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minuti di lettura

Marty Supreme: l’uomo e il successo

Marty Supreme: l’uomo e il successo
Enrico Reatini
Psicologo ad orientamento Cognitivo-Comportamentale
Redazione
Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
4.2.2026
Marty Supreme: l’uomo e il successo
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Ci sono film che parlano di vittorie, di talento e di ascesa personale, ma questi film non sono Marty Supreme. Il film di Josh Safdie ci illude di assistere ad un biopic e  ci spinge a riflettere sulla ricerca di senso. Senza bisogno di effetti spettacolari o colpi di scena forzati, il film accompagna lo spettatore dentro la vita di un protagonista animato da un’ambizione potente, quasi totalizzante. Ed è proprio questa ambizione a diventare il terreno ideale per una riflessione psicologica sui valori, sugli obiettivi e su ciò che, nella corsa al successo, rischiamo di perdere di vista.

In questo articolo useremo Marty Supreme come cornice narrativa, evitando spoiler, per esplorare alcuni concetti chiave, utile per esercitare la flessibilità psicologica e una vita guidata da ciò che per noi conta davvero.

Un accenno di trama

Marty Supreme racconta la storia di un uomo che costruisce sé stesso partendo da una posizione marginale, spinto da una determinazione fuori dal comune. Il protagonista non si limita a desiderare il successo ma lo rincorre con disciplina, astuzia (fin troppa) e una fiducia incrollabile nelle proprie capacità. Il film segue la sua scalata in un mondo competitivo, dove riconoscimento, status e potere diventano indicatori di valore personale.

La narrazione non si concentra solo sui risultati ottenuti, ma sul processo di scelta: le scelte, i compromessi, le relazioni che cambiano forma man mano che l’obiettivo si avvicina. Senza giudicare apertamente il protagonista, il film lascia emergere una domanda silenziosa ma insistente: che cosa succede quando ciò che desideriamo diventa l’unico metro con cui misuriamo la nostra vita?

È qui che il cinema incontra la psicologia.

Marty, obiettivi e valori

Nella vita quotidiana tendiamo spesso a usare obiettivi e valori come se fossero sinonimi. In realtà, indicano due livelli molto diversi dell’esperienza umana.

Gli obiettivi sono ciò che vogliamo raggiungere. Si delineano come risultati concreti, delimitati nel tempo e misurabili. Possono essere vinti, conquistati, completati. Hanno un inizio e una fine, e una volta ottenuti smettono di guidarci.

I valori, invece, non riguardano ciò che otteniamo, ma come scegliamo di stare nel mondo. Sono direzioni, non traguardi. Potremmo dire che rappresentano la qualità dell’agire che orientano le nostre scelte giorno dopo giorno. Non si esauriscono, non si spuntano da una lista e non garantiscono risultati immediati, ma danno coerenza e profondità all’esperienza.

In Marty Supreme, il protagonista appare chiaramente mosso da una costellazione di obiettivi. Il personaggio interpretato da un Timothée Chalamet centratissimo vuole emergere, affermarsi, dimostrare il proprio valore e lasciare un segno visibile. Obiettivi comprensibili, in parte necessari, e spesso anche efficaci. Il punto critico non è l’ambizione in sé, ma il momento in cui il successo smette di essere uno strumento e diventa una misura dell’identità personale.

Quando il raggiungimento di un obiettivo viene vissuto come condizione per sentirsi degni, realizzati o “abbastanza”, il rischio è che tutta la vita si restringa attorno a un unico parametro. Ogni ostacolo diventa una minaccia, ogni rallentamento un fallimento, ogni alternativa una distrazione.

Ovviamente lo scopo non è rinunciare agli obiettivi, ma di rimetterli al loro posto. Gli obiettivi funzionano quando sono al servizio di ciò che conta davvero per noi.

In questo senso, Marty Supreme suggerisce una domanda silenziosa e potente portando lo spettatore a chiedersi non solo fin dove siamo disposti a spingerci per ottenere ciò che vogliamo, ma soprattutto chi diventiamo lungo il percorso.

Scordarsi perché lo facciamo

In Marty Supreme l’energia instancabile del protagonista può essere letta come qualcosa di più di una semplice ambizione. La frenesia, l’azione continua, il bisogno di primeggiare e il controllo ossessivo dei risultati sembrano diventare un modo per non fermarsi mai ad ascoltare ciò che fa male. Il successo, in questa prospettiva, rischia di trasformarsi in una difesa elegante contro il vuoto, il dubbio o la paura di non valere abbastanza.

Quando tutta la vita è orientata alla prestazione, anche ciò che dall’esterno appare vincente può diventare internamente rigido e povero di respiro.

Se i risultati parlano di arrivo, i valori parlano di direzione. Se i primi si raggiungono, i secondi si incarnano nel modo in cui trattiamo noi stessi, gli altri e le inevitabili difficoltà del percorso. Quando un obiettivo diventa identità, ogni ostacolo assume il peso di una minaccia personale. Quando invece resta uno strumento, può essere rivisto, modificato o persino lasciato andare senza che questo metta in discussione il nostro valore. Il personaggio di Marty invita lo spettatore a ripensare il successo non come accumulo di traguardi, ma come capacità di restare in contatto con ciò che conta davvero, anche quando rallentare, cambiare direzione o tollerare il disagio diventa parte del cammino.

Il successo come domanda

Marty Supreme non offre risposte definitive né morali esplicite. Ed è forse proprio questa la sua forza poiché lascia allo spettatore uno spazio di interrogazione. Guardando il percorso del protagonista, diventa difficile non riconoscere qualcosa di familiare nella spinta a fare di più, ad arrivare prima, a dimostrare valore attraverso i risultati. In un contesto culturale che premia la performance e misura il successo in termini di visibilità e riconoscimento, fermarsi a riflettere sul senso delle proprie scelte diventa un atto controcorrente.

Il film suggerisce che il problema non sia l’ambizione, ma l’assenza di una direzione interna che le dia significato. Senza questo orientamento, anche i traguardi più brillanti rischiano di lasciare una sensazione di incompletezza, come se mancasse sempre qualcosa da raggiungere per potersi finalmente sentire a posto. È qui che la domanda cambia forma: non si tratta più di chiedersi quanto lontano possiamo arrivare, ma se il modo in cui stiamo vivendo ci assomiglia davvero.

Riconsiderare il rapporto tra ciò che facciamo e ciò che conta per noi implica accettare una certa dose di incertezza. Significa rinunciare all’idea che esista un obiettivo capace, da solo, di sistemare tutto. Significa anche riconoscere che cambiare rotta non equivale a fallire, ma può essere un segno di ascolto e maturità. In questo senso, il successo smette di essere una meta rigida e diventa un processo dinamico, fatto di aggiustamenti continui e scelte consapevoli.

Alla fine, la domanda più utile non è “Sto vincendo?”, ma “questa direzione mi avvicina alla vita che voglio vivere?”. Non una domanda da risolvere una volta per tutte, ma un criterio da tenere vivo nel tempo. Perché forse una vita piena non è quella in cui si arriva più in alto degli altri, ma quella in cui, passo dopo passo, si riesce a riconoscersi nel proprio cammino.

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Angelo Capasso
Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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