A volte le emozioni sono così intense da lasciarci senza parole. Il blocco verbale è proprio questo: la sensazione di avere la mente in bianco, di non trovare le parole giuste o di non riuscire a esprimere ciò che si prova.
È un’esperienza piuttosto comune e può capitare a chiunque, soprattutto in momenti carichi di emozione. Non è una patologia, né un segno di debolezza. Tuttavia, se questa difficoltà si presenta spesso o diventa fonte di disagio, può essere utile riconoscerla e provare ad affrontarla.
In questo articolo esploreremo alcune possibili cause, come stress, ansia, dinamiche relazionali o difficoltà linguistiche come la disnomia. Troverai anche strategie pratiche per gestire questi momenti, sia nell’immediato che nel lungo periodo.
Quando le parole si bloccano: cosa succede
Il blocco verbale può manifestarsi in modi diversi. A volte è un silenzio improvviso, altre volte sono frasi spezzate e interrotte, come se le parole si “inceppassero”. Ci sono momenti in cui la mente si svuota, lasciando solo il battito accelerato del cuore e la sensazione di essere osservati.
È importante distinguere tra il non trovare una parola specifica e l’incapacità di parlare. Nel primo caso, si tratta di un vuoto temporaneo: un attimo in cui la parola giusta sembra sfuggire. Nel secondo caso, è come se un muro invisibile si erigesse tra noi e il mondo, impedendoci di comunicare.
Le persone che vivono questo blocco descrivono situazioni come:
- Dimenticare parole di uso comune.
- Confondere termini simili.
- Usare parole generiche al posto di quelle specifiche.
- Sbagliare parole mentre si parla.
L’impatto emotivo può essere molto pesante: vergogna, frustrazione, senso di inadeguatezza. La critica interiore, quella vocina che ci giudica e ci fa sentire “sbagliati”, può alimentare il blocco, creando un circolo vizioso: più ti dici che dirai qualcosa di stupido o che non verrai capito, più aumenta la vergogna e l’ansia… e più è facile “rimanere senza parole”.
Non è solo una sensazione: la ricerca suggerisce che lo stigma interiorizzato può spingere le persone a nascondere informazioni importanti, evitare cure necessarie o interrompere un trattamento, aumentando la probabilità di questi comportamenti (Luderer et al., 2026).
In modo simile, quando la critica interiore prende il sopravvento, può portarti a trattenere ciò che vorresti dire; poi il silenzio sembra “confermare” i dubbi su di te, e il blocco diventa ancora più difficile da spezzare.

Il nodo in gola e la mente che va in bianco
Il blocco verbale può essere accompagnato da sensazioni fisiche, come nodo in gola, respiro corto, una pressione sul petto o un tremore diffuso. Queste reazioni sono il segnale che il corpo sta rispondendo a un’emozione intensa, che può letteralmente “chiudere” la voce e rendere difficile l’accesso alle parole.
Il blocco può arrivare con la rabbia o la tristezza, quando l’emozione è troppo rapida o complessa per essere tradotta immediatamente in linguaggio. In questi momenti, può essere utile osservare cosa accade subito prima del blocco: il contesto, i trigger, il tono dell’altra persona, il tema della conversazione. Questi elementi possono offrire indizi preziosi per comprendere e gestire il blocco verbale.
Ansia ed emozioni intense: perché ci si blocca
Quando lo stress e l’ansia aumentano, le parole possono svanire. Non è solo una sensazione: il nostro cervello, sotto pressione, attiva la risposta di sopravvivenza “attacco/fuga/blocco”.
Quest’ultima, chiamata freeze, è una reazione di congelamento che può rendere più difficile accedere alle parole e organizzare il pensiero. Questa risposta automatica si attiva quando ci sentiamo sopraffatti da una situazione, da un’emozione o da un contesto.
Nelle relazioni intime, per esempio, il blocco può arrivare durante una discussione con il partner. La paura di perdere il legame, di ferire o di essere feriti e il timore del giudizio possono attivare un livello di allerta tale da inibire il linguaggio. È importante ricordare che il blocco non equivale a disinteresse, mancanza di amore o assenza di pensieri.
Nel lavoro o nello studio, questa difficoltà può comparire soprattutto quando ci sentiamo sotto esame: durante un colloquio, un’interrogazione, una riunione o un discorso in pubblico. In questi momenti la pressione e l’emozione possono farci sentire “con la mente vuota”: le parole arrivano in ritardo, si inceppano o non escono proprio.
Non a caso, anche in ambito di psicologia della comunicazione si parla di stress nel parlato continuo, cioè di come lo stress possa interferire con la fluidità quando dobbiamo parlare senza pause (Horváth, 2012).
Fattori come stanchezza, poco sonno, sovraccarico mentale, multitasking digitale e continui cambi di attenzione possono peggiorare l’accesso al linguaggio. Se è difficile riconoscere e nominare ciò che si prova, le parole possono mancare perché manca l’etichetta interna. Non è vuoto: è difficoltà a tradurre l’esperienza in linguaggio.
In questi casi, la psicoterapia può aiutare a costruire un vocabolario emotivo più ricco e a trasformare il blocco in un’opportunità di crescita.
Disnomia: quando dimenticare le parole è più frequente
A tutti è capitato almeno una volta di avere una parola sulla punta della lingua, ma di non riuscire a ricordarla. Quando questo “vuoto di parole” diventa frequente, si parla di disnomia, cioè una difficoltà a recuperare i termini giusti dalla memoria: una sensazione che può essere frustrante e anche un po’ imbarazzante.
Anche chi studia come funziona il linguaggio in situazioni di pressione (per esempio nell’interpretariato) dedica attenzione a questi meccanismi: nel libro Interpreter Behaviour: A Psychological Approach c’è una sezione sul “recupero dal lessico mentale”, cioè su come il cervello “pesca” le parole quando ci servono (Horváth, 2012) .
La disnomia non è una diagnosi, ma la descrizione di un fenomeno che può avere cause diverse: stress, affaticamento, emozioni intense, disturbi del neurosviluppo (per esempio difficoltà di linguaggio o disturbi specifici dell’apprendimento) o altre condizioni che possono influenzare il linguaggio.
Nella vita quotidiana, la disnomia si può riconoscere da alcuni segnali:
- sostituzione del nome di un oggetto con quello di un altro simile (per esempio, chiamare “forchetta” un cucchiaio),
- uso di parole generiche come “quella cosa”,
- ricorso a giri di parole o circonlocuzioni per spiegare un concetto,
- utilizzo di riempitivi come “ehm” o “cioè” per prendere tempo mentre si cerca la parola giusta.
La disnomia può peggiorare in situazioni di stress emotivo o di prestazione, come interrogazioni, esami, riunioni di lavoro o quando si parla davanti a un pubblico. In questi contesti, l’emozione può bloccare il recupero delle parole anche in persone che normalmente parlano con fluidità.
In alcuni casi, la disnomia può essere associata a un funzionamento attentivo che, sotto pressione, si riduce. Per questo è importante non saltare a conclusioni affrettate, ma osservare il fenomeno con attenzione e, se necessario, chiedere il supporto di un professionista.
Disnomia o stress? Come capire da dove viene
Quando le parole si bloccano, può essere difficile capire se si tratta di un episodio legato allo stress o di un fenomeno più strutturato come la disnomia. In entrambi i casi, le cause possono essere diverse e vanno inquadrate con attenzione. Ecco alcuni indizi che possono aiutarti a orientarti.
Indizi di stress emotivo:
- Il blocco si verifica durante discussioni accese, conflitti o situazioni in cui temi il giudizio degli altri.
- Ti capita soprattutto in momenti “caldi”, in cui l’emozione è intensa e senti di avere gli occhi puntati addosso.
- In situazioni neutre o rilassate, riesci a parlare con maggiore fluidità.
Indizi di una difficoltà più generale:
- Fai fatica a trovare le parole anche in contesti neutri o familiari.
- La frequenza degli episodi è alta e sembra aumentare nel tempo.
- Noti un peggioramento rispetto al passato, indipendentemente dallo stato emotivo.
In alcuni casi, è importante rivolgersi a un medico per escludere cause organiche.
Campanelli d’allarme:
- Esordio improvviso della difficoltà.
- Difficoltà a comprendere il linguaggio altrui.
- Eloquio confuso, disorganizzato o incoerente.
- Presenza di debolezza, formicolio o altri segni neurologici.
Cosa fare quando ti blocchi durante una discussione
Quando ti blocchi durante una discussione, può essere utile avere strategie per ritrovare un po’ di controllo. Ecco alcuni passi che puoi seguire nell’immediato:
- Rallenta il ritmo della conversazione: prenditi un momento per fare un respiro profondo e riconnetterti con il presente.
- Bevi un sorso d’acqua: questo gesto semplice può aiutarti a fare una breve pausa e a regolare meglio il ritmo del respiro e della voce.
- Appoggia i piedi a terra e percepisci il contatto con il pavimento: il grounding è una tecnica efficace per tornare al qui e ora.
- Abbassa il volume della voce o chiedi una pausa: anche pochi secondi di silenzio possono fare la differenza.
- Fai metacomunicazione: puoi dire all’altra persona che stai vivendo un blocco emotivo e che hai bisogno di un attimo per raccogliere le idee.
Se senti che la situazione rischia di degenerare, puoi proporre di rimandare la conversazione a un momento successivo, concordando un tempo preciso (es. “Ne riparliamo tra 20 minuti / questa sera”). Questo ti permette di proteggere la relazione senza ricorrere a sparizioni o chiusure brusche.

Frasi e strategie per riprendere la parola
Bloccarsi è umano, ma ci sono frasi e strategie che possono aiutarti a riprendere la parola. Ecco alcuni esempi:
- “Mi sto emozionando, dammi un minuto”.
- “Ho bisogno di pensarci”.
- “Ci tengo, ma ora mi blocco”.
- “Non trovo le parole, ma vorrei continuare”.
- “Posso riprendere tra poco?”.
A volte, per sbloccarsi, basta partire da una parola chiave: “paura”, “rabbia”, “delusione”.
Puoi costruire una frase breve: “Ho paura”, “Questa situazione mi fa arrabbiare”, “Sono deluso”.
Se non ti viene una parola, usa un sinonimo, oppure descrivi la situazione o fai un esempio. Ricorda: l’auto-critica (“sto facendo una figuraccia”) peggiora il blocco. Sii gentile con te stesso.
Esercizi pratici a casa per sbloccare l’espressione
Allenare la comunicazione emotiva è possibile. Ecco 4 aree di esercizio che puoi sperimentare:
- Vocabolario emotivo: scrivi ogni giorno le emozioni provate, usa la ruota delle emozioni per trovare sfumature, nomina le sensazioni corporee.
- Recupero delle parole: visualizza la parola che cerchi come se fosse scritta, usa rime e associazioni, scansiona mentalmente l’alfabeto, cerca sinonimi.
- Esposizione graduale: racconta ad alta voce un episodio della giornata in 30–60 secondi, poi aumenta la durata.
- Frasi pronte: prepara 2–3 frasi da usare nei momenti di blocco (“Ho bisogno di un attimo”, “Non trovo le parole, ma ci tengo”).
Questi esercizi hanno una logica precisa: ridurre la pressione e aumentare la familiarità con emozioni e linguaggio. Allenarsi può aiutarti a sentirti più sicuro anche nei momenti di blocco.
Quando può aiutare la terapia e a chi rivolgersi
Il blocco verbale può diventare un ostacolo importante quando succede spesso, fa stare molto male, rovina le relazioni o porta a evitare discussioni e situazioni sociali o lavorative.
La paura di essere giudicati può spingerci a “chiuderci” e a non dire cose importanti: per esempio, in uno studio condotto in Germania su 119 adulti ricoverati per un disturbo da uso di sostanze, quasi 1 persona su 2 (il 49,6%) ha riferito di non aver parlato del proprio uso di sostanze con i professionisti sanitari proprio per lo stigma, cioè per il timore di sentirsi giudicata (Luderer et al., 2026).
Trovare uno spazio di ascolto sicuro e non giudicante può aiutare a rimettere in circolo le parole, soprattutto quando le emozioni sembrano bloccarle.
Se il blocco sembra legato ad ansia, difficoltà di regolazione emotiva o problemi di comunicazione, uno psicologo o uno psicoterapeuta può aiutarti a esplorare le dinamiche interne che alimentano il problema. Può anche offrirti strategie per gestire l’ansia, lavorare sui fattori scatenanti, rafforzare la sicurezza relazionale, migliorare l’alfabetizzazione emotiva e l’assertività.
In caso di dubbi su una possibile difficoltà linguistica di base, un logopedista o un neuropsicologo può valutare le competenze linguistiche e proporre un percorso mirato.
Se invece il blocco si accompagna a segnali di allarme come un’improvvisa difficoltà di comprensione, confusione o altri sintomi neurologici, è importante rivolgersi tempestivamente a un medico.
Un percorso di supporto non ha come obiettivo la perfezione nell’espressione verbale, ma il recupero di un contatto autentico con sé e con l’altro. Anche online è possibile intraprendere un percorso di sostegno psicologico personalizzato, volto ad aiutarti a ritrovare la tua voce.
Un nuovo inizio: dare voce a quello che senti
Sentirsi bloccati non significa essere “sbagliati”. Il blocco verbale è un segnale, non un difetto. Riconoscere il momento in cui arriva, nominare l’emozione che lo accompagna, chiedere tempo e riprovare sono piccoli passi che possono fare la differenza.
Se il blocco limita la tua vita, non esitare a chiedere aiuto. Un professionista può aiutarti a ritrovare la tua voce, con rispetto e competenza. Se senti che è il momento di farti accompagnare, con Unobravo puoi iniziare il tuo percorso fin da ora.



