Diventare studente fuorisede significa spesso cambiare città, abitudini e reti di supporto. Questo passaggio non riguarda solo chi parte, ma coinvolge profondamente anche i genitori, che possono trovarsi a riorganizzare pensieri, emozioni e modalità di relazione.
Per molte persone giovani, andare a vivere fuori è il primo passo concreto verso l’autonomia: gestire una casa, il denaro, lo studio senza la presenza quotidiana della famiglia. Non sorprende, infatti, che gli studenti universitari che non vivono nella casa dei genitori riportino in generale un livello più elevato di problemi e difficoltà di vita rispetto a quelli che risiedono con la famiglia (Jordyn & Byrd, 2003).
Per i genitori, invece, è un momento di separazione che può attivare paure, orgoglio, senso di vuoto e preoccupazione. In psicologia familiare questo passaggio viene spesso letto come parte del processo di separazione–individuazione: il giovane adulto costruisce una propria identità distinta, mentre i genitori imparano a restare presenti senza essere più il centro della vita quotidiana del figlio.
Comprendere che cosa succede a entrambi i poli della relazione può aiutare a ridurre i conflitti e a trasformare la distanza geografica in un’occasione di crescita condivisa, pur riconoscendo che si tratta di un cambiamento impegnativo sia sul piano pratico che emotivo.
Le principali paure che possono sperimentare i genitori di figli fuorisede
Quando un figlio si trasferisce per studiare, molti genitori sperimentano un misto di sollievo e ansia. Alcune paure ricorrenti possono essere particolarmente intense e, spesso, faticose da nominare.
- Paura della solitudine del figlio: il timore che non si integri, che resti chiuso in casa o che non trovi amici. Spesso nasce dal bisogno profondo di sapere che il figlio è emotivamente al sicuro, circondato da relazioni significative e non lasciato solo ad affrontare le difficoltà.
- Preoccupazione per la sicurezza: incidenti, malattie, rientri notturni. La distanza può far sentire impotenti e spingere a controlli frequenti, telefonate o messaggi insistenti, nel tentativo di mantenere un senso di protezione anche a chilometri di distanza.
- Ansia per lo studio: paura che il figlio “si perda”, non dia esami, sprechi l’opportunità. Qui si intrecciano aspettative, sacrifici economici e storia scolastica precedente, ma anche il timore che una scelta importante come l’università non porti ai risultati sperati.
- Dubbi sull’autonomia: ci si chiede se il figlio sia davvero in grado di gestire casa, spesa, burocrazia, relazioni. Per molti genitori può essere difficile accettare che l’autonomia si costruisce anche attraverso errori, tentativi e aggiustamenti progressivi.
- Stress economico: affitto, bollette, trasporti e materiali di studio possono pesare molto e alimentare tensioni e sensi di colpa da entrambe le parti. Questa consapevolezza può accentuare la preoccupazione dei genitori, che sentono sulle proprie spalle il peso non solo emotivo, ma anche materiale, del progetto di studio del figlio.
Come trasformare le paure dei genitori in un dialogo costruttivo
Le paure dei genitori possono diventare un problema quando si traducono in controllo eccessivo, critiche o messaggi ambivalenti. Una stessa preoccupazione può però essere espressa in modo più funzionale.
Alcune micro-strategie utili:
- Dalla domanda inquisitoria alla curiosità: invece di “Con chi eri? Perché non hai risposto?”, provare con “Mi accorgo che mi preoccupo quando non ti sento, ti va di trovare un modo per aggiornarci che vada bene a entrambi?”.
- Esplicitare l’emozione, non solo il giudizio: dire “Mi spaventa pensare che tu possa sentirti solo” è diverso da “Non uscire mai da solo”.
- Concordare confini chiari: stabilire insieme cosa i genitori hanno bisogno di sapere (es. rientri molto tardi, problemi di salute) e cosa può restare nella sfera privata del figlio.
- Riconoscere i propri limiti: ammettere “Sto facendo fatica ad abituarmi alla distanza” apre uno spazio di autenticità, invece di mascherare l’ansia con rimproveri.
Le fatiche emotive degli studenti fuorisede rispetto ai genitori
Anche per gli studenti fuorisede la relazione con i genitori cambia e può diventare fonte di ambivalenza. Alcune fatiche frequenti sono:
- Senso di colpa: per i soldi spesi, per non tornare spesso, per non riuscire a “essere all’altezza” delle aspettative.
- Bisogno di autonomia: desiderio di fare scelte proprie (orari, relazioni, gestione dello studio) senza sentirsi continuamente valutati.
- Difficoltà a chiedere aiuto: paura di deludere o di essere percepiti come “incapaci” se si ammette di stare male o di non farcela.
- Conflitti sulle regole a distanza: discussioni su orari, visite, gestione del denaro, che possono riattivare dinamiche adolescenziali anche se si è ormai giovani adulti.
Queste fatiche non indicano mancanza di affetto, ma il tentativo di ridefinire i confini tra “figlio” e “adulto che vive la propria vita”, mantenendo il legame con la famiglia.
Esempi di situazioni tipiche e spunti per parlarne
Mettere in parole ciò che si prova è spesso la parte più difficile. Alcune situazioni tipiche tra studenti fuorisede e genitori possono essere affrontate con frasi semplici e dirette.
- Quando il genitore chiama troppo spesso: lo studente può dire “Mi fa piacere sentirti, ma quando mi chiami molte volte al giorno faccio fatica a concentrarmi. Possiamo sentirci con più calma la sera?”.
- Quando il figlio non risponde ai messaggi: il genitore può dire “Quando non rispondi per ore mi preoccupo. Non voglio controllarti, ma mi aiuterebbe sapere che stai bene, magari con un messaggio veloce quando rientri”.
- Quando lo studio va male: lo studente può condividere “Ho paura di deludervi, per questo ho evitato di dirvi degli esami andati male. In realtà avrei bisogno di sentirmi sostenuto, non solo valutato sui risultati”.
Accordi pratici: chiamate, visite e gestione della distanza
Stabilire accordi chiari può aiutare a ridurre incomprensioni e conflitti. Non esiste una formula valida per tutti, ma alcuni aspetti possono essere negoziati apertamente.
- Frequenza delle chiamate: concordare giorni e orari “di base” (es. due volte a settimana), lasciando spazio a contatti extra quando serve, senza viverli come obbligo.
- Uso delle chat: decidere se usare messaggi brevi per aggiornamenti pratici e chiamate per momenti di condivisione più profonda, evitando di trasformare ogni chat in un interrogatorio.
- Visite a casa e in città universitaria: parlare in anticipo di quanto spesso il figlio tornerà e di quando i genitori potranno andare a trovarlo, rispettando anche i suoi spazi di socialità e studio.
- Gestione del denaro: chiarire cosa è coperto dai genitori e cosa è a carico dello studente, per evitare discussioni continue su spese “giuste” o “sbagliate”.
La famiglia con un giovane adulto: cosa può cambiare nei ruoli
Quando un figlio diventa studente fuorisede, la famiglia entra in una fase in cui i ruoli si ridefiniscono e, spesso, si confronta con aspettative sociali contrastanti. In molti Paesi europei, infatti, i giovani lasciano la casa dei genitori sempre più tardi: nel 2024 l’età media di uscita è stata superiore ai 30 anni in Croazia (33,4 anni), Slovacchia (32,0), Grecia (31,8), Spagna (30,8) e Italia (30,7). In questo contesto, il fatto che un figlio si trasferisca per studiare fuori sede può rappresentare un passaggio particolarmente significativo, perché accelera quel movimento di separazione–individuazione che in altri casi avviene più tardi o in modo più graduale.
In molte teorie sulla famiglia con giovani adulti si sottolinea l’importanza di passare da un modello genitore–bambino a un modello più vicino a adulto–adulto.
Per i genitori questo significa:
- spostarsi dal “decidere per” al “consigliare e sostenere”;
- tollerare che il figlio faccia scelte diverse da quelle che avrebbero fatto loro;
- riconoscere le competenze acquisite, non solo gli errori.
Per lo studente fuorisede significa:
- assumersi la responsabilità delle proprie decisioni (studio, relazioni, gestione quotidiana);
- imparare a comunicare bisogni e limiti senza chiudersi o aggredire;
- accettare che i genitori possano avere tempi diversi nell’abituarsi alla nuova distanza.
Quando questi passaggi vengono riconosciuti e rispettati da entrambe le parti, la distanza fisica può diventare l’occasione per una relazione più paritaria, rispettosa e in sintonia con le nuove tappe di vita che l’intero sistema familiare si trova ad attraversare.
Quando la distanza può diventare un’occasione per chiedere aiuto
Se ti riconosci nelle paure, nei sensi di colpa o nelle tensioni descritte, può significare che questo cambiamento sta toccando qualcosa di importante per te e per la tua famiglia. Non è necessario affrontarlo da solo: uno spazio di ascolto psicologico può aiutarti a dare un senso a ciò che provi e, in alcuni casi, a trovare modi più sereni di comunicare e a trasformare la distanza in un’opportunità di crescita, invece che in un terreno di scontro.
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