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Psicologia dell’adolescenza
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Andare dallo psicologo da soli quando si è minorenni è possibile?

Andare dallo psicologo da soli quando si è minorenni è possibile?
Redazione
Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
12.2.2026
Andare dallo psicologo da soli quando si è minorenni è possibile?
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Affrontare le sfide dell'adolescenza è possibile

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“Posso andare dallo psicologo da solo se sono minorenne?” è una domanda che potresti esserti fatto se stai attraversando un periodo di difficoltà. In questo articolo troverai informazioni utili su come accedere allo psicologo se sei minorenne, sulle regole del consenso, sulla privacy, sulle possibilità offerte dalla scuola e sui servizi gratuiti e territoriali.

Ricorda che, se tu o qualcuno che conosci vi trovate in una situazione di rischio immediato per la vostra incolumità, è importante chiedere subito aiuto a un adulto di fiducia o contattare i numeri di emergenza, come il 112.

Posso andare dallo psicologo da solo se sono minorenne?

Se sei minorenne e stai pensando di rivolgerti a uno psicologo, è importante sapere che in Italia è necessario il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale. Questo significa che, anche se puoi fisicamente recarti da solo a un colloquio, per avviare formalmente un percorso di sostegno psicologico o di psicoterapia è indispensabile che entrambi i  genitori o un tutore firmi il consenso informato.

Su questo tema, in un documento preparato per la 2ª Conferenza Nazionale per la Salute Mentale del Ministero della Salute (Roma, 25–26 giugno 2021) si sottolinea che, negli ultimi anni, anche i Dipartimenti di Salute Mentale, cioè i servizi pubblici che si occupano di salute psicologica, hanno dovuto far fronte, tra i bisogni nuovi e sempre più complessi, alla sofferenza psicologica in età adolescenziale (Ministero della Salute, 2021).

I motivi che spingono gli adolescenti a richiedere il supporto di un professionista possono essere legati ad ansia, pensieri negativi, difficoltà scolastiche, tristezza, isolamento, problemi relazionali e calo dell’autostima.

Se ti riconosci in alcune di queste situazioni, potresti porti delle domande utili per orientarti:

  • Da quanto tempo provo questi disagi?
  • Sono così intensi da interferire con la mia quotidianità?
  • Hanno un impatto su scuola, sonno e appetito?
  • Mi sto isolando da amici e familiari?

Rispondere a queste domande può essere una guida per comprendere se  è il momento di chiedere aiuto.

Consenso informato: chi firma, quando serve e cosa succede se un genitore non è d’accordo

Il consenso informato è un documento necessario che definisce la cornice del lavoro psicologico.  Al suo interno vengono dichiarati obiettivi, modalità, durata e frequenza degli incontri, costi, privacy e conservazione dei dati e gestione delle comunicazioni.

Se entrambi i genitori esercitano la responsabilità genitoriale, è indispensabile che il consenso informato venga firmato da entrambi. Solo in casi eccezionali, ad esempio in presenza di deleghe o provvedimenti del giudice, le modalità possono essere diverse e vanno chiarite con il professionista o con il servizio.

Il consenso informato è necessario per avviare un percorso di sostegno psicologico o di psicoterapia, non per un primo contatto informativo. Per affrontare il primo incontro con il professionista, può essere utile preparare alcune domande:

  • Qual è la frequenza degli incontri?
  • Quanto dura un percorso tipico?
  • Quali sono i costi?
  • È possibile svolgere le sedute online?

Se sei un adolescente in cerca di aiuto, un buon primo passo può essere trovare un adulto di fiducia che ti stia accanto, come un parente, un insegnante o un allenatore.

In alternativa, puoi rivolgerti a un consultorio familiare o ad altri servizi territoriali: in un rapporto del Ministero della Salute dedicato ai consultori si spiega che questi servizi fanno parte dei distretti e sono pensati come punti di riferimento socio-sanitari di base, dove lavorano più professionisti insieme, con un ruolo importante anche nella promozione e prevenzione della salute in adolescenza e durante la crescita (Ascone et al., 2008).

Questo tipo di supporto può darti un primo orientamento e aiutarti a capire quali passi fare per iniziare un percorso psicologico.

Foto di cottonbro studio - Pexels

La privacy in terapia: cosa resta tra te e lo psicologo

Il segreto professionale è un principio etico fondamentale per psicologi e psicoterapeuti, che prevede che ciò che emerge in seduta resti riservato.

A tutela di questa riservatezza c’è anche la normativa sulla privacy: un rapporto della Commissione Europea che ha passato in rassegna le regole dei Paesi dell’UE sul trattamento dei dati sanitari spiega che le informazioni raccolte durante un percorso di cura rientrano nei “dati sulla salute” e, proprio per questo, sono soggette a regole di protezione particolarmente rigorose (Hansen et al., 2021).

Anche se sei minorenne, quindi, il tuo spazio di terapia è protetto: ciò che emerge negli incontri non viene riportato ai tuoi genitori come in un resoconto dettagliato. In genere, eventuali comunicazioni con i genitori riguardano aspetti generali utili al percorso, ad esempio obiettivi, indicazioni pratiche, andamento complessivo, e vengono definite in anticipo nel consenso informato.

Ecco alcune domande che potresti fare già al primo incontro per chiarire la gestione della privacy:

  • Cosa comunicherai ai miei genitori riguardo alle nostre sedute?
  • In quali casi sei tenuto a informarli?
  • Mi avviserai prima di condividere qualcosa con loro?

Quando lo psicologo deve coinvolgere un adulto

La riservatezza è un principio fondamentale, ma ci sono situazioni in cui lo psicologo è tenuto a coinvolgere un adulto. Se emerge un rischio grave e immediato per l’incolumità del paziente o per quella di altri, il professionista deve attivare risorse di protezione. Lo stesso vale in caso di abusi o violenze. In questi casi, la priorità è la sicurezza, anche se questo significa rompere la riservatezza.

Quando possibile, lo psicologo cercherà di affrontare la situazione, spiegando i passi che intende intraprendere e coinvolgendo il paziente nel processo decisionale.

Ecco un piano pratico per i momenti di crisi:

  • Identifica un adulto di riferimento a cui puoi rivolgerti:genitore, insegnante, parente.
  • Salva i numeri di emergenza: 112 o 114 per emergenze legate all’infanzia.
  • Scrivi un messaggio di richiesta di aiuto che puoi inviare rapidamente.
  • Fai una lista di strategie che ti aiutano a calmarti: respirazione, musica, uscire all’aperto.

Psicologo a scuola: sportello d'ascolto e regole

Lo psicologo presente a scuola può rappresentare una figura di supporto importante per studenti e studentesse che si trovano ad affrontare difficoltà emotive o relazionali legate al contesto scolastico. Il suo ruolo non è quello di offrire un percorso di psicoterapia continuativo, né di sostituirsi ai servizi sanitari, ma di garantire ascolto, orientamento e supporto.

Gli interventi dello psicologo a scuola possono articolarsi su tre livelli:

  • progetti di promozione del benessere rivolti a tutta la scuola,
  • interventi in classe su tematiche specifiche,
  • sportello di ascolto individuale.

In quest’ultimo caso, per i minorenni, l’accesso può richiedere la firma di una liberatoria o del consenso informato da parte dei genitori, secondo le regole specifiche del progetto attivo nella scuola. Per informarti sulle modalità di accesso, puoi rivolgerti alla segreteria o al referente del progetto, oppure consultare le circolari scolastiche.

Ecco alcuni vantaggi e limiti dello psicologo a scuola:

Vantaggi:

  • Accesso gratuito e in un contesto familiare
  • Primo ascolto e orientamento
  • Possibilità di invio ai servizi territoriali

Limiti:

  • Tempi e continuità limitati
  • Non è un percorso di psicoterapia
  • Possibile necessità del consenso genitoriale

Se non puoi pagare o dirlo a casa: aiuti gratuiti

Se sei minorenne e senti di aver bisogno di aiuto psicologico, ma non hai disponibilità economiche  o non vuoi condividere questa necessità in famiglia, sappi che esistono risorse gratuite a cui puoi rivolgerti. Tra queste ci sono i consultori familiari, nati proprio per offrire anche assistenza psicologica e sociale e occuparsi in modo esplicito anche di problematica minorile (Ascone et al., 2008).

In molte zone trovi anche i servizi giovani delle ASL, gli sportelli territoriali e, all’interno dei consultori, eventuali “spazi giovani” dedicati ai ragazzi, la cui presenza è stata verificata in una ricognizione del Ministero della Salute (Ascone et al., 2008).

In questi contesti, in alcune realtà, potresti fare un primo colloquio di orientamento anche senza il consenso dei genitori, mentre per iniziare un percorso continuativo potrebbe essere necessario: per questo conviene chiedere subito come funziona nel servizio a cui ti rivolgi.

Considera anche che i tempi di attesa possono variare e, se serve, potresti essere indirizzato verso un servizio più adatto alle tue esigenze.

Se invece scegli un’associazione o un servizio di ascolto online, controlla che sia istituzionale o riconosciuto, che spieghi chiaramente come tutela la privacy e che ci siano professionisti qualificati. E se parlare in famiglia ti spaventa, prova a cercare un adulto di fiducia (un parente, un insegnante, il medico di base) che possa starti accanto mentre chiedi aiuto.

Foto di Mikhail Nilov - Pexels

Come parlare con i tuoi genitori senza sentirti in colpa

Chiedere aiuto a uno psicologo non significa accusare qualcuno né creare problemi. Può essere difficile parlare con i propri genitori della necessità di un supporto psicologico, perché si può temere di preoccuparli o di essere giudicati. Tuttavia, la richiesta di aiuto è un atto di coraggio e di responsabilità verso se stessi.

Se ti trovi in questa situazione, puoi utilizzare alcune frasi pronte per comunicare in modo assertivo:

  • “Mi sento sopraffatto da alcune situazioni e credo che uno psicologo potrebbe aiutarmi a gestirle”,
  • “Ho bisogno di un supporto per affrontare un periodo difficile e vorrei farlo con l’aiuto di un professionista”,
  • “Vorrei fare un primo incontro con uno psicologo per capire meglio come affrontare alcune difficoltà”.

È importante collegare la richiesta a difficoltà concrete, come problemi di sonno, rendimento scolastico, ansia o difficoltà nelle relazioni, senza fare un processo ai genitori. Se ti diranno che è solo un periodo, puoi rispondere che un primo colloquio non vincola a un percorso e può essere utile per valutare insieme la situazione.

Se sei un genitore: come proporlo senza forzare

Proporre un percorso psicologico a un figlio può essere un passo delicato. È importante ascoltare e validare i suoi vissuti, normalizzando la richiesta di aiuto. Dietro un rifiuto possono esserci stigma, paura di essere giudicato, timore dei costi o sfiducia.

Ecco tre errori da evitare:

  • minimizzare le difficoltà (“è solo un periodo”),
  • ricattare (“se non vai dallo psicologo non ti aiuto più”),
  • usare lo psicologo come punizione (“ti serve perché non vai bene a scuola”).

Per costruire un’alleanza, è utile scegliere insieme il servizio e il professionista, chiarire privacy e obiettivi e concordare un primo incontro.

Se noti segnali di isolamento marcato, autolesionismo o pensieri di morte, è importante agire in modo tempestivo, chiedendo aiuto a un professionista.

Chiedere aiuto non è mai esagerato: è un atto di coraggio e di rispetto verso se stessi. Se ti riconosci in queste situazioni, potresti parlare con un adulto di fiducia, informarti sugli sportelli di ascolto a scuola o sui servizi territoriali, oppure fissare un primo colloquio.

In vista della prima seduta, ti sarà utile riflettere su quali siano le tue difficoltà principali e su quali domande tu abbia riguardo alla privacy e al funzionamento degli incontri.

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