Ti è mai capitato di provare un senso di inquietudine o un’ansia intensa quando ti ritrovi da solo/a? Se ti riconosci in queste sensazioni, non significa che tu sia debole. Non si tratta di un capriccio, ma di un’esperienza reale e più comune di quanto si pensi.
In questo articolo esploriamo cos’è l’autofobia, come riconoscere i segnali e quali sono i primi passi per gestirla. Il nostro obiettivo è offrirti un supporto empatico e non giudicante, per farti sentire compreso e meno solo/a.
Cos’è l’autofobia (monofobia)
L’autofobia (spesso chiamata anche monofobia) è un termine usato per descrivere una paura sproporzionata e persistente di restare da soli o di sentirsi isolati.
È importante sapere che “autofobia/monofobia” non è una diagnosi ufficiale del DSM-5-TR. Dal punto di vista clinico, una paura marcata della solitudine può comparire all’interno di quadri diversi (per esempio disturbo d’ansia di separazione, disturbo di panico, agorafobia o, in alcuni casi, una fobia specifica di tipo situazionale).
Questo termine può essere usato come sinonimo di monofobia, anche se online è più facile trovare la parola inglese “monophobia”. A differenza del semplice desiderio di compagnia, la monofobia si caratterizza per un’ansia travolgente che spinge la persona a evitare a ogni costo la solitudine. In questa condizione, anche pochi minuti di solitudine possono essere vissuti come difficilmente tollerabili, attivando una risposta di allarme e urgenza.
Se ti ritrovi a provare un’ansia intensa e sproporzionata all’idea di restare solo/a, potresti riconoscerti in ciò che spesso viene chiamato monofobia. La buona notizia è che si tratta di una difficoltà affrontabile, soprattutto con il giusto supporto terapeutico.
Perché puoi sentirti solo/a anche in mezzo agli altri
A volte la solitudine emotiva può essere più intensa quando siamo circondati da altre persone. La presenza fisica non è sempre sufficiente a farci sentire visti e considerati. Ciò che può mancare è un senso di sicurezza relazionale.
Se hai paura di non essere davvero visto, amato o considerato, potresti provare una sensazione di pericolo o di abbandono anche in mezzo agli altri. La compagnia esterna non sempre si traduce in un senso interno di supporto e connessione.
Paura di restare da soli: quando diventa un problema
La solitudine è un’esperienza umana universale: può capitare a chiunque di sentirsi solo in alcuni periodi della vita.
Negli ultimi anni, però, molte persone hanno sperimentato più isolamento del solito e un aumento del malessere psicologico: un documento dell’OMS, che riassume evidenze raccolte in diversi contesti durante la pandemia, descrive che i disturbi mentali comuni (soprattutto ansia e depressione) sono arrivati a essere circa il doppio rispetto alle stime prima del COVID-19 (World Health Organization, 2022).
Diverso è quando la paura di restare soli diventa intensa e fuori controllo: in questi casi, anche l’idea della solitudine può essere vissuta come una minaccia concreta. La paura della solitudine diventa un problema quando inizia a interferire con la tua vita quotidiana, compromettendo il sonno, il lavoro, lo studio, l'autonomia e la qualità della vita.
Alcuni segnali indicano che questa paura sta diventando un ostacolo:
- Eviti di restare a casa da solo, cercando sempre la compagnia di qualcuno.
- Rinunci a uscire o a fare commissioni per paura di affrontare il mondo da solo.
- Rimandi attività importanti perché non hai qualcuno al tuo fianco.
- Sacrifichi la tua libertà pur di non restare solo.

La paura di restare soli può avere un impatto significativo anche sulle relazioni. Questo può portare a forte bisogno di rassicurazione, gelosia e comportamenti di controllo, oppure a restare in relazioni insoddisfacenti pur di non affrontare la solitudine.
Se ti riconosci in questi segnali, può essere utile prestare attenzione a questi campanelli d'allarme:
- Tendenza a catastrofizzare la situazione, immaginando scenari apocalittici in caso di solitudine.
- Bisogno urgente e costante di contatto con gli altri.
- Difficoltà a calmarsi e a gestire le emozioni senza l'aiuto di qualcuno.
- Evitamento crescente di situazioni che potrebbero portare alla solitudine.
Questi segnali possono alimentare un circolo vizioso in cui l'ansia porta all'evitamento, che a sua volta rafforza la paura, rendendo sempre più difficile affrontare la situazione.
Se la tua paura di restare soli è frequente, intensa, dura nel tempo e crea sofferenza o limita la tua vita, può essere il momento di chiedere aiuto.
I sintomi principali dell’autofobia e i segnali da non ignorare
L’autofobia, ovvero la paura intensa di restare soli, può manifestarsi attraverso un insieme di sintomi che coinvolgono la sfera emotiva, fisica e cognitiva.
Riconoscerli è il primo passo per chiedere aiuto e ritrovare serenità e autonomia.
- Sintomi emotivi: terrore, agitazione, tristezza, senso di vuoto, irritabilità.
- Sintomi fisici: palpitazioni, iperventilazione, nausea, tremori, sudorazione, dolore toracico, tensione muscolare.
- Sintomi cognitivi: pensieri intrusivi, rappresentazioni mentali di pericolo, confusione.
- Sintomi dissociativi (in alcune persone): depersonalizzazione, senso di distacco dalla realtà.
Questi sintomi possono essere talmente intensi da creare un vero e proprio stato di allarme, in cui la persona si sente in pericolo anche in assenza di minacce reali.
Talvolta, la paura di restare soli può essere alimentata da una bassa autostima e da un senso di autosvalutazione, che rendono difficile credere nelle proprie risorse e nella propria capacità di affrontare le difficoltà. Non si tratta di debolezza o di un difetto di carattere, ma di un meccanismo psicologico che può essere compreso e trasformato con l’aiuto di un professionista.
Come si manifesta nella vita quotidiana
L’autofobia può insinuarsi nella vita quotidiana in modi subdoli, condizionando le abitudini e il senso di libertà. Ad esempio, la paura di restare soli in casa, soprattutto la sera o la notte, può portare a cercare costantemente la compagnia di qualcuno o a tenere la televisione o i social attivi come “rumore di fondo”.
Anche le attività in autonomia, come fare la spesa, andare dal medico o lavorare da soli, possono diventare fonte di stress e ansia. In determinate situazioni, la necessità di controllare la presenza degli altri si traduce in chiamate, messaggi e richieste di rassicurazione.
È comune chiedersi perché l’ansia diventi così intensa al pensiero di rimanere soli. L’anticipazione della solitudine può attivare un vero e proprio allarme interno, spingendo a cercare immediatamente sicurezza e conforto.

Da dove nasce l’ansia di rimanere soli
L’ansia di rimanere soli può affondare le sue radici in una dimensione biologica: siamo esseri sociali e il nostro cervello è programmato per interpretare l’isolamento come una minaccia. In quest’ottica, la solitudine può attivare un sistema di allarme che spinge alla ricerca di sicurezza relazionale.
Alcuni fattori possono aumentare la vulnerabilità a questo tipo di ansia, come la presenza in famiglia di disturbi d’ansia o una storia personale di episodi ansiosi o attacchi di panico. Eventi di vita significativi, come una separazione, un lutto, un trasloco o un cambiamento lavorativo, possono anche riattivare o amplificare la paura di rimanere soli.
Comprendere l’origine di questa ansia è il primo passo per affrontarla con strumenti adeguati e ritrovare serenità.
Traumi, attaccamento e bassa autostima
L’ansia intensa di rimanere soli può essere il risultato di esperienze passate dolorose che hanno lasciato una “ferita di abbandono”. Traumi, perdite o separazioni possono aver reso la solitudine un luogo carico di minacce e sofferenza. In questi casi, il legame con l’altro diventa un ancoraggio fondamentale per la propria stabilità emotiva.
La teoria dell’attaccamento ci aiuta a comprendere come alcuni individui, a causa di esperienze relazionali precoci, possano faticare a regolare le proprie emozioni in assenza di una figura di riferimento. Messaggi impliciti ricevuti durante l’infanzia, come l’iperprotezione (“da solo non ce la fai”) o la svalutazione (“non vali abbastanza”), possono aver inciso profondamente sulla percezione di sé e degli altri.
Per alcune persone, l’ansia di rimanere soli può coesistere con altre difficoltà, come il disturbo di panico, la depressione, l’ansia sociale o tratti di personalità dipendenti o borderline. Tuttavia, è fondamentale sottolineare che queste non sono etichette, ma possibili aree di sofferenza che meritano attenzione e comprensione.
Cosa puoi fare da subito quando l’ansia di rimanere soli arriva
Quando l’ansia di rimanere soli si fa sentire, l’obiettivo non è “azzerare” subito la paura, ma ridurre l’urgenza e recuperare il senso di controllo.
Prima: alcune abitudini protettive possono aiutarti a prevenire l’escalation dell’ansia. Per esempio: cerca di mantenere un sonno regolare, muoviti ogni giorno anche solo con una passeggiata, rispetta i pasti principali della giornata. Fai anche attenzione a non eccedere con alcol e caffeina, dato che possono alterare il tuo equilibrio emotivo.
Durante: nella prossima sezione troverai alcune strategie pratiche per gestire l’ansia in modo concreto.
Dopo: considera l’idea di esporti gradualmente alla solitudine, a piccole dosi, monitorando i tuoi progressi. Rimanere soli per brevi periodi, in un contesto sicuro, può aiutarti a rafforzare la tua autonomia emotiva.

Esercizi pratici e gestione delle crisi d’ansia o degli attacchi di panico
Ci sono esercizi per superare la paura di essere soli? La risposta è sì, ma è fondamentale procedere con gradualità e monitorare i progressi. Puoi utilizzare una scala da 0 a 10 per valutare la tua ansia prima, durante e dopo ogni esercizio.
Ecco cinque passi concreti da seguire se ti capita di vivere una forte crisi d’ansia o un attacco di panico da solo in casa:
- Riconosci i segnali e dai un nome all’ansia.
- Pratica una respirazione lenta (inspira contando fino a 4, espira contando fino a 6).
- Utilizza il grounding 5-4-3-2-1 (identifica 5 cose che vedi, 4 che puoi toccare, 3 che senti, 2 che annusi, 1 che assapori).
- Ripeti frasi autorassicuranti come “Sono al sicuro, questa sensazione passerà” oppure “Ho già affrontato momenti difficili, posso farcela anche ora”.
- Valuta se è necessario chiedere aiuto (se i sintomi sono gravi, persistenti o c’è un rischio per te stesso).
Ricorda che alcune strategie “ponte”, come ascoltare musica, impostare un timer, creare una routine serale o concordare un contatto telefonico, possono aiutarti a sostenere l’autonomia senza sostituirla.
Terapia e percorsi di cura: tornare a fidarti di te
Quando la paura di restare soli inizia a limitare la vita quotidiana — per esempio portandoti a evitare situazioni, ad avere attacchi di panico o a provare un disagio forte e costante — può essere un segnale importante per chiedere aiuto.
Un percorso di terapia cognitivo-comportamentale può offrire strumenti pratici per affrontare questa paura: imparare a riconoscere e ridimensionare i pensieri “catastrofici”, esporsi in modo graduale e guidato ai momenti di solitudine e allenare capacità utili a calmare e gestire le emozioni.
Altri approcci, focalizzati su relazioni, attaccamento e traumi, possono contribuire a ricostruire un senso di sicurezza iterno, mentre la terapia di gruppo può far sentire meno soli e offrire supporto.
In alcuni casi si può valutare anche un supporto farmacologico per l’ansia, ma sempre con un medico o uno psichiatra: le linee guida cliniche indicano che, nei giovani con ansia o depressione lieve, il trattamento psicologico è in genere la prima scelta, mentre nelle situazioni più severe si può considerare anche la terapia farmacologica (NICE, 2019).
Inoltre, meta-analisi sugli antidepressivi in bambini e adolescenti con depressione e ansia hanno riportato risultati non sempre univoci sull’efficacia e, in alcuni studi, un possibile aumento del rischio di suicidarietà (pensieri o comportamenti suicidari) soprattutto nelle fasi iniziali del trattamento, motivo in più per cui è fondamentale una valutazione specialistica attenta (Cipriani et al., 2016).
L’obiettivo della terapia non è eliminare il bisogno di connessione, ma rafforzare l’autonomia emotiva e la fiducia nelle proprie capacità di regolazione. Un percorso psicologico, online o in presenza, può essere il primo passo per ritrovare autonomia emotiva e serenità.
La paura di restare soli può sembrare un muro insormontabile, ma la buona notizia è che è possibile costruire nuove fondamenta di sicurezza interiore.
Un passo concreto potrebbe essere scegliere una piccola sfida quotidiana, come restare qualche minuto in silenzio senza distrazioni o praticare una tecnica di grounding. Allo stesso tempo, parlare della tua esperienza con una persona di fiducia o con un professionista può fare la differenza.
Se senti ti senti pronto/a, su Unobravo puoi trovare il tuo psicologo online per affrontare quello che vivi in uno spazio sicuro e accogliente.




