Cerchi supporto per affrontare l'ansia?
Trova il tuo psicologo
Valutato Eccellente su Trustpilot
Blog
/
Ansia
5
minuti di lettura

Attacchi di panico: una paura reale

Attacchi di panico: una paura reale
Michela Gallo
Psicoterapeuta ad orientamento Psicodinamico Individuale Psicologico
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
24.6.2026
Attacchi di panico: una paura reale
Iscriviti alla newsletter
Se ti è piaciuto, condividilo

Senti che l’ansia condiziona la tua vita?

Unobravo è la piattaforma di psicologia online leader in Italia. Compila il questionario per trovare lo psicologo più adatto alle tue esigenze.

Trova il tuo psicologo
  • 100% online, flessibile e sicuro
  • Incontro conoscitivo gratuito
  • Già scelto da oltre 450.000 pazienti
9.500+ psicologi sulla piattaforma

Cos’è il panico? Il termine deriva dal dio Pan, una divinità della mitologia greca dall’aspetto di satiro. Si narra che Pan spaventasse chiunque lo disturbasse durante il suo riposino, emettendo urla terrificanti. Da qui derivano le espressioni “terrore panico” e il più moderno “andare in panico”. Ma cos'è un attacco di panico? Il DSM-5-TR lo definisce come “comparsa improvvisa di paura o disagio intensi, che raggiungono il picco in pochi minuti”.

Per comprendere cosa sono gli attacchi di panico e come si manifestano, possiamo pensare alle vertigini che proviamo al luna park oppure alla sensazione di stordimento sperimentata da bambini facendo il girotondo. Queste stesse sensazioni vengono avvertite prima di un attacco di panico e, sembrando fuori contesto, sono interpretate come il segno di un pericolo imminente per la propria vita.

Come riconoscere un attacco di panico‍

L’attacco di panico è una condizione che si caratterizza per un'ansia molto marcata. Possiamo riconoscerlo dal fatto che si tratta di un fenomeno con un inizio e una fine precise, i cui principali sintomi sono: respiro affannoso, battito cardiaco accelerato, sudorazione, tremore.

Questi sintomi, come un effetto cascata, possono essere accompagnati dalla paura di perdere il controllo, di morire o impazzire. Chi li sperimenta li descrive spesso, soprattutto le prime volte, come esperienze terribili, improvvise e annichilenti. Anche a livello fisico, sono esperienze fortemente debilitanti.

Quanto dura un attacco di panico?

La durata di un attacco di panico non supera solitamente i 20-30 minuti. Questo tempo può sembrare molto più lungo per chi vive l’attacco in prima persona rispetto a chi lo osserva. Sebbene l'attacco di panico sia un evento acuto e autolimitante, in contesti eccezionali possono subentrare fattori esterni e relazionali che ne ostacolano la risoluzione spontanea, prolungando la durata della crisi. In ambito clinico, si osserva che i sintomi possono essere mantenuti e alimentati da:

  • L'iperattenzione e l'ansia dei presenti: la preoccupazione eccessiva o l'allarmismo da parte di familiari e persone vicine fungono da "specchio interpersonale". Vedere gli altri spaventati può confermare implicitamente alla persona che il pericolo ipotizzato (es. l'infarto o la morte imminente) è reale, amplificando il circolo vizioso del panico.
  • La ricerca spasmodica di soccorso medico: il tentativo frenetico di ottenere un intervento sanitario immediato (come la corsa al pronto soccorso o l'attesa angosciosa di un'ambulanza non subito disponibile) può focalizzare tutta l'attenzione sui sintomi fisici. L'attesa stessa può diventare un potente fattore stressogeno che protrae l'iperattivazione autonomica.
  • Tentativi di aiuto inappropriati o disfunzionali: comportamenti come forzare la persona a muoversi, l'iperventilazione guidata scorrettamente, il soffocarla con troppe domande o il metterle fretta nel "calmarsi" possono invalidare lo stato emotivo del soggetto e aumentare
  • Il senso di soffocamento e di perdita di controllo, impedendo al sistema nervoso di tornare all'omeostasi.

Per quanto riguarda la frequenza e la gravità degli attacchi di panico, l'ICD-11 supera la precedente distinzione numerica tra disturbo moderato e grave; il nuovo sistema abbandona il conteggio rigido degli episodi mensili o settimanali, focalizzando la diagnosi sulla natura ricorrente e inaspettata delle crisi e valutando la gravità in base al grado di compromissione del funzionamento personale, sociale e lavorativo dell'individuo (Organizzazione Mondiale della Sanità, 2022).

Si può avere un attacco di panico nel sonno?

Alcune persone possono svegliarsi improvvisamente dal sonno con i sintomi dell’attacco di panico (frequentemente sintomi come dispnea e sudorazione notturna da ansia). Si stima che circa il 30-45% delle persone che soffrono di Disturbo di Panico sperimenti almeno un episodio notturno. Si tratta di un'esperienza particolarmente spaventosa perché la persona si sveglia di soprassalto già nel picco della crisi, senza la possibilità di mettere in atto le consuete strategie di coping o di razionalizzazione graduale.

Gli attacchi di panico notturni possono verificarsi tipicamente durante le fasi di sonno profondo non-REM (NREM), e più precisamente nella transizione tra lo Stadio 2 (sonno leggero stabile) e lo Stadio 3 (sonno profondo a onde lente). Di solito possono manifestarsi entro le prime 2 o 3 ore dopo essersi addormentati, che corrisponde al periodo della notte in cui queste fasi di sonno profondo sono più lunghe e intense.

psicologia attacchi di panico
Anna Tarazevich - Pexels

Cosa succede dopo un attacco di panico?

Subito dopo un attacco di panico, è comune avvertire una profonda sonnolenza, un senso di stordimento e una totale mancanza di energie: il corpo, dopo aver consumato enormi risorse nella risposta di "attacco o fuga", sperimenta un fisiologico crollo post-adrenalinico.

A livello psicologico, subentra spesso uno stato di tensione costante alimentato dalla paura che la crisi si ripresenti (ansia anticipatoria). Attraverso un meccanismo di condizionamento e generalizzazione dell'esperienza, la persona potrebbe tendere a identificare il luogo o il contesto in cui è avvenuto il primo attacco come la causa scatenante dello stesso.

Di conseguenza, può iniziare a evitare sistematicamente contesti simili o potenzialmente ansiogeni. Se i primi episodi si verificano in spazi pubblici, può svilupparsi il timore dei luoghi affollati; nel tempo, questi comportamenti di evitamento progressivo possono strutturarsi in veri e propri quadri di agorafobia o claustrofobia.

Differenze tra attacco di panico e attacco d'ansia‍

Capire se si sta sperimentando un attacco d'ansia o un attacco di panico è fondamentale per comprendere ciò che accade al corpo e alla mente. Sebbene entrambi condividano una base di attivazione neurovegetativa, i due fenomeni differiscono profondamente per intensità, rapidità e dinamica di innesco.

L'attacco d'ansia non è una categoria diagnostica a sé stante, ma una risposta emotiva prolungata legata alla percezione di una minaccia o di una preoccupazione (reale o ipotetica). I sintomi tendono a crescere di intensità gradualmente e sono quasi sempre legati a trigger specifici (es. scadenze lavorative, problemi relazionali, esami). Le manifestazioni sono persistenti e possono includere:

  • Tensione muscolare cronica e rigidità.
  • Faticabilità e senso di astenia (mancanza di energie).
  • Irrequietezza e irritabilità.
  • Disturbi del sonno (difficoltà ad addormentarsi o risvegli frequenti).
  • Tachicardia ed esplorazione mentale continua del problema.

L'attacco di panico è un episodio acuto, improvviso e autolimitante. Irrompe senza preavviso, raggiungendo il picco della gravità in pochissimi minuti. Spesso non è legato a un pericolo reale immediato (insorge "a ciel sereno") e si caratterizza per sintomi fisici e cognitivi estremamente intrusivi e travolgenti:

  • Sintomi somatici acuti: difficoltà respiratorie pronunciate (fame d'aria/soffocamento), dolore o senso di costrizione al petto, sudorazione fredda profusa e tremori intensi.
  • Sintomi cognitivi catastrofici: la violenza dei segnali fisici attiva un'intensa e immediata paura di morire, di impazzire o di perdere totalmente il controllo del proprio corpo.

Attacco di panico e disturbo da panico

Quando gli attacchi di panico si manifestano in modo ripetuto e ravvicinato, configurano un quadro clinico che il DSM-5-TR definisce Disturbo di Panico, inserendolo all'interno del capitolo dei disturbi d'ansia. Nonostante questa collocazione, il Disturbo di Panico è riconosciuto come un'entità clinica autonoma e nettamente distinta rispetto agli altri disturbi d'ansia e del tono dell'umore. Questa specificità e indipendenza nosografica è ampiamente validata da solidi studi epidemiologici, fenomenologici, biologici, genetici e di risposta terapeutica (Abbar, 1996).

Secondo i criteri del DSM-5-TR, la diagnosi di Disturbo di Panico richiede la presenza di attacchi di panico ricorrenti e inaspettati (che insorgono improvvisamente, senza un trigger evidente). Almeno uno di questi episodi deve essere seguito da un mese (o più) di uno o entrambi i seguenti requisiti clinici:

  • Ansia anticipatoria: preoccupazione persistente per l'insorgenza di nuovi attacchi o per le loro conseguenze catastrofiche.
  • Maladattamento comportamentale: una significativa alterazione del comportamento correlata agli attacchi, espressa principalmente attraverso condotte di evitamento, compromettendo in maniera significativa il funzionamento globale della persona.

Per formalizzare la diagnosi, è inoltre necessario che i sintomi non siano attribuibili agli effetti fisiologici di una sostanza (es. abuso di droghe, farmaci) o a un'altra condizione medica generale (es. ipertiroidismo, aritmie).

Sebbene gli attacchi di panico siano l'elemento cardine del Disturbo di Panico, essi possono riscontrarsi frequentemente in numerosi altri quadri clinici. Il DSM-5-TR, infatti, utilizza l'attacco di panico come uno "specificatore" trans-nosografico (applicando la dicitura "con attacchi di panico"). Questo significa che l'episodio acuto può manifestarsi come un aggravante all'interno di altre diagnosi, tra cui:

Le conseguenze funzionali degli attacchi di panico possono essere profonde e incidere significativamente sulla vita quotidiana di chi ne soffre. Spesso, le persone colpite possono evitare attività sociali, lavorative o scolastiche per il timore di un nuovo attacco, sperimentando così una riduzione dell’autonomia e una crescente dipendenza da familiari o amici per affrontare situazioni percepite come minacciose.

Questo quadro può portare frequentemente a un senso di isolamento, frustrazione e perdita di fiducia nelle proprie capacità. Inoltre, il disturbo di panico comporta una notevole sofferenza e una compromissione della qualità della vita, influenzando negativamente la vita sociale e le relazioni interpersonali (Abbar, 1996). Questi effetti sottolineano l’importanza di un intervento tempestivo e mirato per prevenire l’aggravarsi del quadro clinico.

attacco-di-panico
Nathan Cowley - Pexels

Attacchi di panico: i sintomi

Sebbene i criteri diagnostici identifichino i singoli sintomi somatici e cognitivi, nella pratica clinica l'attacco di panico non si presenta mai allo stesso modo. La combinazione dei sintomi varia profondamente da individuo a individuo, configurando diversi profili clinici dominanti. Inoltre, la crisi può essere arricchita da manifestazioni accessorie meno comuni ma fortemente invalidanti. A seconda dell'apparato principalmente coinvolto dalla scarica adrenergica, possiamo identificare tre macro-espressioni cliniche:

  • Profilo Cardiologico (Sintomi Cardiovascolari): in questa variante, i segnali dominanti sono le palpitazioni, la tachicardia marcata e il dolore o senso di costrizione al petto. L'estrema acuzie di queste sensazioni somatiche può attivare quasi sistematicamente il pensiero catastrofico di un infarto o di un arresto cardiaco imminente, spingendo spesso il soggetto a richiedere un soccorso medico d'urgenza.
  • Profilo Pseudo-Neurologico e Dissociativo: alcuni individui possono sperimentare una sintomatologia incentrata sul sistema nervoso centrale e periferico. Si possono manifestare intensi tremori, parestesie (torpore o formicolio agli arti e al viso), sbandamento e vertigini, a cui si associano i fenomeni di derealizzazione e depersonalizzazione. Il vissuto cognitivo dominante in questo scenario è la paura di perdere il controllo, di svenire o di "impazzire".
  • Profilo Respiratorio (Iperventilazione e Asfissia): in questo quadro prevalgono la dispnea (fame d'aria) e la sensazione di soffocamento. La risposta immediata del soggetto è l'iperventilazione (respiro corto e frequente), che altera i livelli di anidride carbonica nel sangue esacerbando i sintomi stessi (vertigini, formicolii). I pensieri automatici disfunzionali associati sono rigidamente focalizzati sulla sopravvivenza biologica: "non respiro" o "sto per soffocare".

Oltre ai criteri somatici descritti, durante la crisi possono subentrare manifestazioni occasionali che aumentano il senso di disorientamento e allarme nel soggetto:

  • Distorsioni Visive: alterazioni della percezione visiva, tra cui vista annebbiata, visione "a tunnel" o la comparsa di scotomi (macchie scure, zone d'ombra o punti scintillanti nel campo visivo).
  • Manifestazioni Sensoriali: insorgenza improvvisa di acufeni (fischi o ronzii auricolari) o ipoacusia transitoria (sensazione di orecchie tappate).
  • Sintomi Muscolo-Scheletrici: fitte acute di dolore intercostale o tensioni muscolari repentine, spesso confuse con problemi di natura organica.

Attacchi di panico: cause scatenanti

Nell’eziopatogenesi degli attacchi di panico le cause psicologiche sono tra le spiegazioni scientificamente più accreditate e fanno riferimento a interpretazioni erronee e catastrofiche di sensazioni fisiche o mentali. Per spiegare perché arrivano gli attacchi di panico, il modello eziologico con più autorità è quello formulato da Clark nel 1986.

Secondo lo studioso, sebbene l'esordio dei sintomi fisici iniziali possa apparire del tutto casuale e improvviso, l'attacco di panico non è un evento fortuito. Esso può scatenarsi nel momento in cui la persona, a causa di un'ipervigilanza somatica automatica, focalizza l'attenzione su variazioni corporee anche minime e innocue, interpretandole erroneamente come il segnale di un pericolo imminente.

La preoccupazione per questi sintomi fisici non fa altro che amplificare gli stessi, dando vita a quello che è noto come “circolo vizioso del panico”. Tra le cause degli attacchi di panico vanno quindi compresi una serie di fattori psicologici di vulnerabilità individuale, come:

  • Focus attentivo orientato al corpo: la persona presenta un’attenzione selettiva per le sensazioni fisiche del corpo e per le loro modificazioni.
  • Ipervigilanza: credere che le sensazioni fisiche siano segnali di pericolo può portare ad essere ipervigili nei loro confronti.
  • Catastrofizzazione: si ingigantisce il pericolo legato all’attacco di panico, sovrastimandone sia la probabilità di accadimento che le conseguenze (per esempio, se la persona teme di poter svenire, valuta quest’eventualità come inaccettabile e fonte di estrema vergogna).

I meccanismi neurobiologici degli attacchi di panico

Negli ultimi decenni, le neuroscienze hanno permesso di mappare con precisione i circuiti cerebrali alla base degli attacchi di panico. I modelli neurobiologici accreditati (Gorman et al., 2000) evidenziano il ruolo centrale del cosiddetto "circuito della paura", una rete neurale ipersensibilizzata che ha come fulcro l'amigdala.

L'amigdala agisce come una vera e propria centrale d'allarme emotiva: quando rileva una minaccia si attiva in modo iperattivo e precoce, inviando scariche immediate al tronco encefalico e all'ipotalamo. È questa attivazione che innesca la violenta risposta neurovegetativa del "fulmine a ciel sereno", liberando massicce dosi di adrenalina e provocando la sintomatologia acuta.

A livello neurochimico, la vulnerabilità a queste crisi è strettamente legata a una disregolazione dei sistemi neurotrasmettitoriali. Gli studi clinici evidenziano alterazioni nella modulazione della serotonina (che ha un ruolo inibitorio sull'amigdala) e una marcata iperattività del sistema noradrenergico a partenza dal locus coeruleus, l'area cerebrale che orchestra lo stato di veglia e l'allarme d'emergenza (Humble & Wistedt, 1992).

Questo substrato biologico si salda con un preciso correlato psicofisiologico: l'ipervigilanza interocettiva. Chi è vulnerabile al panico presenta un'iperattivazione della corteccia insulare (insula), l'area cerebrale responsabile del monitoraggio viscerale. Ciò porta l'individuo a scansionare costantemente i propri segnali corporei interni; anche una minima fluttuazione fisiologica viene processata dall'insula, inviata all'amigdala e interpretata come una minaccia imminente, alimentando la spirale ricorsiva che culmina nell'attacco di panico.

controlar un ataque de pánico
Oleksandr Pidvalnyi - Pexels

Attacchi di panico: cosa fare?

Sapere come agire tempestivamente può fare un'enorme differenza: vediamo cosa puoi fare per intervenire subito, gli errori da evitare e le strategie più efficaci per offrire un supporto corretto a chi si trova nel pieno di una crisi.

  • Mantieni la calma: le emozioni possono essere contagiose. Un atteggiamento calmo e rilassato trasmette il messaggio implicito che va tutto bene e che gestire l’attacco di panico è possibile.
  • Aiutala a rallentare il respiro: un respiro affannoso e superficiale peggiora i sintomi. Una delle tecniche per superare l’attacco di panico consiste nel respirare contando nella mente 1001,1002,1003 mentre si ispira e 1004,1005,1006 mentre si espira.
  • Allontana le persone visibilmente in ansia: i pensieri catastrofici di chi vive una crisi di panico possono essere peggiorati dal vedere persone spaventate o in apprensione.
  • Aiutala a spostare la sua attenzione: tra i rimedi per gli attacchi di panico, può essere utile guidare l’attenzione della persona lontana dalle sensazioni fisiche che generano il panico. Cerca di distrarla con piccole richieste che siano congrue al contesto, per esempio “Riesci a sentire i rumori delle macchine che passano?”.

Tra le condotte più controproducenti in risposta a una crisi spicca il farsi contagiare dall’ansia del soggetto, ma l'errore più comune è il ricorso al Pronto Soccorso. Se si è certi che si tratti di panico e non di una patologia organica, l'ospedalizzazione non fa che cronicizzare il problema.

All'arrivo in triage, i sintomi cardiologici acuti possono portare all'assegnazione di un codice di priorità elevato. Il paziente viene così sottoposto a esami strumentali d'urgenza per escludere un infarto e, infine, trattato con un ansiolitico. Questo protocollo medico, puramente protettivo, può produrre un effetto psicologico paradosso: invalida l'origine psicogena della crisi e può strutturare nella mente della persona credenze disfunzionali profonde:

  • L'illusione del pericolo medico: “Se mi hanno assegnato un codice d'urgenza e fatto esami al cuore, significa che ero davvero in pericolo di vita”.
  • La conferma del sospetto: “Anche i medici hanno temuto fosse un infarto, allora i miei sintomi sono reali e catastrofici”.
  • L'impotenza appresa: “Da solo non sono in grado di superare una crisi; ho bisogno di un presidio medico per salvarmi”.
  • La dipendenza dal farmaco (evitamento chimico): “L'unico modo per bloccare il panico è l'ansiolitico”.

Oleksandr Pidvalnyi - Pexels

Strategie pratiche per gestire un attacco di panico

Affrontare un attacco di panico può essere molto difficile, ma esistono alcune strategie pratiche che possono aiutare a ridurre l’intensità dei sintomi e a recuperare il controllo:

  • Respirazione consapevole: concentrarsi sul respiro, inspirando lentamente dal naso ed espirando dalla bocca, può aiutare a calmare il sistema nervoso. Un esercizio utile consiste nel contare fino a quattro durante l’inspirazione, trattenere il respiro per quattro secondi e poi espirare contando fino a sei.
  • Radicamento nel presente: focalizzare l’attenzione su ciò che ci circonda può interrompere il ciclo dei pensieri catastrofici. Per esempio, osservare cinque oggetti nella stanza, ascoltare i suoni o toccare una superficie fredda.
  • Accettazione delle sensazioni: riconoscere che i sintomi, per quanto intensi, sono temporanei e non pericolosi può ridurre la paura di perdere il controllo.
  • Dialogo interno rassicurante: ripetersi frasi come “Questo è un attacco di panico, passerà tra poco” può aiutare a ridurre l’ansia anticipatoria.

Queste tecniche non sostituiscono un percorso terapeutico, ma possono rappresentare un valido supporto nei momenti di crisi.

Come curare gli attacchi di panico

In Europa, il principale punto di riferimento per il trattamento degli attacchi e del disturbo da panico è rappresentato dalle linee guida del NICE (National Institute for Health and Care Excellence). Secondo queste direttive, gli interventi che hanno dimostrato la maggiore efficacia e stabilità dei risultati nel lungo termine sono, in ordine decrescente:

  • La terapia psicologica (considerata l'intervento di prima scelta).
  • L'intervento farmacologico.
  • L'auto-aiuto guidato.

Nei casi clinicamente più gravi o complessi, l'approccio più indicato è spesso un trattamento combinato e sequenziale. Questo modello prevede una prima fase farmacologica incentrata sull'uso di farmaci antidepressivi, principalmente gli SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina), mirata a stabilizzare e ridurre rapidamente i sintomi acuti. A questa si integra o si succede un intervento psicoterapeutico, fondamentale per consolidare i risultati, lavorare sui fattori scatenanti e prevenire le ricadute nel tempo.

RDNE Stock project - Pexels

La psicoterapia

Il trattamento psicoterapeutico d'elezione per gli attacchi di panico è la terapia cognitivo-comportamentale (CBT). Per garantirne l'efficacia, questo percorso dovrebbe essere guidato da uno psicologo specializzato, con una specifica esperienza clinica nella gestione dell'ansia e dei disturbi di panico.

Uno psicoterapeuta online Unobravo potrà lavorare con la persona per riconoscere le situazioni di insorgenza o le dinamiche precedenti, utilizzando tecniche per recuperare il controllo della propria mente e del proprio corpo. Tra le principali tecniche usate nella terapia degli attacchi di panico possiamo trovare:

  • l’esposizione enterocettiva,
  • la ristrutturazione cognitiva,
  • la respirazione diaframmatica,
  • l’esposizione in vivo alle situazioni in cui si manifesta il panico.

Trattamento farmacologico

Gli attacchi di panico possono essere trattati anche attraverso la terapia farmacologica, sebbene questa sia indicata prevalentemente come supporto alla psicoterapia in casi specifici. La psicoterapia, infatti, resta l'intervento che garantisce la maggiore stabilità dei risultati e il minor rischio di ricadute a lungo termine.

I farmaci di prima scelta sono gli antidepressivi SSRI, considerati efficaci e sicuri anche per utilizzi prolungati. Al contrario, gli ansiolitici come le benzodiazepine non sono raccomandati dalle linee guida internazionali come trattamento di prima linea, a causa del rischio di sviluppare dipendenza, tolleranza e una ricomparsa dei sintomi alla sospensione del principio attivo (NICE, 2011).

Nonostante queste evidenze, è ancora diffusa la convinzione che si possa guarire dal panico affidandosi esclusivamente agli ansiolitici. In realtà, questi farmaci, specialmente in presenza di una comorbilità con la depressione, possono talvolta peggiorare il quadro clinico complessivo o limitarsi a mascherarne temporaneamente le manifestazioni. È quindi fondamentale ricordare che qualsiasi trattamento farmacologico deve essere sempre concordato, impostato e periodicamente monitorato da uno specialista in psichiatria.

L’auto-aiuto‍

Per chi soffre di attacchi di panico l'autoterapia può rappresentare una strada percorribile, ma non priva di rischi. Sebbene la letteratura scientifica mostri alcune prove di efficacia a supporto dell'auto-aiuto, queste evidenze rimangono fragili se confrontate con i trattamenti standard.

Oggi è facile accedere a manuali di auto-cura, esercizi strutturati o gruppi di supporto. Tuttavia, muoversi in autonomia può comportare un rischio concreto che l'autoterapia si riveli controproducente, per esempio strutturando involontariamente nuovi meccanismi di evitamento. Per questo motivo, anche quando si sceglie di optare per l'auto-aiuto, la raccomandazione principale è quella di affiancare al percorso la supervisione di uno psicologo, fondamentale per monitorare i progressi e ricevere feedback clinici periodici.

Prendi in mano il tuo benessere: Unobravo può essere al tuo fianco

Affrontare gli attacchi di panico può sembrare una sfida molto difficile, ma non sei solo o sola. Comprendere cosa ti sta accadendo può essere il primo passo per migliorare la serenità e la sicurezza nella vita quotidiana. Con il supporto di uno psicologo o psicologa, è possibile imparare a gestire i sintomi, ridurre la paura e riscoprire il piacere di vivere senza il timore costante del panico.

Su Unobravo potrai trovare psicologi specializzati pronti ad ascoltarti e a costruire insieme a te un percorso su misura, in totale riservatezza e comodità. Se senti che è arrivato il momento di fare qualcosa di concreto non aspettare oltre, fai il primo passo verso il benessere.

Come possiamo aiutarti?

Come possiamo aiutarti?

Trovare supporto per la tua salute mentale dovrebbe essere semplice

Valutato Eccellente su Trustpilot
Vorrei...
Iniziare un percorsoEsplorare la terapia onlineLeggere di più sul tema

FAQ

Hai altre domande?
Parlare con un professionista potrebbe aiutarti a risolvere ulteriori dubbi.

Collaboratori

Michela Gallo
Professionista selezionato dal nostro team clinico
Psicoterapeuta ad orientamento Psicodinamico Individuale Psicologico
No items found.

Condividi

Se ti è piaciuto, condividilo
Iscriviti alla newsletter

Come capire se si soffre di disturbi d'ansia?

Fare un test psicologico può aiutare ad avere maggiore consapevolezza del proprio benessere.