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Violenza di genere: i meccanismi psicologici di difesa

Violenza di genere: i meccanismi psicologici di difesa
Emma Lerro
Emma Lerro
Psicologa e Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
28.5.2026
Violenza di genere: i meccanismi psicologici di difesa
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Trovandoci in una situazione di pericolo, ognuno di noi elabora in maniera più o meno consapevole delle strategie difensive, e questo è quello che accade anche alle donne vittime di violenza.

A differenza delle strategie di coping, che possono avviare un processo consapevole nella persona, i meccanismi di difesa sono risposte automatiche che la mente attiva di fronte a situazioni percepite come minacciose o traumatiche. La loro funzione è quella di ridurre temporaneamente il dolore emotivo e il senso di pericolo, ma nel caso della violenza di genere questi meccanismi possono anche ostacolare il benessere e la possibilità di chiedere aiuto.

Per questo motivo, prendere consapevolezza delle proprie difese è molto importante nel percorso di cura per chi è vittima di violenza. In particolare, le donne che sviluppano una maggiore consapevolezza psicologica tendono a riconoscere più chiaramente le difficoltà relazionali connesse a esperienze traumatiche del passato (Zamir & Lavee, 2014).

Tipi di difese nelle donne vittime di violenza

I meccanismi di difesa psicologici sono spesso risposte apprese nell'infanzia, in situazioni avverse in cui si sperimentano emozioni come intensa paura, orrore o impotenza e in cui non c’era altro modo per proteggersi. Tali meccanismi si attivano poi in ogni nuova situazione di pericolo, come può essere il subire aggressività e violenza.

meccanismi di difesa violenza
Ron Lach - Pexels

Comprendere le proprie strategie difensive e la funzione che hanno avuto può aiutare la vittima a dare senso a emozioni dolorose come il senso di colpa. Questo può anche contribuire a interrompere la spirale della violenza, che sappiamo può investire anche i figli nella forma della violenza assistita.

In molti casi, questo significa costruire strategie alternative di autoregolazione emotiva valorizzando le risorse personali della donna. È importante considerare che l’utilizzo di strategie di coping di disimpegno (disengagement) per affrontare l’aggressione sessuale è stato associato a un maggiore livello di disagio psicologico generale e alla presenza di sintomi di disturbo post-traumatico da stress (Santello & Leitenberg, 1993).

Quando analizzati insieme, il coping di tipo disengagement è associato a un rischio maggiore di rivittimizzazione (incremento del 29% per ogni deviazione standard), mentre il coping di tipo engagement è associato a un rischio minore (riduzione del 30% per ogni deviazione standard) (Iverson et al., 2013).

Vediamo quindi quali sono le difese più frequentemente osservabili nelle donne vittime di violenza, ricordando che questi meccanismi non rappresentano attenuanti per l’aggressore né responsabilità della vittima, ma modalità inconsce di protezione.

Negazione

La negazione è una reazione che si presenta comunemente nelle prime fasi della violenza e che serve a proteggersi da una situazione traumatica non guardandola. Gli aspetti negativi e insostenibili della realtà vengono messi da parte, eclissati.

Quando è attiva la negazione dopo aver subito violenza si può, per esempio, scherzare su quanto accaduto o cercare di normalizzare i fatti. Come è facile immaginare, la presenza del meccanismo di negazione può essere anche molto rischiosa, perché porta a non proteggersi da abusi e maltrattamenti.

Una donna che nega, può decidere di incontrare il suo aggressore, anche dopo aver subito violenza, dicendo a se stessa qualcosa come “Non è possibile che abbia fatto una cosa del genere, lo ha fatto perché aveva bevuto”.

Evitamento

In maniera simile a quanto accade per la negazione, l’evitamento indica la difficoltà a prendere contatto con un’esperienza traumatica come può essere la violenza di coppia.

Nei racconti di una donna che subisce violenza, è possibile osservare la difesa dell’evitamento: non è raro infatti che essa si perda in dettagli secondari, mantenendo così una certa distanza dal problema principale.

Un altro esempio è dato dalla tendenza a evitare situazioni che possono far “scattare” l’aggressore. Si cerca di mantenere la pace, evitando di fare o dire qualsiasi cosa possa creare problemi.

In questo modo si crea l’illusione di riuscire a controllare la situazione, ma una delle possibili conseguenze è il rinvio della richiesta di aiuto o della denuncia.

Dissociazione

La dissociazione è una strategia difensiva che consente di prendere le distanze da una situazione intollerabile, in cui può non esserci altra via d’uscita per allontanarsi da aggressività e violenza.

Questo meccanismo ostacola l’integrazione tra emozioni, pensieri ed esperienza vissuta, ed è comune in tutte le persone che vivono uno stress post traumatico.

Nel film Precious (2009) possiamo vedere un esempio di dissociazione nelle scene in cui la protagonista immagina sé stessa che balla e canta mentre subisce una violenza domestica di tipo sessuale da parte del padre.

In alcuni casi, questo meccanismo di difesa prende la forma della depersonalizzazione e la persona si sente spettatrice di ciò che sta vivendo, come se la situazione di violenza riguardasse qualcun altro e non lei.

In questo modo la vittima può dirsi che quello che sta accadendo non sta succedendo realmente a lei.

negazione della violenza donna
Ksenia Kartasheva - Pexels

Minimizzazione

La minimizzazione consiste nel ridurre la gravità di ciò che accade, un processo che può diventare particolarmente pericoloso quando coinvolge situazioni che mettono a rischio la propria incolumità che possono mettere a rischio la propria incolumità.

Dopo aver subito un’aggressione fisica, per esempio, si potrebbe pensare “è stata solo una spinta, non mi sono fatta nulla di grave”.

Questo modo di pensare potrebbe essere condiviso sia dall’aggressore che da altre persone che circondano la donna vittima di violenza. Frasi come “sono cose che succedono a tutte le coppie”, “è una brava persona, ha dei modi un po' bruschi ma non farebbe mai del male alla moglie” ne sono un esempio.

Razionalizzazione o intellettualizzazione

La razionalizzazione o intellettualizzazione è una difesa che ci mantiene scollati dalle nostre emozioni. Quando l’esperienza è traumatica, contattarla può diventare infatti troppo doloroso.

La vittima si perde così in ragionamenti per spiegare a se stessa i motivi del comportamento del suo aggressore, cercando di comprenderli a livello razionale.

Prendiamo per esempio il caso di una donna che subisce violenza psicologica da parte di un uomo geloso. Quello che potrebbe dirsi razionalizzando è che la gelosia e i problemi di fiducia del partner sono comprensibili alla luce delle sue precedenti relazioni di coppia.

In questo modo, la donna non solo mantiene distante da sé tutto quello che prova, ma corre anche il rischio di giustificare il suo aggressore. Lo stesso meccanismo può essere adottato dalle persone che la circondano: “Non può aspettarsi che si comporti diversamente, è naturale che lui faccia così quando esce con le amiche”.

Idealizzazione

Quando idealizziamo qualcuno è come se mettessimo sotto una lente di ingrandimento le sue qualità positive, ignorando o minimizzando i suoi difetti.

Nelle storie delle donne vittime di violenza possiamo sentir parlare di relazioni che iniziano con un colpo di fulmine, in cui si avvertono le farfalle nello stomaco e ci si sente travolti dalla passione.

L’idealizzazione può far sì che non si prenda tempo sufficiente per conoscere il partner, trovandosi in un batter d’occhio a sviluppare un legame di dipendenza affettiva nei suoi confronti.

Così, anche se vittima di abusi, la donna può continuare a pensare “Non posso immaginare di vivere senza di lui”.

A volte l’idealizzazione può essere sostenuta da alcune credenze disfunzionali, come l’idea che comportamenti di controllo e gelosia in amore siano indici dell’attaccamento del partner, quindi “Se controlla il mio cellulare è perché ci tiene a me” è un esempio di questo modo di pensare.

È possibile anche che l’idealizzazione faccia aggrappare la donna a quei rari momenti positivi vissuti con il suo aggressore, sottovalutando le minacce e arrivando a bloccare l’accesso alle memorie traumatiche.

Esempi concreti di meccanismi di difesa: storie dalla realtà

Per comprendere meglio come i meccanismi di difesa si manifestano nella vita quotidiana delle donne vittime di violenza, è utile osservare alcune situazioni tipiche, ispirate a casi clinici e testimonianze reali (i dettagli sono modificati per tutelare la privacy).

  • Negazione: Anna, dopo aver subito un'aggressione dal partner, racconta all'amica che "non è successo nulla di grave, era solo molto stressato". In questo modo, cerca di proteggersi dal dolore e dalla paura, ma può rischiare di non riconoscere la gravità della situazione.
  • Evitamento: Lucia evita di parlare con chiunque della sua relazione e cambia argomento ogni volta che qualcuno le chiede come sta. Preferisce non affrontare la realtà, sperando che il problema si risolva da solo.
  • Dissociazione: durante un episodio di violenza, Marta si sente come se stesse guardando la scena dall'esterno, come se non fosse lei la persona coinvolta. Questa sensazione di distacco la aiuta a sopportare il momento, ma può lasciarla confusa e disorientata dopo.
  • Minimizzazione: dopo essere stata insultata e spinta, Giulia pensa: "Forse ho esagerato io, in fondo non mi ha fatto male davvero". Così, sottovaluta il rischio e rimane nella relazione.
  • Razionalizzazione: Francesca giustifica i comportamenti aggressivi del compagno dicendo che "ha avuto un'infanzia difficile" o "è solo molto geloso perché mi ama". Questo la porta a non ascoltare le proprie emozioni di paura e disagio.
  • Idealizzazione: Silvia ricorda solo i momenti belli con il partner e si aggrappa all'idea che "in fondo è una brava persona". Ignora i segnali di pericolo e spera che tutto possa tornare come all'inizio.

Questi esempi mostrano come i meccanismi di difesa possano essere potenti e, in alcuni casi, ostacolare la consapevolezza della violenza subita.

paura di agire contro la violenza
Ksenia Kartasheva - Pexels

Meccanismi di difesa ed emozioni: un legame profondo

I meccanismi di difesa non agiscono mai da soli, ma sono strettamente legati alle emozioni che la vittima prova durante e dopo gli episodi di violenza.

  • Paura: spesso la paura di ritorsioni, di non essere credute o di perdere la propria rete di supporto spinge a negare o minimizzare ciò che si sta vivendo.
  • Vergogna: sentirsi "sbagliate" o colpevoli può portare a evitare il confronto con la realtà, alimentando l'isolamento e la difficoltà a chiedere aiuto.
  • Senso di colpa: molte vittime si sentono responsabili per la violenza subita, razionalizzando i comportamenti dell'aggressore o pensando di meritare ciò che accade.

Queste emozioni, se non riconosciute e affrontate, possono contribuire a rafforzare i meccanismi di difesa e rendere ancora più difficile uscire dalla spirale della violenza. Prendere consapevolezza di questa connessione è un primo passo fondamentale verso il cambiamento.

Quando l’ambiente condivide le difese

Inoltre, come abbiamo accennato, alcuni dei meccanismi di regolazione difensiva possono essere condivisi dal contesto sociale in cui la donna vive. In questi casi può accadere che la donna cerchi aiuto, ma trovi davanti a sé un muro fatto di frasi svalutanti o normalizzanti.

  • “Gli uomini sono fatti così, è lei che non sa stare zitta”
  • “Le dico sempre di dargli ragione in quei momenti, così si sarebbe calmato”
  • “Ha detto che l’avrebbe tolta di mezzo, ma non l’ho preso sul serio”.

Tutto questo può rafforzare una bassa autostima, il senso di impotenza appresa e l’ambivalenza che molte vittime di violenza sperimentano, quando si trovano da una parte a pensare “devo andarmene” e dall’altra “se tengo duro la situazione cambierà”.

In queste situazioni si possono provare emozioni come:

  • Vergogna: “Cosa penserà la gente sapendo ciò che ho sopportato?”
  • Senso di colpa: “A causa mia la nostra famiglia è distrutta”.
  • Tristezza: “Non volevo si arrivasse a tanto”.
  • Paura: “Non oso immaginare quello che potrebbe fare se andassi via”.

Il rischio è che quando emergono, la percezione di pericolo e la reazione di allarme vengono ignorate, portando la vittima di violenza ad abbassare la guardia e a non prendere azioni concrete per salvaguardare la propria incolumità.

Segnali di allarme: quando i meccanismi di difesa possono diventare un ostacolo

Riconoscere i segnali che indicano l'attivazione di un meccanismo di difesa può aiutare a prendere coscienza della situazione e a chiedere aiuto.

Ecco alcuni segnali a cui prestare attenzione:

  • Tendenza a giustificare sempre il partner, anche di fronte a comportamenti violenti o umilianti.
  • Difficoltà a parlare della relazione con amici, familiari o professionisti, oppure cambiamento di argomento quando si affronta il tema.
  • Svalutazione delle proprie emozioni, pensando che "esagero sempre" o "sono troppo sensibile".
  • Isolamento sociale: evitare contatti con persone che potrebbero accorgersi della situazione.
  • Senso di confusione o distacco dalla realtà durante o dopo episodi di violenza.

Se ti riconosci in uno o più di questi segnali, ricorda che non sei sola e che chiedere aiuto può essere un atto di coraggio, non di debolezza.

supporto psicologico donne vittime di violenza
Mart Production - Pexels

Come chiedere aiuto: risorse e primi passi

Riconoscere di aver bisogno di aiuto può essere un passo fondamentale e spesso il più difficile. Se senti che i meccanismi di difesa ti stanno impedendo di vedere con chiarezza la tua situazione o di proteggerti, puoi rivolgerti a professionisti e servizi specializzati.

  • Centri antiviolenza: offrono ascolto, supporto psicologico, consulenza legale e, se necessario, accoglienza protetta. In Italia, il numero nazionale antiviolenza e stalking è il 1522, attivo 24 ore su 24 e gratuito.
  • Professionisti della salute mentale: psicologi e psicoterapeuti possono aiutarti a riconoscere i meccanismi di difesa e a lavorare sulle emozioni che ti bloccano.
  • Rete di supporto: parlare con persone di fiducia, come amici o familiari, può essere un primo passo per rompere l'isolamento.

Ricorda che chiedere aiuto non significa essere deboli, ma prendersi cura di sé e dei propri diritti. Ogni percorso di uscita dalla violenza è unico e merita rispetto e ascolto.

La psicoterapia per le donne vittime di violenza

La terapia con un professionista può essere un valido sostegno per le donne che subiscono violenza. Spesso si tratta di persone che sviluppano un disturbo da stress post traumatico e che necessitano di una presa in carico che sappia comprendere a pieno la complessità della situazione in cui si trovano.

Ogni atteggiamento di biasimo o “costrizione” verso la donna, sarà con tutta probabilità controproducente, andando ad alimentare emozioni bloccanti come vergogna e senso di colpa. Chi subisce violenza ha infatti bisogno di essere compresa, partendo da una posizione di ascolto non giudicante.

Gli obiettivi principali di un percorso psicologico con donne che subiscono o hanno subito violenza includono: favorire una maggiore consapevolezza delle dinamiche relazionali violente e delle difese psicologiche che possono mantenere il legame traumatico. In particolare, è stato osservato che le difese psicologiche altamente adattive sono positivamente correlate con una migliore qualità delle relazioni oggettuali nelle donne vittime di violenza (Porcerelli et al., 2011).

Un altro obiettivo fondamentale è individuare e rafforzare le risorse personali e quelle presenti nell’ambiente, indirizzandole verso realtà presenti sul territorio che si occupano di violenza di genere. Infine, il percorso mira a sostenere le donne nel processo di allontanamento dal loro aggressore, lavorando anche su dimensioni eventualmente presenti nella relazione come la dipendenza e la codipendenza.

Dunque, se senti che i meccanismi di difesa stanno ostacolando la tua capacità di vedere con chiarezza la situazione o di proteggerti, ricorda che non sei sola. Un percorso psicologico può aiutarti a riconoscere questi meccanismi, a lavorare sulle emozioni che ti bloccano e a trovare nuove risorse per prenderti cura di te stessa.

Su Unobravo puoi trovare professionisti pronti ad ascoltarti e accompagnarti, con rispetto e senza giudizio, nel percorso verso il benessere. Se senti che è il momento di fare il primo passo, puoi iniziare il questionario per trovare il tuo psicologo online.

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