L'assenza di un padre può lasciare segni profondi per una donna anche in età adulta. In questo articolo esploreremo le possibili conseguenze psicologiche dell’assenza paterna nelle donne, offrendo spunti per riconoscere i segnali e capire quando è il momento di chiedere aiuto.
Il termine “padre assente” non si riferisce solo all’assenza fisica. Un padre può essere assente anche emotivamente: poco disponibile, incoerente, sfuggente.
Da bambine, il padre spesso può rappresentare una figura di protezione, guida e conferma, così come la relazione padre-figlia è un terreno fertile per lo sviluppo dell’autostima, della fiducia in sé e negli altri e della capacità di relazionarsi in modo sano.
Per una figlia, avere un padre assente può significare crescere senza uno sguardo che accoglie, senza un riferimento solido, senza quella presenza che rassicura e sostiene.
Quando un padre c’è ma non si fa sentire
Con l’espressione “padre anaffettivo”, un’etichetta descrittiva e non una diagnosi clinica, si indica un genitore che, pur essendo presente fisicamente, non si fa sentire sul piano emotivo.
Questa figura può manifestare freddezza, distacco, silenzi prolungati o rifiuto nei confronti dei tentativi di avvicinamento emotivo della figlia.
In alcuni casi, la relazione può essere caratterizzata da svalutazione e critiche, che possono generare un senso di vergogna, inadeguatezza e paura di sbagliare.
La presenza a intermittenza di un padre anaffettivo può creare una dinamica di “montagne russe” emotive, alternando speranza e delusione.
Tra i segnali di un legame che ferisce ci sono la costante sensazione di non essere abbastanza e la paura di esprimere i propri bisogni emotivi.

Daddy issues e mommy issues: significato, definizione e falsi miti
Il termine “daddy issues” viene spesso utilizzato in modo superficiale e stigmatizzante per descrivere persone che avrebbero difficoltà relazionali a causa di un padre fisicamente assente o emotivamente distante.
Non si tratta di una diagnosi e non ha un fondamento clinico come categoria diagnostica: è un’etichetta pop che rischia di banalizzare il dolore di chi porta dentro di sé ferite profonde legate alla relazione con la figura paterna.
Il significato di “daddy” è letteralmente “papà”, ma nel linguaggio comune questa parola viene spesso usata per indicare una figura maschile di riferimento, spesso idealizzata o erotizzata.
Lo stesso accade con il termine “mommy issues”, usato talvolta per raccontare in modo giudicante le ferite legate alla relazione con la figura materna. Anche qui non c’è alcun fondamento diagnostico: si parla di un’espressione colloquiale che, se usata come etichetta, rischia di cancellare la complessità e la sofferenza reali.
“Mommy” significa “mamma” e, nel linguaggio comune, può indicare una figura femminile di riferimento spesso idealizzata.
I significati di “daddy issues” e “mommy issues” sono stati distorti e ridotti a una serie di stereotipi: persone bisognose, dipendenti, incapaci di stare da sole.
In realtà, dietro a queste etichette si nascondono vissuti complessi legati all’attaccamento, ai bisogni emotivi non riconosciuti, a possibili traumi relazionali.
In famiglia, le dinamiche sono spesso interconnesse: un genitore può influenzare la percezione dell’altro (idealizzazione/svalutazione) e spesso più fattori si sommano (conflitti, separazioni, traumi, silenzi).
Comprendere l’impatto non significa trovare un colpevole né colpevolizzare se stesse.
Ecco alcuni falsi miti da sfatare:
- Non è un capriccio: le ferite legate al rapporto con il padre possono avere un impatto reale e doloroso.
- Non riguarda solo le donne: anche gli uomini possono soffrire per l’assenza o la distanza emotiva del padre.
- Non definisce chi sei: le difficoltà relazionali non sono un marchio indelebile, ma un aspetto su cui è possibile lavorare per costruire legami più sani.
Se ti stai chiedendo cosa sono davvero i “daddy issues”e “mommy issues”, sappi che non si tratta di una diagnosi, ma di un termine ombrello che racchiude vissuti complessi legati al bisogno di essere visti, accolti e amati.
Bisogni che, se non riconosciuti, possono generare dolore e confusione..
Le conseguenze psicologiche nelle donne adulte
L’assenza o l’indisponibilità emotiva di un padre può lasciare segni profondi nel percorso di crescita di una figlia.
In età adulta, questi vissuti possono emergere sotto forma di insicurezza, difficoltà relazionali e sofferenza emotiva. Quando una donna è cresciuta con un padre fisicamente assente o emotivamente distante, può ritrovarsi con un’autostima più fragile e con un senso di identità meno stabile.
Può essere come se, nel tempo, avesse interiorizzato messaggi impliciti del tipo “non valgo abbastanza” o “non sono degna di amore e attenzione”.
Questo può trasformarsi in una sensazione persistente di inadeguatezza e in un dialogo interno molto critico e svalutante.
Un segnale che non si tratta solo di “impressioni” arriva anche dalla ricerca: in uno studio condotto su oltre 2.200 studenti tra 11 e 23 anni (di cui più di 1.000 vivevano senza padre) l’assenza paterna è stata collegata a livelli di autostima più bassi rispetto ai coetanei con il padre presente (Luo et al., 2012).
L’ansia, l’umore depresso e la sensazione di essere sempre “in guardia” (ipervigilanza, un’esperienza che può comparire in contesti di stress prolungato o vissuti percepiti come minacciosi) possono essere altre conseguenze.
Se da bambina la famiglia ti è sembrata poco sicura o poco prevedibile, potresti aver imparato a restare in uno stato di allerta costante: questo, col tempo, può rendere difficile rilassarsi e fidarsi degli altri.
Secondo la stessa ricerca, chi ha vissuto l’assenza del padre ha riportato livelli più alti di ansia “del momento” rispetto ai coetanei (Luo et al., 2012).
Nelle relazioni, la paura dell’abbandono o del rifiuto può portare a compiacere eccessivamente per non “perdere” l’altro oppure, all’opposto, a reagire in modo esplosivo quando ci si sente deluse o messe da parte.
Gestire le emozioni può diventare più difficile: alcune donne possono reagire d’impulso, altre invece “staccare la spina”, evitando il confronto e chiudendosi.
A volte le emozioni sembrano travolgenti, altre troppo dolorose da guardare in faccia.
Questo può riflettersi anche nelle relazioni di coppia, per esempio con una maggiore paura di essere lasciate, difficoltà a fidarsi o bisogno continuo di conferme. Non esiste uno schema valido per tutte: ogni storia è unica.
A supporto di quanto queste esperienze possano lasciare segni nel tempo, una ricerca condotta su oltre 3.000 giovani adulti ha trovato che non vivere con i genitori durante l’infanzia o l’adolescenza si associa, in età adulta, a esiti peggiori di salute mentale, con effetti di lungo periodo particolarmente marcati nelle donne (Jiang et al., 2023).
Inoltre, lo stesso studio suggerisce che l’impatto può cambiare anche in base a quando avviene l’assenza, non è uguale in tutte le fasi della crescita (Jiang et al., 2023).
La ferita del rifiuto e dell’abbandono nella quotidianità
Quella che spesso viene chiamata “ferita del rifiuto” o “ferita dell’abbandono” è un modo, non diagnostico, per descrivere vissuti emotivi molto dolorosi.
La ferita del rifiuto si manifesta nel sentirsi “di troppo”, non scelte, non importanti o è la paura di restare sole, anche quando non ci sono motivi concreti.
Nella quotidianità queste ferite possono emergere in diversi modi, tra cui:
- Bisogno costante di rassicurazioni nelle relazioni
- Iperinterpretazione di segnali neutri come rifiuto
- Rabbia intensa e improvvisa, apparentemente senza causa
- Tristezza ricorrente in situazioni specifiche
Queste ferite possono influenzare i legami più stretti, portando a dinamiche di controllo, chiusura, fuga o attaccamento intenso.
Padre assente e scelta dei partner
Può capitare di ritrovarsi in relazioni che sembrano riprodurre i legami del passato.
A volte si cercano partner freddi o centrati su sé stessi non per masochismo, ma per la familiarità di quegli schemi. È come se, inconsciamente, cercassimo di riparare oggi ciò che è mancato ieri.
Questi meccanismi sono legati all’attaccamento insicuro: nell’attaccamento ambivalente si teme l’abbandono e si cerca disperatamente il legame; in quello evitante si rifugge l’intimità; in quello disorganizzato si oscilla tra vicinanza e fuga .
La tensione tra paura dell’abbandono e timore dell’intimità può essere paralizzante.
In questo senso, può essere utile riconoscere alcuni segnali di salute relazionale:
- reciprocità
- coerenza
- rispetto dei confini
Gelosia, dipendenza affettiva e bisogno di conferme
La dipendenza affettiva si manifesta quando l’amore diventa una questione di sopravvivenza emotiva. In questi casi, la relazione diventa il regolatore principale della sensazione di sicurezza e del valore personale. La gelosia e il bisogno di controllo possono derivare dalla paura di perdere il partner, più che dalla sfiducia.
Il bisogno costante di conferme può esprimersi in messaggi continui o nella richiesta di prove d’amore. Per distinguere amore e ansia, ascolta le tue sensazioni: se prevalgono inquietudine e tensione corporea, potrebbe esserci un legame disfunzionale.
I primi passi per uscirne sono:
- comunicare apertamente i propri bisogni;
- stabilire limiti chiari;
- coltivare la propria autonomia emotiva.
Sessualità e intimità: tra bisogno e difesa
La relazione con la sessualità può essere profondamente influenzata dall’assenza paterna.
Alcune donne possono cercare nel sesso una conferma del proprio valore e della propria desiderabilità; altre possono evitarlo per paura di essere rifiutate o giudicate.
In entrambi i casi, la sessualità può essere vissuta con ansia da prestazione, vergogna e difficoltà a dire di no.
In queste situazioni, il tema dei confini diventa centrale: solo la sicurezza e il consenso possono riportare la sessualità in un luogo di scelta e rispetto.

Gestire vuoto, rabbia e tristezza: strategie pratiche
A volte il dolore per l’assenza del padre è così intenso da sembrare insostenibile. In questi casi, la rabbia può diventare una “coperta” che protegge dal dolore. Non è raro provare emozioni contrastanti: amarezza, senso di ingiustizia, nostalgia, senso di colpa.
Quali strumenti è possibile utilizzare per lavorare sulle proprie emozioni? Eccone alcuni:
- Scrivere una lettera al proprio padre, anche se non verrà mai inviata, può essere un esercizio terapeutico. Puoi iniziare raccontando cosa hai provato, cosa ti è mancato, cosa avresti voluto dirgli. Non ci sono regole: puoi essere sincera, vulnerabile, arrabbiata. L’obiettivo è liberare le emozioni, non giudicarle.
- Grounding: Quando il dolore diventa travolgente, il corpo può diventare un’ancora. Ecco un esercizio di grounding in tre passi: 1) siediti con i piedi ben appoggiati a terra; 2) inspira profondamente e conta fino a 4, poi espira contando fino a 6; 3) porta l’attenzione alle sensazioni fisiche (il contatto con la sedia, il respiro, i suoni intorno a te). Ripeti per alcuni minuti, fino a quando ti senti più presente.
- Dialogo interno: Spesso il dolore per l’assenza del padre si trasforma in una voce interiore critica: “Non sono abbastanza”, “Se fossi stata diversa, mi avrebbe amato”. Imparare a riconoscere e trasformare questo dialogo interno è un passaggio fondamentale. Prova a immaginare cosa diresti a un’amica nella tua situazione: probabilmente useresti parole più gentili e comprensive.
- Praticare l'auto-compassione e imparare ad amarsi.
- Costruire figure sicure: Il passato non si può cambiare, ma oggi puoi scegliere chi far entrare nella tua vita. Le figure sicure sono persone che ti fanno sentire vista, accettata, protetta.
Quando il padre torna: limiti e protezione emotiva
Quando un padre assente cerca di rientrare nella vita di una figlia, è fondamentale mantenere aspettative realistiche.
Le promesse possono essere allettanti, ma sono i fatti a contare: coerenza, responsabilità, rispetto dei confini. Decidere il livello di contatto e la gradualità è un tuo diritto, così come dire “no” senza colpa. Anche se oggi tuo padre è presente, potresti dover elaborare il lutto per ciò che non c’è stato nel passato.
Un nuovo inizio: terapia e relazioni più sane
Affrontare la ferita di un padre assente non significa dimenticare, ma imparare a convivere con una cicatrice che può diventare parte della tua forza.
In terapia, puoi portare episodi chiave, emozioni ricorrenti o schemi che riconosci nelle tue relazioni.
Approcci come la Schema Therapy, l’EMDR, la psicoterapia psicodinamica o la CBT possono aiutarti a esplorare il tuo attaccamento, rielaborare traumi, gestire ansia e bassa autostima.
Gli obiettivi concreti sono imparare a stabilire confini sani, scegliere partner emotivamente disponibili e regolare le tue emozioni.
Con consapevolezza e supporto, puoi interrompere la trasmissione intergenerazionale di insicurezze e offrire ai tuoi figli un ambiente più sicuro.
Se senti che è arrivato il momento di non restare più sola con questo peso, la terapia online con Unobravo può essere un valido alleato per iniziare il tuo percorso di guarigione.



