Crescita personale
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Il complesso di inferiorità: cos’è e da dove viene

Il complesso di inferiorità: cos’è e da dove viene
Il complesso di inferiorità: cos’è e da dove viene
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Valentina Scognamiglio
Valentina Scognamiglio
Redazione
Psicoterapeuta ad orientamento Psicoanalitico
Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Pubblicato il
29.4.2024

Quando si parla di complesso di inferiorità, si fa riferimento a un individuo che presenta una bassa autostima, vissuti di inadeguatezza, ed è pervaso da un costante sentimento di vergogna di sé. Ma qual è il significato di complesso di inferiorità, più in dettaglio?

Complesso di inferiorità in psicologia

Per dare una definizione completa di “complesso di inferiorità”, facciamo un passo indietro e analizziamo bene cosa significa la parola complesso. Gli psicoanalisti Laplanche e Pontalis, autori del volume Enciclopedia della psicoanalisi, descrivono come segue il concetto di complesso:

“Insieme organizzato di rappresentazioni e di ricordi con forte valore affettivo, parzialmente o totalmente inconsci. Un complesso si costituisce a partire dalle relazioni interpersonali della storia infantile e può strutturare tutti i livelli psicologici: emozioni, atteggiamenti, condotte adattate.”

Con il concetto di complesso di inferiorità, in psicologia, si fa quindi riferimento a una serie di rappresentazioni di sé che l’individuo ha costruito e che sono, spesso, il concentrato di rappresentazioni inconsce che nascono dalla propria storia relazionale. 

Il modo in cui ognuno di noi rappresenta il proprio Sé è quindi frutto sia del contesto sociale e culturale in cui siamo inseriti, sia della propria storia familiare e personale

complessi di inferiorità
Cottonbro - Pexels

Il complesso di inferiorità secondo Jung 

Carl Gustav Jung, uno dei fondatori della psicologia analitica, ha approfondito il concetto di inferiorità, collegandolo alla sua teoria degli archetipi e dell'inconscio collettivo. Pur non citando mai esplicitamente di complesso di inferiorità, Jung ne parla come derivato di una disconnessione con il Sé, l'aspetto più profondo e autentico della personalità. 

Questa disconnessione può essere causata da esperienze traumatiche o dalla repressione di parti vitali della psiche. Jung riteneva che il complesso di inferiorità potesse manifestarsi attraverso la dominanza di archetipi negativi, come l'Ombra, che rappresenta gli aspetti oscuri e repressi della personalità. 

Pertanto, il lavoro terapeutico, secondo Jung, consisteva nel riconoscere e integrare questi aspetti nell'individuo per raggiungere l'armonia e la completezza psichica.

Il complesso di inferiorità secondo Freud

Il complesso di inferiorità nel lavoro di Sigmund Freud, padre della psicoanalisi, può essere ricondotto al contesto della sua teoria dello sviluppo psicosessuale. Secondo Freud, una rappresentazione di sé in termini di inferiorità può derivare da esperienze traumatiche durante le fasi dello sviluppo infantile, in particolare durante il periodo edipico

Freud credeva che i conflitti irrisolti o le esperienze di svalutazione durante questa fase potessero lasciare un'impronta duratura nella psiche dell'individuo, contribuendo alla formazione del complesso di inferiorità. 

Freud ha quindi associato il complesso di inferiorità al complesso di Edipo. La rivalità edipica, in cui il bambino si confronta con la figura genitoriale per l'amore e l'attenzione dell’altra, può generare conflitti che influiscono sulla percezione di sé e la fiducia nell'individuo in età adulta, contribuendo alla formazione di una sensazione persistente di inferiorità.

Il complesso di inferiorità secondo Adler

Alfred Adler, pioniere della psicologia individuale, ha introdotto il concetto di sentimento di inferiorità come una componente fondamentale della personalità umana. Secondo Adler, il sentirsi inferiore non è necessariamente un disturbo, poiché è stato un motore per il progresso umano attraverso la storia. 

Il complesso di inferiorità, invece, è il risultato di un’accentuazione del sentimento di inferiorità che porta a una percezione distorta di sé stessi rispetto agli altri che può originarsi da esperienze infantili. 

Adler credeva che il complesso di inferiorità potesse portare a una serie di comportamenti compensatori, come l'iper competitività e l'aggressività, come meccanismo di difesa nel tentativo di superare o mascherare il non sentirsi all’altezza

Complesso di inferiorità e superiorità

Nel tessuto sociale, il complesso di inferiorità può generare insicurezza e timore di essere giudicati soprattutto in individui che si sentono emarginati o non all'altezza rispetto agli altri. Al contrario, il complesso di superiorità si nutre di un'eccessiva fiducia in sé stessi, spingendo talvolta le persone a comportarsi con arroganza o disprezzo verso chi percepiscono come inferiori. Entrambi i complessi possono essere radici di conflitti interiori ed esterni e influenzare le dinamiche relazionali e il benessere personale.

Complesso di inferiorità e società

In una società frenetica, volta al raggiungimento di obiettivi che, in ogni contesto (scolastico, lavorativo, relazionale) vengono “ossessivamente” valutati, sembra che si sia andato man mano perdendo interesse per la soggettività, per i tempi e per le inclinazioni personali.

La specificità di ogni singolo individuo è stata sostituita dalla costruzione di un ideale comunitario a cui tutti dobbiamo tendere per poterci sentire “al passo” con i tempi e con gli altri. Basti pensare ai racconti di tanti esperti in psicologia dell’adolescenza che riportano diverse emozioni che i ragazzi condividono con loro, come per esempio:

  • il senso di disagio nel non poter acquistare uno specifico oggetto o accessorio “alla moda” a causa di motivi economici
  • la frustrazione provata a causa dell’incapacità di raggiungere i traguardi professionali prefissati 
  • la vergogna nell’essere più introversi, caratteristica che spesso viene associata a un segnale di debolezza. 

Ebbene cosa sta succedendo? Sembra che un lento processo di omologazione stia avanzando a discapito delle idiosincrasie e delle specificità di ognuno. 

Sembra quasi che un “ideale dell’io” socialmente costruito sia stato, per dirlo alla maniera di Freud, proiettato all’esterno assumendo la funzione di un totem (secondo Freud, il totem è un oggetto simbolico che rappresenta l'unità e la coesione del gruppo). 

Tale situazione ci costringe ad ammettere che, ancora oggi, la diversità può venire associata a una  “mancanza”. Come uscire da questo stallo?

Complesso di inferiorità e storia personale 

Il complesso di inferiorità si struttura nel legame con le figure primarie di accudimento. 

In particolare, possiamo individuare due modalità di essere in relazione che, sebbene, a livello della strutturazione del Sé del soggetto si posizionano agli antipodi, portano alla stessa conseguenza, e cioè a un’immagine molto impoverita della propria identità:

  • il mancato rispecchiamento materno
  • la mancata separazione materna.

Quando usiamo il termine “materno” in psicoanalisi, non facciamo necessariamente riferimento alla figura della madre, ma a quella che viene chiamata “funzione materna”. 

In breve, qualsiasi figura di accudimento accompagni il bambino, offrendogli le proprie cure fisiche ed emotive e fornendo un ambiente sicuro e supportivo, svolge una funzione materna. 

Mancato rispecchiamento materno

Winnicott, psicoanalista e pediatra, aveva fatto riferimento a una fase iniziale del rapporto madre-bambino, definita preoccupazione materna primaria

In questa fase, in cui il bambino è totalmente dipendente dagli adulti, è necessaria una “sintonizzazione” tra i bisogni del piccolo e chi si prende cura di lui, sia che essi appartengano ad un piano più fisiologico sia che facciano riferimento a un piano più emotivo. 

Tale “sintonizzazione”, quando è sufficientemente buona, dà robustezza al senso del Sé del bambino, che andrà costruendo così un’immagine di sé solida e forte. Se i caregiver falliscono in questa funzione, soprattutto durante il primo periodo di vita dell'infanzia, potrebbero andarsi a minare le fondamenta di questa identità nascente. 

bambine complesso di inferiorità
Allan Mas - Pexels

Mancata separazione materna

La fase di preoccupazione materna primaria descritta da Winnicott ha però un termine.

Al bambino serve tanto poter sperimentare momenti di sintonizzazione con l’adulto che momenti di frustrazione, in relazione a caregivers che non sempre risultano puntuali nella soddisfazione dei suoi bisogni. In questo modo impara non solo a differenziare tra sé e l'Altro, ma anche a vivere in un modo reale, fatto di attese, di investimenti e di “impegno”.  

Talvolta, però, accade che il bambino diventi un prolungamento di chi si prende cura di lui. In questi casi può accadere che l’adulto proietti sul bambino tutte le sue aspirazioni e i suoi desideri, senza prendere coscienza della loro differenza  e, quindi, del loro essere due identità singole. 

I cosiddetti genitori elicottero, figure estremamente protettive che prolungano quello stato di preoccupazione materna primaria descritto precedentemente, rimandano al bambino una sua impotenza, una sua fragilità. 

È come se il bambino crescesse con l’idea che è solo all’interno del legame simbiotico che si può sperimentare la sicurezza e il contenimento. Il mondo, l’esterno, diventa così ”pericoloso” e quindi si attivano un’insieme di angosce persecutorie che contribuiscono alla strutturazione del complesso di inferiorità. 

Il discorso interiore di chi soffre di tali vissuti di inadeguatezza, infatti, sembra essere pressappoco il seguente:  “Come posso io approcciarmi alla vita, investire in una relazione, in un mio futuro professionale, se mi sento così fragile e il mondo esterno mi appare così pericoloso?” 

Ecco che la casa, come rappresentante simbolico del legame fusionale, diventa un rifugio, in cui poter sostare in questo eterno ma illusorio presente. 

Possiamo parlare di “sintomi del complesso di inferiorità”?

Il complesso di inferiorità può manifestarsi in diversi modi, che influenzano la maniera in cui una persona percepisce se stessa e interagisce con il mondo circostante. Uno dei segnali più evidenti è la costante sensazione di inadeguatezza, di non essere abbastanza (atelofobia) o di essere inferiori agli altri, anche quando non ci sono ragioni concrete per tale percezione. 

Il complesso di inferiorità può essere riconosciuto anche dalla presenza di bassa autostima e di una mancanza di fiducia nelle proprie capacità, che limitano le opportunità di crescita personale e professionale. 

Può capitare che complesso di inferiorità e aggressività si manifestino insieme: l’aggressività è infatti un meccanismo di difesa dietro cui l’Io ferito può nascondere le proprie insicurezze. Inoltre, è possibile che quando si soffre di complessi d'inferiorità, si tenda a essere ipersensibili alle critiche e alle opinioni degli altri, interpretando ogni situazione come conferma della propria mancanza di valore.

Complesso di inferiorità e narcisismo

Uno dei possibili esiti di questa  rappresentazione così impoverita del sé è il narcisismo patologico.

Lo psicoanalista Rosenfeld, nei suoi studi, individua due tipologie di narcisismo: il narcisista overt, che si caratterizza per la presenza di pensieri di superiorità, e di indipendenza dall’altro e il narcisista covert, che si caratterizza per il classico "complesso di inferiorità". 

Il narcisismo covert è una forma di narcisismo meno evidente rispetto al narcisismo grandioso. Mentre nel narcisismo overt la persona mostra un'elevata autostima e cerca costantemente l'ammirazione degli altri, nel narcisismo covert la persona nasconde una profonda insicurezza dietro un'apparente modestia o umiltà.

Complesso di inferiorità e depressione

Il senso di inadeguatezza e disvalore personale che caratterizzano il complesso di inferiorità possono essere sintomi tipici della depressione

La depressione, infatti, è un disturbo dell'umore caratterizzato da una profonda sensazione di tristezza, disinteresse per le attività quotidiane, stanchezza, cambiamenti nell'appetito o nel sonno e sentimenti di vuoto o disperazione. 

Il  complesso di inferiorità può essere un fattore che contribuisce alla depressione, poiché il costante confronto negativo con gli altri, l’insicurezza e la costante autocritica possono minare il benessere emotivo di una persona.

Complesso di inferiorità nella coppia

Nelle relazioni di coppia, il complesso di inferiorità può essere una presenza subdola ma potente, che può influenzare le interazioni quotidiane con un senso di inadeguatezza o gelosia. Un partner che sente un complesso di inferiorità nei confronti dell’altro potrebbe sviluppare comportamenti possessivi o autosabotanti, minando la fiducia reciproca e creando tensioni nella relazione. 

Inoltre, quando entrambi i partner sperimentano il complesso di inferiorità, la coppia rischia di stagnare in un ciclo di auto-svalutazione reciproca. 

superare il complesso di inferiorità
Mart Production - Pexels

Cause del complesso di inferiorità

Le cause del complesso di inferiorità, come abbiamo visto, possono essere molteplici e complesse. Spesso, possono radicarsi nelle esperienze infantili, come critiche eccessive, abusi emotivi o fisici, o un ambiente familiare che non fornisce un sostegno emotivo adeguato. 

Anche le comparazioni costanti con gli altri, specialmente in ambito sociale o lavorativo, possono alimentare sentimenti di inferiorità. Allo stesso modo, il fallimento ripetuto o l'impossibilità di raggiungere gli standard imposti da sé stessi o dagli altri possono contribuire alla formazione del complesso di inferiorità. 

Alcune persone possono sviluppare questo complesso anche a causa di traumi o eventi stressanti nella vita adulta, come una rottura sentimentale, una malattia fisica, problemi sul lavoro o la perdita di questo, che possono portare a sperimentare la sindrome dell’impostore

Inoltre, i messaggi sociali e culturali che promuovono ideali irrealistici di bellezza, successo e prestigio possono aggravare ulteriormente il complesso di inferiorità verso una persona o un gruppo sociale negli individui più vulnerabili.

Come superare il complesso di inferiorità

Fortunatamente, molte persone che soffrono di tali vissuti di inadeguatezza, arrivati a un certo punto, avvertono un conflitto tra la loro vita psichica e il mondo esterno che li richiama al conseguimento di obiettivi evolutivi.

È questo il momento in cui molti si rivolgono a uno psicologo o psicoterapeuta. Durante un percorso di terapia, infatti, il paziente potrà imparare a conoscere le sue potenzialità. 

Verrà a trovarsi a contatto con un Altro (il terapeuta) che, attraverso il rispecchiamento, riconoscerà e valorizzerà la sua differenza, le sue potenzialità e, su quest’ultime, farà leva per accompagnarlo nel mondo esterno, confidando nella sue capacità e potenzialità.

Bibliografia 

  • S. Freud, Totem e tabu. In Opere, Bollati Borighieri, Torino
  • J. Laplanche,J. . Pontalis, Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza
  • La Planche e Pontalis, Enciclopedia di psicoanalisi, Editore La Terza
  • H. Rosenfend, Comunicazione e interpretazione: fattori terapeutici e antiterapeutici nel trattamento dei pazienti psicotici, borderline e nevrotici, Bollati Boringhieri Editore
  • S. Winnicot, Preoccupazione materna primaria. In Dalla Pediatria alla Psicoanalisi, Martinelli editore
  • S. Winnicot, La capacità di stare da solo. In Sviluppo Affettivo, Armando editore.

Questo è un contenuto divulgativo e non sostituisce la diagnosi di un professionista.
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