Crescita personale

Oltre il lettino di Freud...  i falsi miti sulla psicoanalisi

Da decenni il termine “Psicoanalisi” è entrato nel linguaggio e nella cultura popolare; un termine che immediatamente rimanda al suo fondatore Sigmund Freud e attorno al quale si sono sviluppati numerosi falsi miti. Ancora oggi quando si parla di Psicoanalisi l'immaginario comune si orienta verso Freud e le sue teorie. Vediamo insieme quali sono alcuni tra i  miti e gli stereotipi più diffusi su tale approccio.


Qualche tempo fa mi sono ritrovata, per l'ennesima volta, ad ascoltare l'esclamazione: "fai la psicologa? Interessante, però non mi psicoanalizzare". Chi di noi non ha mai detto o sentito affermazioni simili? Come se gli psicologi andassero in giro ad analizzare tutto ciò che fanno le altre persone o peggio ancora a leggere nella loro mente.

Si, perché uno dei falsi miti su cosa fa lo psicologo è proprio questo: lo psicologo legge nella mente altrui! Non vorrei deludere nessuno, ma se avessimo questo “super potere” molto probabilmente non faremmo gli psicologi. Il peggio arriva quando dico che mi sto specializzando in Psicoanalisi. Non posso contare quante volte  mi hanno chiesto di interpretare un sogno, come se fossi l'oracolo di Delfi e mi bastasse la visione di un “sogno” per annunciare qualche verità nascosta.



Cos’è la psicoanalisi?

Verso la fine dell'800 Freud introdusse il termine Psicoanalisi per indicare un metodo di indagine e una tecnica di trattamento per i disagi psichici che proponeva una nuova visione dell'essere umano. Alla base del suo pensiero vi è l’idea che l'essere umano è governato da pensieri, affetti e desideri nascosti e inconsapevoli che ne influenzano il comportamento. Per Freud la maggior parte dei disagi psichici originano da traumi e situazioni passate che il paziente ha confinato nell'inconscio

Il conflitto fra ciò che la persona sa di sé stessa, la parte conscia, e ciò che essa nasconde, la parte inconscia, crea disagio e sofferenza. La terapia psicoanalitica si proponeva di rendere cosciente ciò che era stato rimosso e relegato nell'inconscio attraverso la parola. L’analista lasciava libero il paziente di associare immagini, pensieri ed emozioni e lo guidava nella comprensione di dinamiche a lui sconosciute e legate ad esperienze infantili, talvolta traumatiche.

È indubbio che la Psicoanalisi si sia modificata nel corso del tempo e ha ampliato le sue conoscenze in materia di dinamiche psichiche interne all’individuo. È fuori luogo infatti immaginare oggi l'analista come una persona impassibile che scava nel passato del paziente con la speranza che il solo ricordare consenta il cambiamento. Quello che propone oggi la Psicoanalisi è una visione più ottimistica sulla vita e sulla natura umana e l'importanza della dimensione relazionale sia nella strutturazione dell'individuo che nel lavoro terapeutico.

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Il divano/lettino

Secondo la nota esclamazione di Woody Allen: “la psicoanalisi è un mito tenuto vivo dall'industria dei divani” . Il divano o lettino è un must quando si parla di Psicoanalisi. La televisione e il cinema non hanno fatto che alimentare nell'immaginario collettivo lo scenario tipico della stanza d'analisi: paziente sdraiato sul divano che parla a ruota libera, mentre l'analista seduto alle sue  spalle, lo osserva e lo ascolta in silenzio.  


Come mai Freud ha pensato al lettino in seduta? 

Il divano è un lascito dell’ipnosi, una tecnica molto in auge a fine ‘800, in cui i pazienti erano invitati a stendersi su  un lettino per rilassarsi meglio e per accedere allo stato di trance. Freud mantenne l'uso del lettino anche dopo aver abbandonato l'ipnosi con l'idea che i pazienti in posizione supina fossero maggiormente stimolati a “lasciarsi andare” ed esprimere più liberamente il proprio flusso di pensieri ed emozioni.

Oltre ad una questione di tecnica, il lettino e la posizione del terapeuta si legavano ad una questione personale: Freud in un suo scritto del 1931 ammise di aver scelto la sua collocazione nella stanza d'analisi perché non tollerava di essere guardato per otto (o più ore) al giorno. 

Il lettino è indispensabile?

Al di là dei motivi, ciò che emerge nell'immaginario collettivo è che non c'è terapia senza lettino. In realtà oggi gli analisti usano il lettino molto meno di  quanto si pensi. Hanno un rapporto più attivo e partecipe con il paziente preferendo effettuare le sedute “face to face”. Il lettino fa sempre parte dello scenario analitico, ma non è un obbligo, è uno dei tanti strumenti a disposizione dell’analista e sarà il paziente in ultima istanza a decidere qual è la modalità più giusta per lui. 


L'analisi costa tempo e denaro

Per Woody Allen, che ha contribuito a far conoscere la Psicoanalisi al vasto pubblico,  l'immagine del paziente medio americano era quella quella di un borghese, nevrotico, destinato ad un'analisi interminabile. È vero che la società europea si differenzia da quella americana, dove l'analista era una moda e un “accessorio” indispensabile per le star di Hollywood. Ma anche nella società europea andare in analisi era per pochi eletti.


Freud paragonava il lavoro psicoanalitico a quello dell'archeologo: per riportare alla luce misteriosi “traumi dimenticati” era necessario scavare sempre più a fondo nei recessi profondi e oscuri della mente. Esplorare i bisogni, gli impulsi e i desideri profondamente radicati del paziente era un processo lento e delicato. Per tale complessità proponeva ai suoi pazienti  anche 5/6 sedute alla settimana e lo scavo era potenzialmente infinito. Per anni gli psicoanalisti hanno portato avanti percorsi molto lunghi ed intensivi con una cadenza di minimo 3 sedute alla settimana.

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Oggi non è esclusivamente cosi. Si propongono analisi, o come alcuni le chiamano psicoterapie psicoanalitiche, a cadenza settimanale o bisettimanale a seconda del disagio e dell'esigenza della persona. La durata della terapia non può essere stabilita a priori, varia da caso a caso e dipende da numerosi fattori, tra cui cosa vuole e fin dove vuole e riesce ad arrivare il paziente. Allo stesso modo, anche quanto costa andare dallo psicologo dipende dal tipo di prestazione richiesta.

Il percorso terapeutico è un processo durante il quale gli obiettivi concordati tra paziente e terapeuta non sono dati mai per scontati, ma rinnovati di volta in volta. La decisione di continuare o terminare, per quanto potrà essere discussa e analizzata, spetterà solo al paziente. 


Tutta colpa dei genitori e del passato

Freud riteneva che le esperienze infantili traumatiche avessero un ruolo nella patogenesi di alcuni disturbi mentali. È vero che le prime relazioni con le figure di accudimento sono significative per lo sviluppo e la crescita dell'individuo, ma ciò non significa che è sempre colpa dei genitori. 

Anche chi ha avuto un'infanzia felice e relazioni positive può avere problemi e incontrare momenti di difficoltà nel proprio percorso di vita. Non esistono genitori perfetti, né figli altrettanto perfetti. Ognuno nella sua singolarità e unicità fa esperienze in un modo del tutto personale; per questo fratelli e sorelle sviluppano modi di stare al mondo differenti pur crescendo nello stesso contesto familiare. 

Il presupposto degli approcci relazionali in Psicoanalisi è che ogni individuo costruisce nel corso del tempo il proprio modo di relazionarsi con se stesso e con l’ambiente. Tali modalità interiorizzate nel passato influiscono sul modo in cui la persona si relaziona nel presente. Il disagio e la sofferenza nascono dalla rigidità con cui il soggetto si attiene a tali modalità. Quando ci si trova a vivere esperienze difficili e perturbanti maggiore sarà la rigidità con cui approcciamo a ciò che ci accade, maggiore sarà la sofferenza percepita.  


La terapia psicoanalitica aiuta il paziente a riconoscere e  appropriarsi delle proprie modalità di interazione e trovare nel presente nuove soluzioni che l'aiutino a gestire con maggior flessibilità gli eventi difficili della vita.

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Tutto ha a che fare con il sesso

Un altro mito ancora molto radicato è ritenere che la Psicoanalisi rimandi tutto al sesso.  Freud considerava la sessualità una dimensione importante dello sviluppo infantile e all'epoca le sue teorie avevano scandalizzato l'opinione pubblica. La sua teorizzazione delle varie fasi dello sviluppo sessuale (Fase orale, Fase anale, Fase fallica) era fondamentale per comprendere la nascita di particolari nevrosi che insorgevano nella vita adulta. Chi non ha mai sentito parlare del  complesso di Edipo?


Per Freud era la fase in cui i bambini provano un’attrazione intensa per il genitore del sesso opposto accompagnato da gelosia e sentimenti ambivalenti per i genitori dello stesso sesso da cui temono di essere puniti ed evirati (angoscia di castrazione). A partire da tale ipotesi, proposta dalla psicoanalisi classica, le ricerche e teorie sullo sviluppo infantile si sono evolute e hanno ampliato le conoscenze e la comprensione dei fenomeni psichici.


La verità è che una delle nostre più grandi paure non è quella di essere castrati, come immaginava Freud, ma quella di non essere amati e soprattutto di non essere in grado di amare. La nostra più grande paura è sul piano affettivo e relazionale.



Conclusioni

Nel panorama psicoanalitico contemporaneo esistono differenti forme di terapie che si differenziano per setting, numero di sedute, metodo, durata, ma tutte pongono l'attenzione sulla sofferenza e soggettività dell'individuo. La stanza d’analisi nei suoi diversi setting e strumenti (online, lettino, poltrona, etc) è un luogo di libertà e possibilità, dove ci si può raccontare, gioire o arrabbiarsi  o stare semplicemente in silenzio. 

La Psicoanalisi relazionale opera ponendo l'attenzione sull'interazione che si crea  tra psicoterapeuta e paziente. L'obiettivo che si propone è quello di aiutare il soggetto a sentirsi accolto nella sua unicità e cogliersi nell'esperienza che fa di se stesso in relazione con l'altro e con l'ambiente e sostenerlo in modo creativo a trovare delle modalità più flessibili e in sintonia con il suo divenire. 


Non smetteremo mai di ringraziare Freud, ma ormai siamo andati oltre.

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