia individuale dopo un tradimento può essere utile per migliorare la comunicazione e affrontare le sfide personali che influenzano le dinamiche relazionali. La scelta, dopo un tradimento, della terapia individuale o di coppia dipende dalle esigenze di ciascuna persona.
Cos'è e in cosa consiste la terapia individuale con Unobravo?
Un percorso di terapia individuale può offrire uno spazio sicuro per esplorare le proprie emozioni e i propri comportamenti insieme a un professionista della salute mentale.
Anche se non è sempre semplice capire come iniziare un percorso psicologico, con Unobravo non dovrai preoccuparti di come scegliere uno psicologo. Ti basterà compilare il questionario e incontrare nel primo colloquio gratuito lo psicologo che ti è stato assegnato tra gli psicologi Unobravo.
Se sarà il professionista adatto a te, inizierete insieme un percorso creato su misura per te.
Terapia online: perché sceglierla?
Con uno psicologo online Unobravo puoi prenderti cura di te ovunque tu sia. Potrai utilizzare l'app o la Web App per fissare i tuoi appuntamenti, svolgere le sedute, chattare con il tuo psicologo ed effettuare pagamenti sicuri.
Tutto comodamente online, utilizzando qualsiasi dispositivo e collegandoti dove e quando vuoi.
Quali sono i prezzi della terapia individuale?
Il prezzo dello psicologo in presenza può variare molto, senza contare il tempo e il costo per raggiungere lo studio del professionista.
Con Unobravo ogni seduta ha un prezzo fisso e accessibile di 49 € e puoi incontrare il tuo psicologo anche in viaggio, in vacanza o in una pausa dal lavoro, senza investire tempo e denaro per gli spostamenti.
Per connetterti con il tuo benessere psicologico ti basterà solo un click.
Quanto dura un percorso di terapia individuale?
A decidere quanto dura un percorso psicologico sarete tu e il tuo Unobravo: ogni persona è unica, così come lo sarà il viaggio verso il tuo benessere psicologico.
Come faccio a sapere se ho bisogno di fare terapia?
Ogni processo terapeutico è unico e la motivazione o la necessità di iniziare un percorso di terapia varia da persona a persona. È importante ricordare che andare in terapia non solo aiuta ad affrontare le difficoltà e a trattare i disturbi, ma sostiene anche chi desidera intraprendere un percorso di crescita personale e fornisce strumenti e strategie utili per migliorare il benessere quotidiano.
È importante ricordare che fare terapia non è un segno di debolezza ma di cura di sé, quindi non c'è bisogno di aspettare di raggiungere il nostro limite per chiedere aiuto.
E ora?
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