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Tipi di psicologia: quanti e quali sono?

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Tipi di psicologia: quanti e quali sono?

La psicologia, il cui nome deriva dal greco e significa “discorso sull'anima”, è la scienza che ci aiuta a comprendere il complesso universo della mente umana. Il suo scopo è studiare le dimensioni, sia consce che inconsce, di emozioni, pensieri e comportamenti, esplorando anche i disturbi che possono derivarne.

Nel corso della sua storia, da questa disciplina si sono sviluppati diversi tipi di psicologia, dando vita a diversi rami e metodologie. Sebbene ogni approccio abbia le sue specificità, tutti condividono un fine ultimo: promuovere il benessere della persona e migliorare la sua qualità di vita, offrendo strumenti per comprendere e gestire i processi della mente, del comportamento e delle relazioni.

Proprio per questa sua vastità, i campi di applicazione della psicologia sono tantissimi e hanno dato vita a diverse branche della psicologia, ognuna specializzata in un settore diverso della vita umana. Orientarsi tra le varie tipologie di psicologia può sembrare complesso, ma è il primo passo per capire quale professionista può fare al caso nostro. Scopriamo insieme quali sono i principali rami della psicologia e qual è il ruolo dello psicologo in ciascuno di essi.

Le principali branche della psicologia

Immaginiamo la psicologia come un grande albero: il tronco è la disciplina di base, mentre i rami rappresentano le diverse specializzazioni. Ognuna di queste branche della psicologia si concentra su un ambito specifico della vita, permettendo ai professionisti di sviluppare competenze mirate. Vediamo insieme quali sono i principali ambiti di applicazione e di cosa si occupano.

  • Psicologia clinica: è forse il ramo più conosciuto. Si occupa della comprensione, prevenzione e intervento nelle difficoltà psicologiche. Aiuta le persone ad affrontare problemi di adattamento, disturbi del comportamento e stati di sofferenza, con l'obiettivo di ripristinare il benessere e promuovere lo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale. Lo psicologo clinico è anche formato per la psicodiagnostica, ovvero la diagnosi dei disturbi psichici attraverso strumenti specifici.
  • Psicologia del lavoro, delle organizzazioni e delle risorse umane: questo ambito esplora la complessa relazione tra l'individuo, il suo lavoro e l'ambiente organizzativo. L'obiettivo è duplice: migliorare l'efficacia delle prestazioni e, soprattutto, promuovere il benessere dei lavoratori. Si occupa di orientamento, consulenza di carriera, formazione e gestione dello stress. Lo psicologo in azienda, infatti, analizza il comportamento delle persone nel contesto professionale, intervenendo anche su problematiche come il burnout.
  • Psicologia dell'età evolutiva: si concentra sui processi di sviluppo cognitivo, emotivo e sociale durante l'infanzia e l'adolescenza. Questo professionista accompagna la crescita, affrontando sfide come difficoltà di apprendimento, disabilità o problematiche comportamentali come il disturbo oppositivo provocatorio. Offre inoltre il suo supporto a genitori, scuole e altre istituzioni per creare un ambiente favorevole allo sviluppo del bambino.
  • Psicologia giuridica e forense: un campo affascinante, spesso confuso con la criminologia, che applica i principi della psicologia al sistema legale. Si occupa di analizzare i processi mentali ed emotivi rilevanti per l'amministrazione della giustizia. Lo psicologo forense interagisce con tutte le figure del processo (imputati, testimoni, vittime, avvocati, giudici) e può essere chiamato a valutare l'integrità psicologica di una persona o a redigere perizie, ad esempio in casi di femminicidio, omicidio o aggressività e violenza.
psicologia branche
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  • Psicologia dell'emergenza: fornisce supporto psicologico in contesti di crisi e situazioni estreme, come catastrofi naturali, incidenti o conflitti. Il suo ruolo è cruciale per aiutare le persone a elaborare l'accaduto e prevenire l'insorgere del disturbo post-traumatico da stress. L'intervento non si limita a chi ha vissuto l'evento in prima persona (vittime primarie), ma si estende anche ai familiari (vittime secondarie) e agli stessi soccorritori (vittime terziarie), che sono a loro volta esposti a un forte carico emotivo.
  • Psicologia dello sport: si focalizza sugli aspetti mentali che influenzano la performance sportiva. Questo professionista lavora con atleti e squadre per potenziare la preparazione mentale, gestire l'ansia da prestazione, migliorare la concentrazione e la motivazione. Non si tratta solo di allenamento individuale: negli sport di squadra, interviene anche per ottimizzare le dinamiche di gruppo e la leadership.
  • Psicologia ambientale: esplora come l'ambiente fisico e sociale in cui viviamo influenzi il nostro benessere e comportamento. Si occupa di temi come la percezione degli spazi, l'impatto dell'urbanizzazione sulla salute mentale e fenomeni attuali come l'eco-ansia, legata alla preoccupazione per la crisi climatica.
  • Psicologia della salute: promuove il benessere e la prevenzione delle malattie analizzando il legame tra mente, corpo e contesto sociale (prospettiva biopsicosociale). Questo professionista aiuta a comprendere come credenze e atteggiamenti possano influenzare le nostre abitudini, intervenendo su comportamenti a rischio per la salute, come una scorretta percezione degli effetti della droga sull’organismo.
  • Psicologia dell'invecchiamento: si dedica al benessere psicologico durante la terza età, una fase della vita ricca di cambiamenti. Affronta le sfide specifiche di questo periodo, come il decadimento cognitivo, il rischio di isolamento sociale, l'adattamento a condizioni mediche, l'elaborazione del lutto e la paura della morte.
  • Psicologia sociale: questa branca studia come i nostri pensieri, sentimenti e comportamenti siano modellati dalla presenza, reale o immaginata, degli altri. Come disse il celebre psicologo Gordon Allport, è un'indagine su come veniamo influenzati dal contesto sociale. Gli psicologi sociali analizzano temi come il pregiudizio, la discriminazione, il conformismo e le dinamiche di gruppo. Tra gli studi più noti di questo campo ci sono l'esperimento di Stanford e l'esperimento di Milgram sull'obbedienza all'autorità.
  • Psicologia di comunità: va oltre l'individuo per analizzare il benessere all'interno dei contesti sociali (quartieri, scuole, associazioni). Sottolinea come la sofferenza psicologica non abbia un'origine solo interiore (intrapsichica), ma sia spesso legata a fattori socioculturali, economici e organizzativi. L'obiettivo dello psicologo di comunità è promuovere l'attiva partecipazione e l'empowerment, ovvero il rafforzamento delle risorse delle comunità e delle persone che ne fanno parte.

Queste sono solo alcune delle principali tipologie di psicologia in cui un professionista può specializzarsi. Il campo è vasto e in continua evoluzione, e chi desidera approfondire può trovare la lista completa qui.

Gli orientamenti psicologici: le diverse “mappe” per la terapia

Se le branche che abbiamo visto sono il 'cosa' (l'area di intervento), gli orientamenti psicologici sono il 'come': rappresentano la lente teorica e metodologica che un terapeuta usa per guidare il percorso. Ogni approccio offre una prospettiva diversa sulla natura della sofferenza e sulle strategie per affrontarla.

La scelta di un orientamento avviene durante la scuola di specializzazione, il percorso formativo che permette a uno psicologo di diventare psicologo e psicoterapeuta. Esistono molti tipi di psicoterapia, ciascuno con un suo modello teorico. Vediamone alcuni tra i più diffusi:

  • Approccio Sistemico-Socio Costruzionista: si focalizza sulle risorse della persona e sul modo in cui il linguaggio e le narrazioni costruiscono la realtà. La terapia esplora le relazioni e i contesti sociali (come la famiglia) per co-creare nuove prospettive e soluzioni.
  • Approccio Sistemico-Relazionale: vede l'individuo non come un'isola, ma come parte di un sistema di relazioni (famiglia, coppia, lavoro). Il sintomo o il problema viene letto come un espressione di una difficoltà all'interno del sistema stesso, e la terapia lavora sulle dinamiche relazionali per generare un cambiamento.
  • Approccio Cognitivo-Comportamentale (TCC): è uno degli approcci più diffusi e si basa sulla stretta correlazione tra pensieri, emozioni e comportamenti. L'idea centrale è che non sono gli eventi in sé a creare sofferenza, ma il modo in cui li interpretiamo. La terapia aiuta a riconoscere e modificare i pensieri disfunzionali e i comportamenti problematici che ne derivano.
  • Approccio Psicodinamico-Psicoanalitico: derivato dalla psicoanalisi, questo approccio esplora come le esperienze passate, specialmente quelle infantili, influenzino il presente. La terapia psicodinamica si concentra sui conflitti interiori e sui meccanismi inconsci che generano sofferenza. Attraverso l'analisi della relazione terapeutica e l'interpretazione, aiuta la persona a raggiungere una maggiore consapevolezza di sé e a risolvere le radici profonde dei suoi problemi.
  • Approccio Psicoanalitico-Relazionale: pur avendo radici nella psicoanalisi, pone un'enfasi centrale sulle relazioni interpersonali, sia reali che interiorizzate. La relazione terapeutica stessa diventa uno strumento fondamentale per comprendere e 'riparare' i modelli relazionali disfunzionali che la persona tende a ripetere nella sua vita, come in un rapporto conflittuale tra madre e figlia adulta.
  • Approccio Analitico-Transazionale: si basa sull'analisi delle 'transazioni', ovvero gli scambi comunicativi tra le persone. Ipotizza che la nostra personalità sia composta da tre stati dell'Io (Genitore, Adulto, Bambino) e aiuta a capire come questi influenzino le nostre interazioni. Un principio cardine è quello dell'okness: ogni persona è degna di valore e rispetto, e ha la capacità di cambiare.
vari tipi di psicologia
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  • Approccio della Gestalt: appartenente alle terapie umanistiche, si concentra sul 'qui e ora' e sull'esperienza diretta. L'obiettivo è aiutare la persona a diventare più consapevole dei propri pensieri, emozioni e sensazioni corporee nel momento presente. Il terapeuta ha un ruolo attivo e stimola il paziente a entrare in contatto con i propri bisogni e a esprimersi in modo autentico.
  • Approccio Cognitivo-Costruttivista: secondo questo orientamento, ognuno di noi costruisce attivamente la propria realtà e il significato che attribuisce alle esperienze. La sofferenza non deriva dagli eventi, ma dal modo in cui li interpretiamo attraverso i nostri schemi personali. Il terapeuta aiuta la persona a diventare più consapevole di questi schemi, a esplorarli e, se necessario, a costruirne di nuovi più funzionali al proprio benessere.
  • Analisi Bioenergetica: questo approccio pone al centro la profonda connessione tra corpo e mente. Si basa sull'idea che le tensioni emotive e i traumi si 'iscrivano' nel corpo sotto forma di blocchi muscolari cronici, che limitano il flusso energetico vitale. La terapia utilizza esercizi fisici, tecniche di respirazione e lavoro sul corpo per sciogliere questi blocchi e liberare le emozioni represse.
  • Approccio Breve Focale Integrato: come suggerisce il nome, è un tipo di terapia a breve termine che si concentra su un focus specifico, ovvero il problema principale che la persona porta in terapia in quel momento. Lavorando sul qui e ora, l'obiettivo è attivare le risorse individuali per risolvere la difficoltà attuale e fornirgli strumenti pratici da poter utilizzare anche in futuro, in autonomia.

Oltre agli orientamenti psicoterapeutici, esistono anche altre aree di alta formazione che uno psicologo può integrare nel suo percorso per offrire un supporto ancora più specifico, ad esempio in:

  • Sessuologia: un campo vasto che integra aspetti psicologici, medici e socioculturali per affrontare le tematiche legate alla sessualità. Si occupa sia di disturbi della sfera sessuale (come disfunzioni erettili o anorgasmia) sia di questioni più ampie come l'identità di genere, l'asessualità o la disforia di genere.
  • Psicologia perinatale: offre supporto ai genitori e alla famiglia durante il delicato periodo che va dal concepimento ai primi anni di vita del bambino. L'obiettivo è promuovere il benessere di tutto il sistema familiare e sostenere i processi evolutivi di neonati e bambini.
  • Psiconcologia: fornisce un supporto psicologico mirato a pazienti e familiari che affrontano una diagnosi di cancro. Aiuta a gestire l'impatto emotivo della malattia, a elaborare l'esperienza e a trovare nuove risorse per affrontare un evento così destabilizzante.

Un approccio integrato: la collaborazione con altri professionisti

Il benessere di una persona è un sistema complesso, e per questo motivo il percorso psicologico può trarre grande beneficio dalla collaborazione con altre figure professionali. Tra i professionisti con cui può collaborare lo psicologo ci sono medici (come pediatri, neurologi e psichiatri), logopedisti, tecnici della riabilitazione, infermieri, dietologi, nutrizionisti e assistenti sociali. In Unobravo, ad esempio, psicologi e psicoterapeuti online possono essere affiancati da:

  • Psichiatra: è un medico specializzato in psichiatria. A differenza dello psicologo, che ha una laurea in psicologia, lo psichiatra può prescrivere farmaci. Questa competenza è fondamentale in molte situazioni, ad esempio per il trattamento di alcuni disturbi come il disturbo borderline di personalità. La collaborazione tra psicologo e psichiatra permette di integrare supporto psicologico e terapia farmacologica, offrendo una cura più completa. Per approfondire, puoi leggere il nostro articolo su come lavorare come psicologo.
  • Nutrizionista: la collaborazione con un nutrizionista è preziosa per affrontare le sfide legate all'alimentazione, come i disturbi del comportamento alimentare, dove gli aspetti emotivi e nutrizionali sono profondamente intrecciati.
  • Personal Trainer: l'attività fisica è un potente alleato del benessere psicologico. Un personal trainer può aiutare a definire un percorso di allenamento che non solo raggiunga obiettivi fisici, ma che contribuisca anche a migliorare l'umore, ridurre lo stress e aumentare l'autostima.

Quando rivolgersi a uno psicologo?

Di fronte a così tanti tipi di psicologia e approcci, è naturale chiedersi: quando è il momento giusto per rivolgersi a uno psicologo? La risposta è che non c'è un'unica regola: ogni volta che senti un bisogno, una difficoltà o semplicemente il desiderio di capirti meglio, è possibile trovare il professionista adatto ad accompagnarti.

Come abbiamo visto, le discipline psicologiche offrono un'ampia gamma di strumenti per affrontare e gestire le sfide della vita, che si tratti di difficoltà clinicamente significative o di problemi, grandi o piccoli, che toccano la nostra quotidianità.

Tuttavia, proprio questa ricchezza di opzioni può rendere la scelta dello psicologo a cui affidarsi un passo complicato. Per rispondere a questa esigenza, Unobravo ha sviluppato un sistema di matching pensato per aiutarti a trovare, tra più di 7.000 professionisti, quello più in linea con le tue esigenze e preferenze uniche.

Il processo è semplice: basta compilare il questionario. Una volta ricevuto l'abbinamento con il professionista, potrai svolgere un primo colloquio conoscitivo gratuito, per sentire se si è creata la giusta sintonia.

A seconda delle tue necessità, il percorso potrà variare per durata e metodo, e potrà svolgersi online, come con gli psicologi di Unobravo, in presenza o con uno psicologo a domicilio. Al di là di ogni approccio, però, un principio rimane fondamentale: la qualità della relazione terapeutica e la creazione di un setting terapeutico sicuro. Questi elementi sono il cuore di ogni percorso di benessere e crescita personale.

Salute Mentale

Il sintomo arriva per guarirci

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Il sintomo arriva per guarirci

In Egitto, dopo la morte e prima della mummificazione, ogni organo veniva riposto in un vaso con la forma della testa di un animale, a significare che ad ogni parte del corpo corrispondesse una divinità e in esso fosse riposta la sua intelligenza. Oggi ricordiamo di avere un corpo soltanto quando inizia a cadere a pezzi e lo malediciamo senza renderci conto che può comunicare con noi, rivelandoci i nostri bisogni attraverso la propria voce interiore: il sintomo.

La parola “sintomo” deriva dal greco symptoma e significa “ciò che accade insieme, evento concomitante ”, da syn- ('insieme') e piptein ('cadere'), suggerendo qualcosa che 'cade insieme' a una condizione sottostante..

Per la psicologia junghiana il sintomo è teleologico, cioè ha uno scopo, è una soluzione creativa che permette la trasformazione. Una psiche malata, sofferente e tormentata impone un arresto e una resa. Quando i nostri bisogni vengono rinnegati, arriva il sintomo, affinché quella parte non riconosciuta possa trovare spazio di espressione e realizzazione.

Accade così che anche i desideri inconsci e gli impulsi in contrasto con la coscienza morale e con il modo in cui ci raccontiamo di dover essere, vengono rimossi e riemergono attraverso la malattia per esistere, per essere ascoltati ed integrati nella coscienza.

Il sintomo è una possibilità

Abituati a far scivolare la vita nelle routine e nei doveri, tralasciamo costantemente il corpo e l'anima, dimenticando che sono dimensioni essenziali del nostro essere, non semplici strumenti da usare in funzione dei nostri obiettivi. Grazie al dolore iniziamo a:

  • osservarci;
  • sentire la nostra vulnerabilità;
  • riflettere su noi stessi.
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Arriva così inaspettato il sintomo, che si insinua e arresta il nostro solito modo di muoverci nel mondo. Rompe un equilibrio per portare in quel ritmo di vita una presenza più consapevole di sé. Guardando in quella rottura e ascoltando il sintomo, possiamo ritrovare nuovi modi di:

  • essere;
  • riflettere sulla strada che stiamo percorrendo;
  • ritrovare una vita piena di senso.

Il sintomo è una voce che proviene dall’inconscio e catapulta la nostra attenzione dal mondo fuori al mondo dentro.

Dialogare con una voce interiore

Lottando contro il sintomo, i nostri dolori possono forse placarsi, anestetizzati dai farmaci; ma, se non ne comprendiamo il significato, torneranno a farci visita sotto altre forme, ancora più prepotenti e invalidanti. Al contrario, se attiviamo un dialogo con il sintomo, esso può indicarci una nuova via: lasciandoci guidare, possiamo ristabilire un’armonia più autentica con noi stessi.

‍‍Cos'è un sintomo? Definizione ed etimologia

Un sintomo è una manifestazione soggettiva di un malessere o di una malattia, percepita e riportata dalla persona che la sperimenta. A differenza di un 'segno', il sintomo non è oggettivamente misurabile, ma viene riferito dalla persona che lo sperimenta.

La differenza tra sintomo, segno e sindrome

Nel linguaggio comune e medico, è importante distinguere tra tre termini correlati:

  • Sintomo: una sensazione soggettiva riportata dal paziente (es. 'sento nausea', 'ho mal di testa').
  • Segno: un'evidenza oggettiva e misurabile rilevata da un professionista sanitario (es. febbre a 38.5°C, eruzione cutanea).
  • Sindrome: un insieme caratteristico di segni e sintomi che si presentano insieme e definiscono un quadro clinico specifico.

Le diverse tipologie di sintomi

I sintomi possono essere classificati in vari modi per comprenderli meglio:

  • Sintomi fisici: riguardano il corpo (es. dolore, affaticamento, vertigini).
  • Sintomi psicologici o emotivi: riguardano la sfera mentale ed emotiva (es. ansia, tristezza, irritabilità, attacchi di panico).
  • Sintomi cognitivi: impattano le funzioni mentali (es. difficoltà di concentrazione, perdita di memoria).
  • Sintomi comportamentali: si manifestano attraverso le azioni (es. isolamento sociale, insonnia, cambiamenti nell'appetito).

Il sintomo come messaggio: il significato in psicologia

Dal punto di vista psicologico, in particolare nell'approccio junghiano, il sintomo non è solo un disturbo da eliminare, ma un messaggio dell'inconscio. È una 'soluzione creativa' che la nostra psiche adotta per portare alla luce un bisogno inascoltato, un conflitto interiore o una parte di noi che chiede di essere riconosciuta e integrata. Ascoltare il sintomo significa aprire un dialogo con la nostra interiorità per ritrovare un nuovo equilibrio.

Dal sintomo alla consapevolezza: inizia il tuo percorso

Comprendere un sintomo, sia esso fisico o psicologico, è il primo passo per prendersi cura di sé. Non è un nemico da combattere, ma un alleato che ci invita a guardarci dentro. Se senti che i tuoi sintomi stanno cercando di dirti qualcosa, un percorso psicologico può aiutarti a decifrare il messaggio e a trasformare il malessere in un'opportunità di crescita.

Un terapeuta può offrirti uno spazio sicuro per esplorare ciò che senti e trovare le strategie giuste per stare meglio. Se vuoi iniziare a capire cosa si nasconde dietro i tuoi sintomi, noi siamo qui per ascoltarti. Inizia il questionario per trovare il tuo psicologo online.

Salute Mentale

Quando il corpo parla: i disturbi psicosomatici

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Quando il corpo parla: i disturbi psicosomatici

L’imbarazzo che fa arrossire, la paura che fa sudare freddo e l’amore che fa battere il cuore. Sono esperienze comuni che ci mostrano in modo diretto e inequivocabile quanto il nostro corpo, le nostre emozioni e i nostri sentimenti siano un’unica complessa realtà, strettamente legata e in continuo dialogo.

È proprio su questo dialogo che si fonda la scienza psicosomatica. Il termine stesso, che deriva dal greco psyché (anima) e soma (corpo), racchiude l'essenza del suo approccio: considerare mente e corpo come due facce della stessa medaglia, inseparabili e in costante interazione.

Questo legame tra mente e corpo, oggi ampiamente riconosciuto, spiega come stati emotivi intensi o prolungati possano innescare reazioni fisiologiche concrete, che a volte sfociano in vere e proprie malattie psicosomatiche. In questi casi, potremmo dire che il corpo ci parla: quando la mente non riesce a elaborare o esprimere un dolore, un conflitto o un'emozione, il corpo può farsene carico, trasformando il malessere psicologico in sintomi psicosomatici tangibili. In questo articolo esploreremo cosa sono i disturbi psicosomatici, da cosa possono essere causati e come è possibile affrontarli per ritrovare il benessere.

disturbi somatici
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Cosa sono i disturbi psicosomatici?

Può capitare di avvertire malesseri e dolori fisici persistenti, rivolgersi al proprio medico e, dopo una serie di esami, sentirsi dire che "non c'è nulla che non va". Questa esperienza può essere frustrante e disorientante, perché il dolore è reale, ma sembra non avere una causa medica evidente.

È proprio in queste situazioni che si può iniziare a parlare di disturbi psicosomatici. Con questo termine ci si riferisce alla presenza di sintomi fisici concreti e talvolta invalidanti (i cosiddetti dolori psicosomatici) che non trovano una spiegazione in una condizione medica definita. La loro origine, con buona probabilità, è da ricercare in un conflitto o in un disagio psicologico che, non trovando altre vie d'uscita, si manifesta attraverso il linguaggio del corpo.

Quali sono le cause dei disturbi psicosomatici?

I sintomi psicosomatici tendono a manifestarsi quando il nostro organismo si trova a gestire una condizione di emergenza prolungata. Questa emergenza non è necessariamente un evento esterno, ma può derivare da emozioni inespresse o irrisolte, come un'ansia che ci portiamo dentro da anni, una rabbia che non riusciamo a sfogare o vecchi rancori mai superati. È come se il corpo fosse costantemente in allerta.

È importante chiarire che non sono l'ansia, la paura o lo stress in sé a causare il problema. Queste sono emozioni umane, naturali e spesso utili alla nostra crescita. Il punto di rottura si verifica quando l'intensità di queste emozioni supera una certa soglia o, più comunemente, quando lo stress psicosomatico perdura troppo a lungo, senza darci la possibilità di elaborarlo in modo sano. È a quel punto che il disagio emotivo può tradursi in malattie psicosomatiche da stress.

Alessitimia e disturbi di natura psicosomatica

Un fattore strettamente legato ai disturbi di natura psicosomatica è l'alessitimia, una condizione psicologica che comporta una notevole difficoltà nell'identificare, descrivere e distinguere le proprie emozioni dalle sensazioni fisiche. Chi ne soffre può percepire la propria vita emotiva come piatta o avere un pensiero orientato quasi esclusivamente all'esterno, faticando a entrare in contatto con il proprio mondo interiore.

La ricerca scientifica ha esplorato a fondo la connessione tra alessitimia e disturbi psicosomatici. L'ipotesi prevalente è che l'incapacità di elaborare e verbalizzare le emozioni spinga il corpo a trovare un canale alternativo per \"esprimere\" quel disagio. Ad esempio, uno studio dell’Università di Roma Sapienza ha riscontrato una maggiore incidenza di alessitimia in persone con ipertensione. I ricercatori hanno ipotizzato che questi individui, essendo meno capaci di elaborare consapevolmente le proprie emozioni, tendano a esprimerle principalmente attraverso risposte fisiologiche, come appunto un aumento della pressione.

sintomi psicosomatici
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Il sistema nervoso e i disturbi psicosomatici

Per comprendere come un'emozione possa trasformarsi in un sintomo fisico, è utile guardare al nostro sistema nervoso. Il legame tra mente e corpo non è un concetto astratto, ma una realtà biologica gestita dal sistema nervoso autonomo (SNA), che regola le funzioni involontarie come il battito cardiaco, la digestione e la respirazione.

Il SNA si divide principalmente in due rami con funzioni opposte:

  • Il sistema nervoso simpatico:è il nostro “acceleratore”: si attiva in situazioni di stress o pericolo, preparando il corpo all’azione (la risposta di “lotta o fuga”). Aumenta la frequenza cardiaca, irrigidisce i muscoli e rilascia ormoni come il cortisolo.
  • Il sistema nervoso parasimpatico: è il nostro \"freno\". Favorisce il rilassamento, la digestione e il recupero delle energie (la risposta di \"riposo e digestione\").

Nelle persone che manifestano disturbi psicosomatici, spesso l'\"acceleratore\" rimane costantemente premuto. Lo stress cronico, l'ansia persistente o i conflitti emotivi irrisolti mantengono il sistema simpatico in uno stato di perenne attivazione. I sintomi fisici, quindi, non sono altro che la manifestazione di un corpo che vive in un continuo stato di emergenza. Non è un segno di debolezza, ma una risposta fisiologica a un carico emotivo diventato insostenibile.

Quali sono i sintomi psicosomatici più comuni?

I disturbi psicosomatici possono manifestarsi in quasi ogni parte del corpo. È fondamentale ricordare che, prima di attribuire un sintomo a una causa psicologica, è sempre necessario escludere origini organiche con il proprio medico. Detto questo, ecco un elenco di alcuni dei sintomi psicosomatici e delle malattie psicosomatiche più comuni, raggruppati per apparato.

  • Disturbi dell’apparato gastrointestinale: lo stomaco e l'intestino sono spesso i primi a risentire dello stress. Nausea psicosomatica, vomito psicosomatico, bruciore di stomaco, diarrea, colite e gastrite possono essere segnali di un'ansia somatizzata allo stomaco.
  • Disturbi dell’apparato cardiocircolatorio: aritmie, ipertensione, tachicardia o un improvviso senso di svenimento possono essere legati all'ansia psicosomatica, specialmente quando si tenta senza successo di controllare queste reazioni fisiche.
  • Disturbi dell’apparato urogenitale: dolori e irregolarità del ciclo mestruale, disfunzioni erettili o dell’eiaculazione, disturbi della minzione e condizioni come la vulvodinia possono avere una forte componente psicologica.
  • Disturbi della pelle: la pelle è uno specchio delle nostre emozioni. Acne, dermatite psicosomatica, prurito, orticaria, secchezza cutanea e delle mucose o un'eccessiva sudorazione notturna da ansia possono essere manifestazioni cutanee di un disagio interiore.
  • Disturbi neuromuscolari: cefalea tensiva o emicrania, dolori diffusi come mal di schiena e mal di gola, rigidità muscolare, crampi e debolezza. Anche sensazioni come il formicolio psicosomatico, il tremore interno psicosomatico, sbandamenti, vertigini, bruxismo e persino lo svenimento per cause psicologiche rientrano in questa categoria.

Caratteristiche comuni dei disturbi psicosomatici

All'interno della psicologia della salute, i disturbi psicosomatici sono spesso accomunati da alcune caratteristiche ricorrenti che aiutano a comprenderne la natura:

  • Vulnerabilità individuale: un evento stressante o difficile può innescare un sintomo somatico, specialmente se tocca una ferita emotiva passata, come un trauma non elaborato.
  • Cronicizzazione: il malessere tende a diventare cronico quando sia lo stimolo emotivo (lo stress) sia la risposta fisica (il sintomo) si protraggono nel tempo.
  • Origine multifattoriale: la causa non è quasi mai una sola. L'insorgenza di un disturbo psicosomatico dipende da un intreccio complesso di fattori biologici, psicologici e sociali.
  • Somatizzazione: è il meccanismo centrale, il \"salto\" che il disagio compie dalla sfera puramente psicologica a quella fisica, manifestandosi come sintomo corporeo.

cause disturbi psicosomatici
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Una lettura relazionale dei disturbi psicosomatici

Un’interessante prospettiva sui disturbi psicosomatici ci viene offerta dall'approccio sistemico-relazionale. Lo psichiatra e psicoterapeuta Salvador Minuchin, per esempio, ha ipotizzato che la persona che sviluppa sintomi psicosomatici possa essere inserita in un sistema familiare con dinamiche disfunzionali.

Secondo questa lettura, le relazioni familiari potrebbero essere caratterizzate da:

  • Ipercoinvolgimento: un'eccessiva intrusività e una tendenza dei vari membri a occuparsi costantemente degli altri, confondendo i confini personali.
  • Iperprotettività: un atteggiamento eccessivamente protettivo che può ostacolare lo sviluppo dell'autonomia individuale.
  • Rigidità: una forte resistenza al cambiamento, come la naturale crescita dei figli e il loro svincolo dalla famiglia d'origine.
  • Evitamento dei conflitti: una difficoltà a riconoscere e affrontare i disaccordi, che rimangono così latenti e irrisolti, generando una tensione costante.

Come si possono affrontare i disturbi psicosomatici?

Se ti stai chiedendo come eliminare i disturbi psicosomatici, il primo passo fondamentale, come già sottolineato, è un'accurata valutazione medica per escludere qualsiasi causa di natura organica. Solo dopo aver accertato che sintomi come nausea psicosomatica o vomito psicosomatico non hanno origine fisica, si può intraprendere un percorso mirato al benessere psicologico.

Escludendo un approccio puramente farmacologico, gli interventi terapeutici si rivelano particolarmente efficaci. Un percorso psicologico può aiutare a:

  • Sviluppare una maggiore autonomia e consapevolezza di sé.
  • Imparare a riconoscere, nominare ed esprimere i conflitti e le emozioni difficili.
  • Trovare strategie più efficaci per gestire lo stress e le proprie reazioni emotive.
  • Accogliere il cambiamento come un'opportunità di crescita personale.

Affrontare i disturbi psicosomatici significa intraprendere un viaggio di ascolto del proprio corpo e delle proprie emozioni. Rivolgersi a uno psicologo che lavora su tematiche legate ai disturbi psicosomatici può essere il passo decisivo per esplorare questo legame in uno spazio sicuro e non giudicante, e per trasformare finalmente il sintomo da nemico a messaggero.

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Attacchi d’ansia: come riconoscerli e gestirli

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Attacchi d’ansia: come riconoscerli e gestirli

Quando uno stato ansioso si intensifica, può capitare che si manifesti un attacco di ansia, un'esperienza che, a seconda della sua forza, rischia di interferire con la vita di tutti i giorni. Vivere un episodio simile può lasciare disorientati e pieni di domande. Basti pensare che, secondo un recente report del Global Burden of Disease Study, si stima che oltre 301 milioni di persone nel mondo soffrano di disturbi d'ansia (Bhattacharya et al., 2022). In questo articolo esploreremo insieme cosa sono esattamente gli attacchi d'ansia, come imparare a riconoscerli e quali strategie si possono adottare per gestirli e ritrovare la propria serenità

Cos'è un attacco d'ansia?

Un attacco d'ansia è un'esperienza intensa e improvvisa di paura o disagio, che può manifestarsi anche quando non c'è un pericolo reale. Non è semplicemente "sentirsi un po' ansiosi"; è una reazione travolgente che coinvolge sia la mente che il corpo. Molte persone che lo sperimentano per la prima volta si spaventano, pensando di avere un problema fisico grave. Comprendere di cosa si tratta è il primo passo per imparare a gestirlo e a non sentirsi sopraffatti.

Come riconoscere un attacco di ansia: i sintomi

Nel linguaggio di tutti i giorni, il termine "attacco d'ansia" viene spesso usato per descrivere momenti di ansia molto intensa. Sebbene ogni esperienza sia personale, esiste un insieme di segnali comuni che possono aiutarci a capire cosa sta succedendo. Riconoscere i sintomi di un attacco di ansia, sia fisici che mentali, è il primo passo per affrontarlo con maggiore consapevolezza.

A livello psicologico, un attacco d'ansia si manifesta come un'ondata di paura e preoccupazione che può sembrare ingestibile. Tra i sintomi psicologici degli attacchi d'ansia più comuni possiamo trovare:

  • tensione
  • timore
  • angoscia
  • apprensione
  • panico
  • preoccupazione di tipo ansioso.

Attacchi di ansia: i sintomi fisici

Cosa si prova a livello fisico durante un attacco d'ansia? Il corpo reagisce a quella che percepisce come una minaccia attivando una primordiale risposta di 'attacco o fuga'. Questa reazione, pensata per proteggerci da un pericolo reale, scatena una serie di sintomi fisici intensi e talvolta spaventosi.

Queste manifestazioni possono essere così forti da essere confuse con problemi medici gravi, e in alcuni casi possono evolvere in veri e propri sintomi psicosomatici, dove il disagio emotivo si traduce in un malessere fisico tangibile.

Le sensazioni fisiche possono essere diverse e travolgenti. Tra le più comuni troviamo la mancanza di respiro o la respirazione affannosa, ma anche:

  • tensione muscolare e tremori
  • vampate di calore, febbre
  • nausea, vomito, diarrea o altri sintomi di ansia allo stomaco
  • vertigini o sensazioni di stordimento
  • tachicardia
  • sudorazione diurna o sudorazione notturna da ansia
  • la sensazione di avere la mente confusa, di vuoto mentale, maggiore distraibilità, difficoltà nel mantenere la concentrazione
  • deficit mnemonici.

Attacchi di ansia notturni

L'ansia non sempre si placa con il calare del sole. A volte, può manifestarsi con attacchi di ansia notturni, che possono svegliare di soprassalto e lasciare una profonda sensazione di spavento e confusione. Questi episodi possono essere innescati da un periodo di forte stress o da eventi traumatici non ancora elaborati.

Le cause degli attacchi di ansia notturni possono essere complesse. A volte, la radice del problema risiede nella paura di perdere il controllo che il sonno, uno stato di 'incoscienza', può rappresentare. Simbolicamente, questo può collegarsi a paure più profonde, come la paura di morire. Altre volte, il rimuginio serale, ovvero quel flusso di pensieri e preoccupazioni sul futuro, può tenere la mente in uno stato di allerta che sfocia in un attacco durante la notte.

Anche eventi di vita percepiti come positivi, come un matrimonio o la nascita di un figlio, possono generare uno stress tale da innescare questi episodi. È importante sapere che i sintomi sono gli stessi di un attacco diurno: palpitazioni, sudorazione, vertigini e nausea possono colpire anche nel cuore della notte.

come ci si sente dopo un attacco di ansia
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Differenza tra attacco di panico e ansia

Spesso si usano i termini 'attacco d'ansia' e 'attacco di panico' in modo intercambiabile, ma è utile capire la differenza tra attacco di panico e ansia. Un attacco d'ansia, di solito, è legato a una preoccupazione o a una situazione stressante specifica e tende a crescere gradualmente. Un attacco di panico, invece, è spesso inaspettato e travolgente.

La caratteristica principale degli attacchi di panico è che sono improvvisi e raggiungono un picco di intensità in pochi minuti, spesso accompagnati dalla sensazione di perdere il controllo, impazzire o addirittura morire. Chi li sperimenta può sviluppare un'ansia anticipatoria, ovvero la paura che l'attacco si ripeta, portando a evitare luoghi o situazioni. Quando questi attacchi diventano ricorrenti, si può parlare di disturbo di panico, una condizione che può associarsi ad altri disturbi come l'agorafobia, la depressione o il disturbo borderline di personalità.

Quanto dura un attacco di ansia e quali conseguenze può avere

Una delle domande più comuni è: quanto dura un attacco di ansia? Non esiste una risposta unica, perché l'intensità, la durata e la frequenza sono strettamente personali e dipendono da molti fattori, incluse le cause scatenanti. Generalmente, il picco si raggiunge in circa 10-20 minuti, ma la sensazione di spossatezza e agitazione può durare più a lungo.

Al di là della durata del singolo episodio, l'impatto sulla vita di una persona può essere profondo. Vivere con la paura di un nuovo attacco può portare a cambiamenti significativi nel comportamento, come:

  • un senso di impotenza e la sensazione di non avere il controllo;
  • l'evitamento di luoghi o situazioni che si teme possano scatenare l'ansia;
  • un progressivo isolamento sociale per paura di stare male davanti agli altri;
  • un calo del rendimento a scuola o sul lavoro, a causa della difficoltà di concentrazione;
  • una perdita di autonomia e fiducia nelle proprie capacità.

Questo stato di cose può favorire l'insorgere di altre difficoltà. Esiste, ad esempio, un forte legame tra attacchi di ansia e agorafobia, ovvero la paura di trovarsi in luoghi o situazioni da cui sarebbe difficile allontanarsi o ricevere aiuto. Allo stesso modo, la convivenza con gli attacchi di ansia e la depressione è un'associazione frequente: il senso di impotenza e l'isolamento possono infatti portare, nel tempo, a una vera e propria depressione reattiva.

Quali sono le cause degli attacchi d'ansia?

Capire quali sono le cause degli attacchi di ansia è un passo fondamentale per imparare a gestirli. Non esiste quasi mai un'unica ragione, ma piuttosto una combinazione di fattori di vulnerabilità che predispongono una persona a sperimentare stati ansiosi. La ricerca scientifica continua a esplorare queste dinamiche complesse.

Oltre a una possibile predisposizione genetica o temperamentale, un ruolo importante è giocato dall'ambiente familiare in cui cresciamo. Tuttavia, le cause possono essere ancora più ampie e intrecciarsi tra loro. Tra le più comuni troviamo:

  • esperienze e momenti di vita, ad esempio: la poca esperienza di rapporti sessuali, potrà provocare ansia da prestazione sessuale, si potranno provare attacchi di ansia durante il ciclo mestruale, oppure dopo un lutto, o avere attacchi d'ansia in gravidanza, causati dalla paura del parto
  • modalità di pensiero disadattive: la persona può avere la "mania del controllo", cioè la continua ricerca di certezza assoluta che possa impedire che si avverino le possibilità negative oppure avere un'autovalutazione negativa, cioè la tendenza a valutare negativamente le proprie capacità pratiche che provoca, in alcuni casi, anche la rabbia per la mancanza di autocontrollo emotivo.
  • ambiente sociale e i fattori sociali come il momento storico: pensiamo all'ansia da covid o agli attacchi di ansia e caldo, frequenti in chi risente dei cambiamenti meteorologici o soffre di solastalgia.
attacchi di ansia come calmarsi
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Attacchi di ansia: cosa fare e come gestirli

Nel momento in cui si manifesta un attacco d'ansia, sentirsi sopraffatti è normale. Tuttavia, esistono strategie pratiche per riprendere il controllo. Sapere come calmare un attacco di ansia può fare una grande differenza. Il primo passo è agire sul corpo per calmare la mente: prova a ristabilire un respiro regolare. La respirazione diaframmatica per l'ansia è uno strumento potente: concentrarsi su un respiro lento e profondo aiuta a ridurre l'intensità delle sensazioni fisiche e a creare uno spazio per accogliere l'emozione senza esserne travolti.

Se l'ansia diventa un ostacolo significativo nella tua vita, intraprendere un percorso psicoterapeutico può essere la scelta giusta. Un professionista della salute mentale può aiutarti a calmare gli attacchi di ansia in modo strutturato, lavorando insieme a te su:

  • la scoperta e analisi delle cause che hanno scatenato questa problematica
  • la creazione di nuovi modelli di comportamento che il paziente può adottare per controllare gli attacchi d'ansia e imparare a gestirli.

In alcuni casi, un percorso psicologico può essere affiancato da un trattamento farmacologico, sempre sotto stretto controllo medico, per gestire i sintomi più intensi. Parallelamente, per imparare a gestire le reazioni fisiche come le palpitazioni o i tremori interni da ansia, le tecniche di rilassamento per l'ansia si sono dimostrate molto efficaci. Tra queste troviamo:

  • il training autogeno
  • il rilassamento muscolare progressivo di Jacobson
  • la respirazione diaframmatica.

Anche gli approcci basati sulla mindfulness per l'ansia offrono strumenti preziosi per la gestione degli attacchi, aiutando a osservare i propri pensieri e le proprie emozioni senza giudizio. Queste pratiche, a volte, possono essere arricchite da elementi sensoriali, come i suoni della natura: non a caso, si dice che il mare faccia bene all'ansia, perché il suo suono ritmico può favorire uno stato di calma e connessione con il presente.

Combattere gli attacchi d'ansia con la terapia psicologica

Un percorso psicologico offre strumenti concreti per superare le crisi d'ansia. Con gli psicologi online di Unobravo, inclusi psicologi con esperienza in disturbi d'ansia, è possibile trovare il professionista più adatto per affrontare gli attacchi di ansia attraverso specifici approcci psicoterapici.

L'obiettivo principale è aiutare la persona ad assumere un ruolo attivo nel proprio percorso di cura. Questo significa spostare il proprio locus of control da esterno a interno, imparando a fare affidamento sulle proprie risorse per capire l'origine degli attacchi e sviluppare strategie per gestirli.

Tra i vari approcci, la terapia cognitivo-comportamentale è scientificamente riconosciuta come uno dei trattamenti più efficaci per la gestione dell'ansia.

All'interno di tale approccio si distinguono due filoni principali volti alla cura psicologica dell'ansia:

  • la terapia cognitiva standard
  • la terapia metacognitiva.

La terapia cognitivo-comportamentale standard‍

La terapia cognitivo-comportamentale per l'ansia aiuta la persona a sviluppare una maggiore capacità di tollerare, affrontare e accettare le proprie difficoltà. L'obiettivo è comprendere il proprio funzionamento mentale in relazione alla propria storia personale. Sebbene l'intervento sia personalizzato, alcuni elementi sono centrali nel percorso:

  • la psico-educazione, ossia il fornire ai pazienti informazioni circa la natura dell'ansia, incrementando così la loro comprensione dell'emozione e dei suoi meccanismi
  • il lavoro sui pensieri automatici negativi e sulle credenze relative a sé stessi, che aiuta a comprendere perché viene un attacco d'ansia.

La terapia metacognitiva (MCT)

La terapia metacognitiva per l'ansia (MCT) si concentra non tanto sul contenuto dei pensieri, ma sul modo in cui pensiamo. L'attenzione si sposta sui fattori che mantengono attivo il disturbo d'ansia, come il rimuginio o la tendenza a monitorare costantemente le minacce.

Il percorso terapeutico aiuta la persona a riflettere su:

  • le proprie credenze (positive e negative) riguardo certi stili di pensiero (ad esempio, 'preoccuparmi mi aiuta a essere preparato');
  • gli aspetti comportamentali che, involontariamente, alimentano e rafforzano l'ansia.

Quando gli attacchi d'ansia richiedono un aiuto professionale

Vivere un attacco d'ansia può essere un'esperienza spaventosa e isolante, ma è importante ricordare che non sei solo e che esistono strategie efficaci per gestirli. Riconoscere i sintomi, comprendere le cause e apprendere tecniche di gestione sono passi fondamentali per riprendere il controllo. Se senti che gli attacchi d'ansia stanno limitando la tua vita quotidiana, le tue relazioni o il tuo benessere, potrebbe essere il momento di considerare un supporto professionale. Un percorso psicologico può offrirti uno spazio sicuro per esplorare le radici della tua ansia e fornirti strumenti personalizzati per affrontarla. Ricorda, chiedere aiuto è un atto di forza e il primo passo verso il recupero della tua serenità. Se ti senti pronto a iniziare questo percorso, puoi iniziare il questionario per trovare il tuo psicologo online.

Ansia

L’ansia sociale o fobia sociale

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L’ansia sociale o fobia sociale

Vi racconto la storia di Emma. Emma è da sempre considerata una persona timida. Anche da bambina stava spesso in disparte e aveva pochi amici. Crescendo, ha iniziato a sentire sempre più il peso della sua timidezza. Oggi che è adulta, Emma riferisce di provare spesso paura del giudizio degli altri, paura di fare brutta figura, ansia e imbarazzo quando si trova con i colleghi.

"Il momento peggiore è durante la pausa pranzo: sento addosso gli occhi di tutti e mi sento come un pesce fuor d'acqua. Non so mai cosa dire e quando mi fanno una domanda mi imbarazzo moltissimo, divento tutta rossa e mi sento un'idiota".

Si tratta probabilmente di disturbo di ansia sociale (o fobia sociale) che provoca, come leggiamo dal racconto di Emma, l'ansia di stare con le persone, la paura della folla, la paura di essere giudicati male e, in generale, il sentirsi a disagio con le persone.

La storia di Emma è un'esperienza in cui molte persone possono riconoscersi. Sentirsi bloccati dalla paura del giudizio altrui è una sofferenza reale, che merita di essere compresa. In questo articolo esploreremo insieme che cos'è l'ansia sociale, o fobia sociale, e come si manifesta. Analizzeremo i sintomi dell'ansia sociale per distinguerla dalla semplice timidezza, indagheremo le possibili cause alla base di questo disturbo e vedremo quali sono i percorsi più efficaci per affrontarla e riprendere in mano la propria vita.

Che cos’è l’ansia sociale?

L'ansia sociale, conosciuta anche come fobia sociale, è un disturbo psicologico che rientra nella famiglia dei disturbi d'ansia. La sua caratteristica principale è una paura intensa e sproporzionata che emerge nelle situazioni sociali, ovvero in tutti quei contesti in cui ci si sente esposti allo sguardo e al possibile giudizio degli altri. Non si tratta di un semplice imbarazzo, ma di un vero e proprio terrore che può bloccare la persona. Generalmente, questa condizione è caratterizzata da:

  • un'intensa paura di affrontare le situazioni in cui si è esposti al giudizio degli altri
  • la paura di non essere all'altezza nel confronto con gli altri
  • la tendenza a valutare se stessi in maniera negativa per il fatto di provare dei sintomi durante le situazioni temute.

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), per poter parlare di disturbo d'ansia sociale, devono essere presenti alcuni elementi chiave:

  • Una paura o ansia marcate e persistenti riguardo a una o più situazioni sociali in cui si è esposti al possibile giudizio degli altri.
  • Il timore di agire in modo imbarazzante o di mostrare i sintomi dell'ansia (come arrossire, tremare, sudare), con la convinzione che questi verranno valutati negativamente, portando a umiliazione o rifiuto.
  • Le situazioni sociali temute provocano quasi sempre una risposta di paura o ansia immediata, che può sfociare in insicurezza o attacchi d'ansia.
  • La persona tende a evitare attivamente le situazioni sociali, oppure ad affrontarle con un senso di terrore e un disagio molto intenso.

All'ansia sociale sperimentata in specifiche situazioni possono poi seguire fobie secondarie. Pensiamo a un bambino con disturbo specifico dell'apprendimento (DSA) che comporta difficoltà di lettura. In contesti come la scuola, dove è richiesta la lettura di brani ad alta voce, quel bambino potrebbe sentirsi esposto al giudizio altrui e sperimentare forte ansia alla vista delle parole scritte, soprattutto quelle più difficili da decodificare. Quel bambino è possibile non solo che sviluppi una fobia delle parole lunghe, ma anche ansia sociale.

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*Non ha valore diagnostico e non sostituisce una diagnosi professionale

I sintomi dell’ansia sociale

Riconoscere i sintomi dell'ansia sociale è il primo passo per darle un nome. Spesso, infatti, il malessere si manifesta non solo a livello emotivo, ma anche con reazioni fisiche molto intense, che possono spaventare e confondere. È importante imparare a distinguerli da un normale imbarazzo. Mentre la timidezza è un tratto del carattere, la fobia sociale si esprime attraverso un quadro di sintomi più definito e invalidante. Tra i sintomi fisici più comuni troviamo:

Se queste reazioni fisiche, unite alla paura del giudizio e a una profonda difficoltà a interagire, iniziano a limitare la vita di tutti i giorni, è possibile che si tratti di fobia sociale. Un criterio importante per la valutazione è la persistenza: se la paura, l'ansia o l'evitamento delle situazioni sociali durano da almeno sei mesi e causano un disagio significativo, compromettendo la sfera relazionale, lavorativa o altre aree importanti della vita, è fondamentale non sottovalutare il problema.

ansia sociale adolescenza
Dominika Roseclay - Pexels

L’ansia sociale nei bambini e negli adolescenti

L'ansia sociale non ha età. Nei bambini, può manifestarsi in modi diversi rispetto agli adulti: crisi di pianto, scoppi di collera, il bloccarsi completamente (freezing), la tendenza ad aggrapparsi ai genitori o il rifiuto di parlare in contesti sociali. Possono anche sviluppare una paura intensa di essere osservati (scopofobia). Durante l'adolescenza, queste dinamiche possono intensificarsi. La pressione del gruppo dei pari, la paura di essere esclusi (nota anche come FOMO) e il timore di subire critiche sul proprio aspetto fisico (bodyshaming) possono diventare fonti di grande sofferenza.

Alcune delle conseguenze gravi della fobia sociale in adolescenza possono essere l'uso di alcol o droghe, disordini alimentari, una completa chiusura in se stessi (pensiamo al fenomeno degli Hikikomori, in cui ansia e ritiro sociale sono le immediate manifestazioni del disagio psicologico della persona).

Come riconoscere l'ansia sociale: quando la timidezza diventa un problema

Molte persone si chiedono se la loro sia semplice timidezza o qualcosa di più profondo. È una domanda legittima, perché la linea di confine può sembrare sottile. Tuttavia, esistono differenze importanti che possono aiutarti a fare chiarezza.

La timidezza è un tratto della personalità. Una persona timida può sentirsi a disagio o impacciata in situazioni sociali nuove, ma con il tempo tende ad adattarsi. Potrebbe arrossire o esitare a parlare, ma questo non le impedisce di vivere la sua vita.

Il disturbo d'ansia sociale, invece, è più pervasivo e paralizzante. Non si tratta solo di sentirsi a disagio, ma di provare una paura intensa e persistente di essere giudicati negativamente. Questa paura è così forte da portare a evitare attivamente le situazioni sociali o a sopportarle con un'enorme sofferenza.

La differenza fondamentale sta nell'impatto sulla vita quotidiana. Se la paura delle situazioni sociali ti limita nelle scelte lavorative, ti impedisce di frequentare corsi di studio, di costruire amicizie o di svolgere semplici attività come fare una telefonata o mangiare di fronte ad altri, è possibile che non si tratti solo di timidezza.

Le conseguenze dell'ansia sociale nella vita quotidiana

Vivere con l'ansia sociale può avere un impatto significativo su molte aree della vita, andando ben oltre il singolo momento di imbarazzo. Le conseguenze possono creare un circolo vizioso che alimenta ulteriormente l'ansia.

  • Isolamento sociale: la tendenza a evitare le situazioni temute può portare a un progressivo isolamento da amici, familiari e colleghi, aumentando i sentimenti di solitudine.
  • Difficoltà professionali e accademiche: la paura di parlare in pubblico, di partecipare a riunioni o di interagire con superiori e professori può ostacolare la crescita professionale e il successo negli studi.
  • Bassa autostima: l'autocritica costante e la percezione di essere 'inadeguati' nelle situazioni sociali possono erodere profondamente la fiducia in se stessi.
  • Relazioni limitate: può diventare difficile iniziare o mantenere relazioni di amicizia o sentimentali, per la paura di non essere all'altezza o di essere rifiutati.

Ansia anticipatoria: quando la paura arriva prima dell'evento

Una delle conseguenze più faticose dell'ansia sociale è l'ansia anticipatoria. Si tratta di quella sensazione di angoscia e preoccupazione che può iniziare giorni, o addirittura settimane, prima di un evento sociale. La mente si riempie di scenari catastrofici su tutto ciò che potrebbe andare storto, causando un notevole stress psicofisico ancora prima di affrontare la situazione temuta.

Ansia sociale: le cause

Spesso chi si confronta con l'ansia sociale si chiede: 'Perché proprio a me?'. Le cause dell'ansia sociale non sono quasi mai riconducibili a un singolo fattore, ma piuttosto a un intreccio complesso di elementi. Alla base troviamo spesso credenze profonde e radicate, costruite nel corso della propria storia di vita. Ad esempio, si può aver interiorizzato l'idea che sia fondamentale dare sempre un'immagine perfetta di sé, sentendo allo stesso tempo di non avere le capacità per farlo (bassa autoefficacia).

A questo si possono aggiungere altri fattori, come specifici tratti di personalità (ad esempio una maggiore sensibilità al giudizio o una tendenza al perfezionismo) e, secondo alcuni studi, una possibile predisposizione genetica che rende più vulnerabili allo sviluppo del disturbo.

Anche l'ambiente familiare e le esperienze precoci giocano un ruolo cruciale. Crescere in un contesto molto critico, o con genitori che a loro volta mostrano ansia nelle situazioni sociali, può portare a interiorizzare la preoccupazione per il giudizio altrui come un modello di comportamento, minando il senso di sicurezza e la fiducia nelle proprie capacità relazionali.

Il ruolo della vergogna nel disturbo d'ansia sociale

Al cuore dell'ansia sociale batte spesso un'emozione potente e dolorosa: la vergogna. È un'esperienza universale, quella sensazione di sentirsi scoperti, inadeguati, esposti a un giudizio negativo. Quando proviamo vergogna, il nostro corpo reagisce: arrossiamo, abbassiamo lo sguardo, vorremmo solo diventare invisibili. Questa emozione svolge un ruolo centrale nel disturbo d'ansia sociale, trasformando ogni interazione in un potenziale banco di prova da cui uscire sconfitti.

Per chi vive con l'ansia sociale, il problema spesso si complica. La vergogna non è solo un'emozione passeggera, ma viene interpretata dalla persona come un segno di debolezza, un difetto da nascondere. Si innesca così un meccanismo insidioso che gli psicologi chiamano metavergogna: la vergogna di provare vergogna. È un circolo vizioso in cui non solo si teme il giudizio degli altri, ma si inizia a giudicare severamente se stessi per le proprie reazioni emotive.

Provare vergogna non è sbagliato: solo accettando il rischio di fare brutta figura si potrà imparare a tollerarla e di conseguenza ci si vergognerà di meno.

Fobia sociale, depressione e mondo del lavoro

L'impatto della fobia sociale può estendersi ben oltre le singole situazioni, arrivando a influenzare l'umore e il benessere generale. La costante ansia anticipatoria e il peso della vergogna possono diventare così opprimenti da compromettere la vita di una persona, portandola a isolarsi. Quando il mondo esterno diventa una fonte continua di minaccia, il rischio è che all'ansia sociale si associno condizioni come attacchi di panico o stati di depressione.

Pensiamo al mondo del lavoro. Una persona deve trovarsi, ad esempio, a un meeting o deve intervenire sul palco di un convegno. Se soffre di ansia sociale, probabilmente preferirà rinunciare e isolarsi, perdendo la possibilità di instaurare un legame con i colleghi, conoscere altri professionisti, creare o allargare la propria rete di contatti.

La conseguenza sarà il peggioramento della propria qualità di vita, la perdita dell'autostima, un attaccamento troppo forte o ansioso a pochissime persone. Soprattutto, sarà forte il senso di impotenza. Ecco perché può insorgere anche una depressione reattiva all'ansia sociale.

timidezza patologica fobia sociale disturbo evitante
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Ansia sociale: la cura psicoterapeutica

Se l'ansia sociale sta condizionando la tua vita, se la paura del giudizio ti sembra un muro insormontabile, è importante sapere che non devi affrontare tutto da solo. Esistono percorsi efficaci per stare meglio, e la psicologia offre strumenti concreti per capire come superare l'ansia sociale.

Uno degli approcci più efficaci per il trattamento della fobia sociale è la terapia cognitivo-comportamentale (TCC). In questo percorso, il terapeuta e il paziente lavorano insieme come una squadra per riconoscere e modificare i pensieri e i comportamenti disfunzionali che alimentano l'ansia. Parte del lavoro consiste nell'affrontare gradualmente le situazioni temute, in un ambiente sicuro e controllato, per imparare a gestirle con maggiore serenità.

Un approccio alternativo alla terapia cognitivo comportamentale per la fobia sociale è la terapia breve strategica, che lavora invece sulle convinzioni radicate nel paziente: in questo modo lo stimola a interromperle, cercando di "invertire" la percezione della situazione temuta e mutandola in opportunità di espressione di sé e non di ansia e timore.

Strumenti e tecniche per affrontare l'ansia sociale

Lo psicologo che tratta il disturbo d'ansia sociale può avvalersi di diversi strumenti e sarà suo compito scegliere quelli più adatti alla persona, in modo da favorire l'apprendimento o il rafforzamento di abilità che gli permettano di acquisire maggiore sicurezza nelle relazioni.

All'interno di un percorso terapeutico, possono essere utilizzate diverse tecniche. Una delle più potenti è l'esposizione graduale, che a volte include esercizi pratici pensati per sfidare la paura della vergogna in modo controllato. L'obiettivo non è umiliarsi, ma scoprire che le conseguenze temute sono spesso meno catastrofiche di quanto si immagini. Alcuni esempi di esercizi "anti-vergogna", da concordare sempre con il proprio terapeuta, potrebbero essere:

  • entrare in un negozio, provare vari indumenti e uscire senza avere comprato qualcosa
  • cantare in mezzo alla strada una canzone che ci piace
  • uscire vestiti in modo stravagante
  • portare a guinzaglio il mocio fingendo di portare a spasso il cane.

L'obiettivo di questi esercizi è quello di esporsi alla vergogna e alle critiche altrui per cercare di sconfiggere l'ansia sociale e ridimensionare la paura del giudizio degli altri, cercando di accettare se stessi e il proprio essere. Solo in questo modo si potrà constatare che non c'è nulla di tremendo nel farlo. L'idea è imparare a stare con la vergogna e a relativizzare le conseguenze del gesto che la provoca.

Un altro strumento molto valido è il training sull'assertività, che può essere svolto anche in gruppo. L'assertività è la capacità di esprimere i propri pensieri, bisogni ed emozioni in modo chiaro e rispettoso. Attraverso tecniche come il role playing, in un contesto di terapia di gruppo ci si può allenare a comunicare in modo più efficace, scoprendo il sollievo di potersi esprimere liberamente in un ambiente protetto e di confronto con persone che vivono difficoltà simili.

Sviluppare l'assertività può portare a numerosi benefici, contribuendo non solo a ridurre l'ansia, ma anche a rafforzare:

  • l'autostima
  • l'empatia
  • il senso di autoefficacia
  • le abilità di leadership.

Differenza tra fobia sociale e disturbo evitante di personalità

A volte, l'ansia sociale può essere confusa con un'altra condizione, il disturbo evitante di personalità. Sebbene condividano la paura del giudizio e la tendenza all'isolamento, c'è una differenza importante. Una persona con fobia sociale desidera le relazioni, ma le teme; sebbene con grande fatica, può riuscire a instaurare dei legami.

Nel disturbo evitante di personalità, invece, l'evitamento è più pervasivo e radicato. La persona si sente profondamente inadeguata e inferiore, e l'auto-esclusione diventa totale, portando a una solitudine molto dolorosa. Il nucleo del problema non è solo la paura del giudizio, ma la convinzione radicata di non essere degni di appartenere a un gruppo sociale.

È possibile superare la fobia sociale?

Ansia sociale: come fare un primo passo verso la consapevolezza

Se ti ritrovi nelle descrizioni fatte finora, potresti chiederti come capire meglio la tua situazione. Esistono diversi strumenti di autovalutazione, come il cosiddetto test per l'ansia sociale, che possono essere un primo punto di partenza per la riflessione. È importante sottolineare che questi questionari non hanno valore diagnostico, ma possono aiutarti a organizzare i tuoi pensieri e a prendere maggiore consapevolezza del tuo vissuto. Uno dei più noti è il Social Interaction Self-Statement Test (SISST), sviluppato nel 1982.

Il Social Interaction Self-Statement Test (SISST)

Questo strumento è stato pensato per esplorare i pensieri che affiorano alla mente durante le interazioni sociali. Non serve a dare un'etichetta, ma a far luce sui meccanismi interni che alimentano l'ansia. Il test presenta una serie di affermazioni, sia positive che negative, e chiede di valutare quanto spesso quei pensieri ti attraversano la mente in situazioni sociali. Alcuni esempi sono:

  • "Spero di non apparire sciocco"
  • "Entro in ansia se non ho qualcosa da dire"
  • "Sono preoccupato di ciò che la persona può pensare di me"

La risposta si basa su una scala di entità della sensazione provata, che va da uno a cinque:

  • quasi mai
  • di rado
  • qualche volta
  • spesso
  • quasi sempre

Ricorda: un test per l'ansia sociale può essere un utile spunto di riflessione personale, ma non potrà mai sostituire il dialogo con un professionista. Per una valutazione approfondita e accurata di un eventuale disturbo d'ansia sociale, è fondamentale rivolgersi a un esperto. Solo un terapeuta possiede gli strumenti e le competenze per interpretare il tuo vissuto in modo completo e aiutarti a trovare il percorso più giusto per te.

Quando cercare aiuto per l'ansia sociale

Riconoscere di avere bisogno di aiuto è il primo, coraggioso passo verso il benessere. Ma come capire qual è il momento giusto per rivolgersi a un professionista? Considera di cercare un supporto psicologico se:

  • L'ansia e la paura ti impediscono di cogliere opportunità importanti sul lavoro, nello studio o nella vita privata.
  • L'evitamento delle situazioni sociali è diventato la tua strategia principale, limitando le tue esperienze.
  • Il disagio che provi è persistente e influisce negativamente sul tuo umore e sulla tua qualità di vita generale.
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Il disturbo d’ansia generalizzata: cos’è, sintomi, cause e cura

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Il disturbo d’ansia generalizzata: cos’è, sintomi, cause e cura

A tutti può capitare di attraversare periodi di forte preoccupazione. La vita ci mette costantemente alla prova. A volte, però, quello stato di allerta non passa. Diventa un sottofondo costante, un’ansia continua che persiste per mesi e non sembra legata a un evento specifico. Quando ci si sente così, è possibile che si stia vivendo un disturbo d’ansia generalizzata.

In questo articolo esploreremo insieme che cos'è esattamente questa condizione, come si manifesta e, soprattutto, quali percorsi esistono per affrontarla e ritrovare il proprio equilibrio. Si tratta di un disturbo più comune di quanto si pensi: uno studio italiano ha rilevato che il 2,3% della popolazione soddisfa i criteri per il disturbo d'ansia generalizzato, con una prevalenza maggiore nelle donne (3,6%) rispetto agli uomini (0,9%) (Preti et al., 2021). Dare un nome a ciò che si prova è il primo passo per poterlo gestire.

ansia generalizzata
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Cos’è l’ansia generalizzata

Il disturbo di ansia generalizzato (DAG), spesso descritto come ansia cronica, è un disturbo psichico che va oltre la normale preoccupazione. È caratterizzato da preoccupazioni eccessive e persistenti, una sorta di stato di allarme che non si spegne mai e che riguarda eventi futuri, anche quelli più comuni e quotidiani. Questa tensione mentale è spesso accompagnata da sintomi fisici come tensione muscolare, irritabilità e difficoltà di concentrazione.

Vivere con un’ansia continua può interferire in modo significativo con la qualità della vita, rendendo difficile affrontare le sfide di ogni giorno. La preoccupazione tende a essere pervasiva, estendendosi a quasi ogni aspetto dell'esistenza, come per esempio:

  • la famiglia e le relazioni
  • la situazione economica
  • il lavoro e la carriera
  • la salute, propria o dei propri cari.

I sintomi dell’ansia generalizzata

I criteri diagnostici per il disturbo d'ansia generalizzato sono definiti nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5-TR). Secondo il manuale, la diagnosi richiede la presenza di ansia e preoccupazione eccessive per almeno sei mesi, difficili da controllare, e associate ad almeno tre dei seguenti sintomi (American Psychiatric Association, 2022):

  • irrequietezza e sentirsi “con i nervi a fior di pelle”
  • facile affaticamento e tensione muscolare
  • difficoltà a concentrarsi o vuoti di memoria
  • irritabilità
  • alterazioni del sonno, come la difficoltà ad addormentarsi, a mantenere il sonno o a dormire bene, con un sonno spesso inquieto e insoddisfacente.

Oltre a questi segnali, per poter parlare di disturbo d'ansia generalizzato, è necessario che la persona sperimenti due condizioni fondamentali che definiscono il cuore del disturbo:

  • Un’ansia e una preoccupazione eccessive, presenti quasi ogni giorno per un periodo di almeno sei mesi, che non si limitano a un solo ambito ma toccano diverse attività o eventi.
  • Una marcata difficoltà nel gestire e controllare questa preoccupazione, che viene percepita come un’ansia incontrollabile.

I sintomi fisici dell'ansia generalizzata

Affinché si possa parlare di GAD (acronimo inglese per Generalised Anxiety Disorder), è fondamentale che l'ansia costante e le preoccupazioni causino un disagio clinicamente significativo o compromettano aree importanti della vita, come le relazioni, il lavoro o lo studio. È anche importante escludere che i sintomi derivino dall'uso di sostanze o da altre condizioni mediche.

L'ansia cronica non si manifesta solo a livello mentale; il corpo spesso reagisce in modo intenso. Molte persone sperimentano diversi sintomi fisici legati all’ansia generalizzata, che possono essere fonte di ulteriore preoccupazione. Tra i sintomi psicosomatici più comuni troviamo:

Vivere con un’ansia costante tutto il giorno può portare, con il tempo, a un senso di sfinimento, cefalea tensiva, disturbi di stomaco e insonnia, creando un circolo vizioso che alimenta ulteriormente il malessere.

Ansia generalizzata e adolescenza

L’ansia in adolescenza è un’esperienza comune, spesso legata ai profondi cambiamenti di questa fase della vita. A livello emotivo, un adolescente può vivere una preoccupazione persistente, irritabilità e una costante difficoltà a rilassarsi, che possono minare il suo benessere psicologico. In alcuni casi, questa condizione può evolvere in un vero e proprio disturbo d'ansia generalizzato, talvolta accompagnata da attacchi di panico.

Socialmente, inoltre, possono sperimentare ansia sociale e, di conseguenza, isolarsi. Questo avviene per evitare situazioni sociali o attività extracurriculari per paura di essere giudicati o di fallire. Questo isolamento può ulteriormente aggravare il senso di solitudine e bassa autostima.

disturbo d'ansia generalizzato
Ron Lach - Pexels

Il fenomeno della preoccupazione nell’ansia generalizzata

Nel disturbo d’ansia generalizzato, la preoccupazione è la vera protagonista. Non si tratta di una semplice previsione negativa, ma di un’attività mentale costante, una sorta di film catastrofico che la mente proietta sugli eventi futuri.

Questa preoccupazione diventa problematica quando è percepita come eccessiva e incontrollabile. Chi vive un disturbo d'ansia generalizzato riconosce spesso queste caratteristiche nel proprio modo di pensare:

  • Le preoccupazioni sono numerose e variegate, al punto da avere la sensazione di aver paura di tutto (una condizione che può ricordare la panofobia).
  • I pensieri ansiosi si succedono a catena: non appena una preoccupazione si attenua, ne sorge subito un’altra.
  • Sono sempre accompagnate da emozioni intense di allarme, inquietudine e tensione.
  • Spesso si concentrano su scenari futuri catastrofici, anche se altamente improbabili.
  • Questa tempesta di pensieri riduce la capacità di pensare chiaramente e di concentrarsi sul presente.
  • La sensazione predominante è che queste preoccupazioni siano incontrollabili e molto difficili da gestire.

Conseguenze del disturbo d’ansia generalizzata

Vivere con un disturbo d'ansia generalizzato significa dedicare un’enorme quantità di energia mentale a preoccuparsi di eventi che, nella maggior parte dei casi, non si verificheranno mai. Spesso, solo a posteriori, la persona si rende conto che l'intensità della sua preoccupazione era sproporzionata rispetto alla realtà.

Una delle conseguenze più insidiose è la cosiddetta 'meta-preoccupazione', ovvero il fatto di preoccuparsi di avere preoccupazioni. Si entra in un loop mentale del tipo: 'Perché non riesco a smettere di pensare a queste cose? C'è qualcosa di sbagliato in me'. Questo meccanismo, descritto dallo psicologo Adrian Wells, non fa che alimentare un circolo vizioso che aggrava i sintomi e l'impatto del disturbo sulla vita di tutti i giorni.

A complicare ulteriormente le cose, a volte si sviluppano convinzioni errate sull'utilità della preoccupazione. Non è raro sentire frasi come: 'Se mi preoccupo, significa che tengo alle cose' o 'Preoccuparmi mi aiuta a essere preparato al peggio'. Purtroppo, queste credenze, invece di proteggere, finiscono per rafforzare l'ansia cronica.‍

Le cause dell’ansia generalizzata

Spesso ci si chiede: 'Perché proprio a me?'. Le cause dell'ansia generalizzata non sono quasi mai riconducibili a un singolo fattore. Al contrario, questo disturbo è il risultato di un'interazione complessa e multifattoriale, un po' come un puzzle composto da tanti pezzi diversi. Tra questi troviamo fattori genetici, biologici, psicologici e ambientali.

Dal punto di vista genetico e biologico, la ricerca suggerisce che può esistere una predisposizione familiare. Uno studio dell'Università di Yale, per esempio, ha confermato che avere familiari con disturbi d'ansia può aumentare la probabilità di svilupparli.

A livello biologico, squilibri in alcuni neurotrasmettitori (come serotonina e noradrenalina) e alterazioni legate alla tiroide (come evidenziato da una ricerca dell’European Society of Endocrinology) possono contribuire all'insorgenza dei sintomi

A livello psicologico, alcuni tratti di personalità come il perfezionismo o una bassa autostima possono rendere una persona più vulnerabile. Infine, non bisogna sottovalutare i fattori ambientali: esperienze di vita stressanti e prolungate, traumi infantili o altre difficoltà possono giocare un ruolo decisivo. Comprendere questa complessa interazione di cause è il primo passo per un trattamento mirato ed efficace.

cause dell'ansia generalizzata
Shvetsa - Pexels

Comorbidità con altri disturbi

È importante sapere che l'ansia generalizzata raramente si presenta da sola. Spesso, infatti, esiste una comorbidità, ovvero la coesistenza con altri disturbi. Lo stesso studio di Yale menzionato prima evidenzia una forte associazione con il disturbo depressivo maggiore e con tratti di personalità nevrotica. Il DSM-5, inoltre, indica come possibili (anche se meno comuni) comorbidità con disturbi correlati all’uso di sostanze o disturbi della condotta.

Ansia generalizzata e percentuale di invalidità

Una domanda che alcune persone si pongono riguarda il riconoscimento formale del disturbo. In Italia, è possibile richiedere una valutazione per l'ansia generalizzata e la percentuale di invalidità civile. Questa è determinata dall'INPS dopo una visita medico-legale, che valuta la gravità e l'impatto che i sintomi hanno sulla capacità lavorativa e sulla vita quotidiana.

Durante la valutazione vengono considerati fattori come l'intensità e la durata dei sintomi, la risposta ai trattamenti e il grado di compromissione generale. È bene sapere che, secondo le tabelle attuali, per la 'nevrosi ansiosa' è prevista una percentuale massima del 15%, che generalmente non dà accesso a benefici economici.

I comportamenti protettivi: quando un aiuto diventa una trappola

Di fronte a un'ansia incontrollabile, è naturale cercare strategie per sentirsi meglio. Questi tentativi sono noti come comportamenti protettivi: azioni messe in atto per ridurre l’ansia nell'immediato. La loro natura, però, è paradossale: pur offrendo un sollievo temporaneo, nel lungo periodo finiscono per rafforzare il disturbo, come una trappola ben mascherata. Riconoscerli è il primo passo per disinnescarli. Tra i più comuni ci sono:

  • Chiedere continue rassicurazioni: cercare conforto negli altri placa l'ansia solo per poco. Presto il dubbio ritorna, più forte di prima, e il bisogno di essere rassicurati aumenta.
  • Essere perfezionisti: tentare di controllare ogni dettaglio per prevenire qualsiasi errore o imprevisto diventa un compito estenuante che alimenta, invece di ridurre, la tensione.
  • Evitare le situazioni temute: mettere da parte ciò che genera ansia può sembrare la soluzione più logica. In realtà impedisce di scoprire che il pericolo percepito è spesso meno grave di quanto si immagini. L'evitamento restringe il mondo e ingigantisce la paura.
  • Rinviare: procrastinare un compito per paura di un risultato insoddisfacente è un modo per rimandare l'ansia, non per risolverla. Le conseguenze temute, inoltre, sono quasi sempre irrealistiche.
  • Cercare di sopprimere la preoccupazione: tentare attivamente di non pensare a qualcosa ha l'effetto opposto, rendendo quel pensiero ancora più presente e assillante.

Come si cura l'ansia generalizzata

Una delle domande più comuni è: 'L'ansia generalizzata passa da sola?'. Sebbene l'intensità dei sintomi possa fluttuare, il disturbo tende a essere persistente se non viene affrontato in modo adeguato. La buona notizia è che esistono percorsi efficaci per imparare a gestirlo. L'approccio terapeutico è spesso la via maestra e può includere psicoterapia, supporto farmacologico e tecniche di gestione dello stress.

Tra gli approcci più efficaci, la ricerca scientifica indica la terapia cognitivo-comportamentale (TCC) come trattamento d'elezione. Questo percorso aiuta la persona a diventare più consapevole dei propri pensieri disfunzionali e dei circoli viziosi che alimentano l'ansia, per poi lavorare attivamente per modificarli.

Il percorso inizia con una fase di valutazione, in cui il professionista, attraverso il colloquio clinico e, se necessario, specifici test psicologici (come il test per l'ansia generalizzata GAD-7), definisce un quadro della situazione. Da qui, si costruisce un percorso collaborativo in cui la persona ha un ruolo sempre attivo.

Con l'aiuto di un terapeuta, anche attraverso un percorso con uno psicologo online, si può lavorare su diversi fronti. Per esempio, ci si può concentrare sull’analisi della reale probabilità che gli eventi temuti accadano, imparando a tollerare meglio l'incertezza. Un psicologo con esperienza in disturbi d'ansia aiuterà anche ad affrontare il rimuginio, ovvero la tendenza a pensare e ripensare continuamente alle stesse preoccupazioni, attraverso strategie mirate:

  • proponendo tecniche volte a circoscriverlo
  • favorendo e potenziando l’uso di stili di pensiero più funzionali, come il problem solving.

Vengono, inoltre, affrontate e discusse le strategie di controllo che sono applicate in vari contesti per contenere l’ansia. La persona apprende nuove abilità per sostenere e regolare le emozioni negative. Esponendo poi la persona in modo graduale alle situazioni temute, vengono “testati” e disconfermati i suoi pensieri negativi.

Altre tecniche e rimedi utili

Oltre alla psicoterapia, esistono diverse tecniche che possono essere integrate nel percorso per gestire meglio i sintomi dell'ansia generalizzata:

  • Le tecniche di rilassamento, come la respirazione diaframmatica, che aiutano a calmare la risposta fisiologica del corpo allo stress.
  • L'ipnosi, utilizzata in un contesto terapeutico per favorire uno stato di profondo rilassamento e accedere a risorse interiori.
  • La mindfulness per l’ansia, una pratica di attenzione consapevole che insegna a osservare i propri pensieri e le proprie emozioni senza giudizio e senza esserne travolti.

Ciò produce un distacco emotivo e un distanziamento dai pensieri ritenuti incontrollabili, che vengono riconsiderati per ciò che sono, cioè pensieri, e poi lasciati scorrere nella mente senza ulteriori elaborazioni, mentre la persona continua a svolgere le proprie attività quotidiane

In alcune situazioni, specialmente nei casi in cui i sintomi sono particolarmente invalidanti, il terapeuta può suggerire un consulto medico per valutare l'introduzione di una terapia farmacologica di supporto, da affiancare sempre alla psicoterapia. La scelta del farmaco (come le benzodiazepine o altri ansiolitici) spetta esclusivamente al medico specialista.

Il disturbo d'ansia generalizzato può essere una condizione molto debilitante, ma non è una condanna. Rivolgersi a un professionista è il passo più importante per imparare a gestire i sintomi e riappropriarsi della propria vita.

Ansia

Ansia: lo stato d'animo tra paura e coraggio

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Ansia

Ansia: lo stato d'animo tra paura e coraggio

Svegliarsi la mattina e sentire uno stato di agitazione interno che non ha un apparente motivo, oppure sentire il cuore battere all'impazzata in situazioni che non sembrano causare nessuna difficoltà. Lo stato d'animo dell'ansia sembra essere comune a tutti eppure, conviverci, non è così semplice.

L'ansia è uno stato d'animo di per sé non patologico. È ciò di cui necessita l'organismo per rispondere ad una funzione adattiva: riconoscere un pericolo e attivare le risorse appropriate per fronteggiarlo.

Diventa però uno stato d'animo complesso quando la sua presenza compromette la buona riuscita di un compito o interferisce costantemente in una relazione.

Nell'ottica sistemica l'ansia è un sintomo che denota una sofferenza del sistema in cui si vive (per esempio la famiglia), di cui non riusciamo ad avere cognizione:

  • una relazione ferma da anni
  • un blocco evolutivo
  • un obbligo da cui non ci si riesce a liberare
  • un problema di comunicazione con uno o più membri della famiglia.

Quali sono le emozioni che accompagnano lo stato d'ansia?

All'interno di ogni famiglia, le parole utilizzate nella comunicazione tra i suoi membri hanno un significato specifico. Nei contesti relazionali si può attribuire all’ansia un significato:

  • negativo, se legata all'emozione della paura;
  • positivo, se legata al coraggio.

Sono infatti proprio la paura e il coraggio a far assumere sfumature diverse allo stato d’ansia.

Alexander Dummer - Pexels

Chi è pauroso e chi è coraggioso?

Le persone che all'interno di un sistema familiare pensano al mondo che li circonda come qualcosa di pericoloso, strutturano il proprio modo di vivere le esperienze attorno all'emozione della paura.

Molto spesso, questi soggetti vengono definiti dai propri familiari come persone troppo prudenti oppure come persone che avranno sempre bisogno di aiuto. Si potrebbe racchiudere questo modo di vivere con l'espressione “stare sempre attaccato alla sottana della mamma”. Calzante, per chi viene limitato nella sua indipendenza.

Le persone che invece, nel loro sistema familiare, strutturano le proprie esperienze intorno all'emozione del coraggio, vengono definiti dagli altri come persone libere e quasi indifferenti alle relazioni sentimentali. L'espressione “uccel di bosco” è in questo caso appropriata nella descrizione dei soggetti in cui viene incoraggiata l'indipendenza.

Un test può essere utile per indagare i sintomi dell'ansia

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*Non ha valore diagnostico e non sostituisce una diagnosi professionale

Come si mostrano i figli in queste famiglie?

Il figlio che ipoteticamente sviluppa ansia “invalidante”, ossia che non permette di vivere al meglio le esperienze quotidiane, può reagire in due modi differenti:

  • cercherà di stare accanto alle persone care ma potrebbe pensare di essere incapace di sostenerle;
  • cercherà di distaccarsi dalle persone care, ma trovandosi lontano potrebbe pensare di non essere amato.

Avremo figli che abiteranno nella casa della nonna vicini ai genitori e figli che, dall'Italia, andranno ad abitare in Cina.

Flora Westbrook - Pexels

Cosa avviene dentro la relazione amorosa?

Può accadere che le relazioni amorose vengano vissute con difficoltà o insofferenza. Quando si vive una relazione appassionata e rassicurante, nei soggetti governati dall'emozione della paura può presentarsi un pensiero di inadeguatezza. Il partner protettivo rimanda ad un'immagine negativa del proprio essere e l'individuo potrebbe finire sempre di più in una dinamica di dipendenza.

D'altro canto, la stessa relazione intrigante e soddisfacente, nei soggetti governati dall'emozione del coraggio può essere vissuta come costrittiva. Il partner appare come soffocante e l'individuo cerca di sfuggire alla relazione per sentirsi indipendente.

L'aiuto della terapia

Queste problematiche solitamente nascono nel momento in cui si perde l’equilibrio tra due esigenze:

  • il bisogno di protezione (dominato dalla paura) attraverso le relazioni
  • il bisogno di libertà (dominato dal coraggio) per salvaguardare l’autostima.

Nel caso dei pazienti con l'ansia si verificherà una condizione nella quale essi oscilleranno tra il bisogno di protezione ed un livello di autostima ed autonomia accettabile, sentendo l’impossibilità di:

  • scelta
  • conciliazione
  • integrazione.

Modificare la percezione delle proprie relazioni

Il terapeuta dovrà essere nelle condizioni di formulare una diagnosi contestuale, anche avvalendosi di specifici test sull'ansia e non perdendo di vista gli aspetti comunicativi che avvengono nelle relazioni che il soggetto propone.

La terapia diventa un processo interdipendente (cioè relazionale) che con l'aiuto della conversazione cerca di far vivere al soggetto una nuova posizione dentro il sistema famiglia. È importante, per chi sviluppa ansia, trovare il modo per far convivere la paura di perdere una persona importante con il coraggio di starle lontano. La bellezza, nella riuscita della terapia è che, come recita un antico proverbio cinese:

“il coraggio è la paura tenuta un minuto più a lungo”
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Stress da problema a risorsa

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Stress

Stress da problema a risorsa

Le definizioni di stress sono molteplici. Il modello proposto dai ricercatori Lazarus e Folkman lo definisce come “una particolare relazione tra la persona e l’ambiente che viene valutata dall’individuo come provante o eccedente le sue risorse, e quindi rischiosa per il suo benessere”.

Secondo i due studiosi, lo stato di stress negativo è causato da questa equazione:

“si è in uno stato di stress quando le richieste provenienti dall’ambiente reale o percepito sono maggiori rispetto alle possibilità soggettive di risposta, alle proprie risorse, reali o percepite”.

Da tale definizione si evince che a determinare lo stato di stress possono essere:

  • elementi oggettivi, come richieste dell’ambiente esterno e risorse dell’individuo,
  • elementi soggettivi, come la percezione individuale delle richieste e delle risorse a disposizione.

Che cos’è lo stress?

In base alla definizione dell’OMS lo stress è “uno stato di preoccupazione o tensione mentale causato da una situazione difficile” che si attiva nel momento in cui agenti interni o esterni vengono percepiti dal nostro organismo come una potenziale minaccia.

Il medico austriaco Hans Selye, nei suoi studi degli anni Sessanta, ha individuato tre diverse fasi dello stress:

  • fase della reazione di allarme, nella quale vengono rilasciati di cosiddetti “ormoni dello stress” come il cortisolo e l’adrenalina
  • fase della resistenza allo stress, nella quale l’organismo inizia ad adattarsi alla situazione che ha provocato lo stress
  • fase di esaurimento, che si manifesta quando le strategie messe in atto non sono sufficienti a fronteggiare il fattore di stress. Quando, invece, si riesce a eliminare o contrastare l’agente stressante si parla di fase di recupero.

In psicologia lo stress può essere definito come una risposta naturale del corpo che coinvolge varie dimensioni della persona, da quella biologica a quella psicologica. Si tratta di un meccanismo di adattamento che, nella maggior parte dei casi, ci permette di affrontare le sfide che si presentano nella vita quotidiana.

Sebbene stress e ansia possano essere confusi, queste due condizioni hanno cause e sintomi differenti, che devono essere gestiti attraverso trattamenti dedicati.

Tipi di stress

Lo stress può essere di diversi tipi.

Si parla di stress acuto per identificare la fase immediatamente successiva alla situazione che ha provocato lo stress e si manifesta in un periodo di tempo ristretto. Lo stress cronico, invece, si presenta quando l’esposizione al fattore di stress è continuativa e dura per un lungo periodo.

Tipi di stress
Andrea Piacquadio - Pexels

Stress positivo e stress negativo

È importante sottolineare che lo stress, di per sé, non è né positivo, né negativo. A seconda di come reagiamo, però, possiamo parlare di:

  • stress fisiologico cosiddetto “buono”, chiamato eustress: è il motore che attiva il nostro agire e pensare, che determina il livello di concentrazione e la possibilità di fronteggiare e risolvere situazioni come, per esempio, partecipare a una gara. È infatti noto il legame tra stress e sport in relazione alla performance atletica
  • lo stress dannoso è il distress, che è quello stato che produce una diminuzione delle performance personali e che, di conseguenza, rende difficile un’adeguata risposta alle richieste pressanti dell’ambiente esterno o interno.

Quando lo stato di distress persiste per molto tempo, si entra nello stato di stress cronico. Una particolare forma di questo tipo di stress negativo è la sindrome da burnout, che può essere definita come una vera e propria “malattia da stress”. La sindrome da burnout, che significa letteralmente “bruciato”, si riscontra soprattutto nel lavoro.

È una sindrome da stress lavoro correlato caratterizzata da:

  • esaurimento emotivo
  • irrequietezza
  • apatia
  • depersonalizzazione
  • senso di frustrazione.

Un’altra forma di stress, che può presentarsi dopo aver vissuto una situazione particolarmente provante per la nostra psiche, è il disturbo da stress post-traumatico (PTSD). Questa condizione può manifestarsi dopo eventi catastrofici, incidenti o situazioni impreviste e impattanti che la persona non riesce a elaborare.

Le cause dello stress

Le cause dello stress possono essere di varia natura e sono estremamente soggettive: ciò che causa dello stress in una persona, potrebbe non alterare i livelli di stress in un’altra.

Gli eventi stressogeni, chiamati stressor, sono le situazioni, sia esterne che interne all’individuo, che provocano lo stato di stress. Anche un pensiero può essere fonte di stress. Nel caso dello stress da vacanze, per esempio, a stressarci potrebbe essere il pensiero di dover fare una vacanza “da sogno”, dove tutto dovrà essere perfetto e da cui tornare completamente rigenerati.

È proprio per questa mescolanza di elementi oggettivi e soggettivi che l’impatto dei diversi stressor è diverso da individuo a individuo e comporta una maggiore o minore resilienza allo stress.

Si può essere stressati a causa di diversi stressor, ma spesso il livello di stress dipende da:

  • eventi importanti della vita, siano essi gioiosi come una laurea, un matrimonio o l’inizio di un nuovo lavoro, oppure spiacevoli come un lutto, una separazione o la malattia di una persona cara
  • fattori ambientali, come un contesto molto rumoroso o inquinato
  • fattori fisici e abitudini scorrette, per esempio l’abuso di fumo e alcool o la presenza di una malattia
  • fobie
  • relazioni sociali, in particolare situazioni di conflitto con le persone che fanno parte della nostra vita.

I sintomi dello stress

Cosa succede se si è troppo stressati? Cosa comporta lo stress al fisico? Dove si accumula lo stress? Sono solo alcune delle domande che potrebbe porsi una persona stressata e che soffre di disturbi psicosomatici.

Non esiste una risposta univoca. Gli effetti dello stress sul cervello e sul fisico variano da persona a persona e possono mostrarsi in maniera più o meno evidente, soprattutto in presenza di stress costante.

La manifestazione dello stress comprende, infatti, non solo sintomi fisici ed emotivi. Si possono sviluppare anche sintomi cognitivi, come la distrazione, e sintomi comportamentali, come l’abuso di alcool.

Tra i principali sintomi fisici dello stress emotivo possiamo trovare:

  • insonnia
  • stanchezza e astenia
  • tachicardia
  • difficoltà nella deglutizione e bocca secca, soprattutto al mattino
  • vertigini
  • fischi alle orecchie
  • mancanza o abbassamento del desiderio sessuale
  • bruxismo

Oltre questi sintomi, è anche possibile sperimentare un impatto sul sistema immunitario e dolori legati allo stress. Il troppo stress, soprattutto se prolungato nel tempo, può provocare dei veri e propri dolori fisici. Ulteriori sintomi di stress intenso, infatti, possono essere:

  • mal di testa, tensione muscolare e dolori, specialmente nella zona del collo e delle spalle
  • malattie e problematiche della pelle come dermatite, psoriasi, acne o sudorazione eccessiva
  • dolore e/o senso di peso sul petto.

In soggetti particolarmente predisposti, che hanno uno stile di vita poco sano o sono geneticamente predisposte, lo stress mentale e fisico prolungato può portare anche a problemi cardiovascolari e infarto.

Sintomi dello stress
Andrea Piacquadio - Pexels

Le conseguenze dello stress

Quando la sindrome da stress cronico e il burnout persistono per un lungo periodo, si possono manifestare diversi effetti dannosi sul comportamento e sulla psiche. Alcune possibili conseguenze dello stress sono:

  • calo di concentrazione e di memoria
  • persistenti pensieri negativi
  • diminuita abilità nell’esecuzione di compiti
  • diminuzione della capacità di problem solving.

A livello psicologico ed emotivo, ci sono altre conseguenze portate dal distress:

  • perdita di entusiasmo
  • agitazione
  • ansia
  • facilità al pianto
  • apprensione
  • irritabilità
  • disturbi d’ansia
  • attacchi di panico
  • umore depresso.

La presenza di questi sintomi può essere indagata anche attraverso test psicologici come il Maslach Burnout Inventory, un noto test sul burnout.

I comportamenti dannosi causati dallo stress

Nel tentativo di gestire lo stress si può incorrere in comportamenti dannosi, tra cui:

  • disturbi del comportamento alimentare (pensiamo alla cosiddetta fame emotiva, alla perdita di appetito o alla bulimia nervosa);
  • abuso di alcol, tabagismo e abuso di sostanze stupefacenti.

Altri disagi provocati dallo stress cronico possono essere: iperattività, insonnia, dipendenze (dipendenza da sport, sindrome da iperlavoro, shopping compulsivo, dipendenza da internet, dipendenza da cellulari e da social network). Tutti questi comportamenti compulsivi e disfunzionali sono meccanismi di evitamento dello stress.

Il trattamento dello stress

Lo stress psicologico e fisico può durare da poche ore a qualche giorno, a seconda della reazione della persona all’agente stressante. In questo caso, alcuni rimedi per ridurre lo stress possono essere lo yoga o la mindfulness.

Quando però nervosismo e stress permangono per un lungo periodo, può essere necessario mettere in atto alcune buone pratiche per alleviarne i sintomi. Contro lo stress è possibile:

Stress e salute
Tim Samuel - Pexels

Praticare la mindfulness per imparare a gestire lo stress

Gli strumenti per gestire lo stress sono numerosi: uno molto efficace è praticare la mindfulness, una forma di meditazione che aiuta a coltivare la consapevolezza del momento presente. Il biologo statunitense Jon Kabat-Zinn ha ideato il protocollo Mindfulness based stress reduction (MBSR), un percorso strutturato per la riduzione e la cura dello stress attraverso la mindfulness.

Tale metodo coltiva la presenza mentale e il vivere nel qui e ora. La mente, distratta da stimoli esterni e situazioni stressanti, vaga continuamente tra pensieri rivolti al passato (come ricordi o rimpianti) o al futuro (progetti o ansie per situazioni future) togliendo la possibilità di vivere appieno l’unico tempo che l’individuo possiede: il suo presente.

Trasformare lo stress da problema a risorsa

Il meccanismo dello stress può essere attivato da tante situazioni e il nostro organismo può rispondere in modi differenti a seconda del momento che stiamo vivendo, degli agenti stressanti scatenanti e del nostro stato psichico.

Spesso, il non essere consapevoli delle proprie risposte disfunzionali allo stress, porta l’individuo a mettere in atto risposte dettate dal meccanismo di “attacco o fuga”, che è la reazione automatica allo stress.

Viceversa, l’attitudine all’orientamento al presente, coltivata con la psicoterapia o con pratiche terapeutiche come la mindfulness, può rendere l’individuo più consapevole delle proprie risorse per fronteggiare lo stress. Tale consapevolezza può permettergli, di conseguenza, di mettere in atto risposte più adattive.
Così facendo è possibile cambiare la percezione interna dello stress, che da problema può diventare risorsa, come testimoniato dall’esperienza di persone che hanno svolto percorsi psicoterapeutici e di quelle che hanno scelto di praticare la mindfulness.

Bibliografia

  • Kabat-Zinn J. (2021), Vivere momento per momento. Sconfiggere lo stress, il dolore, l'ansia e la malattia con la mindfulness. Corbaccio
  • Lazarus R.S., Folkman S. (1984), Stress, appraisal and coping, Springer, New York
  • Selye H. (1976), Stress without distress , Lippincott Williams & Wilkins, Philadelphia
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Edoardo Santonocito: genitori, ambizione e sport. La mente è l'allenatore invisibile

Come si gestiscono l'ambizione e la pressione nello sport? La mente è l'allenatore invisibile.Il tennis, come ogni sport agonistico, è un concentrato di pressione, aspettative e sacrifici.

Ma come possono genitori e allenatori supportare i giovani atleti senza trasformare l'ambizione in tossicità?

In questo episodio di #ÈNormale, Danila De Stefano e Edoardo Santonocito (tennista, coach e content creator) affrontano un tema cruciale: lo stigma sulla salute mentale nello sport e il ruolo dei genitori nelle carriere dei loro figli.

Parliamo di:

La gestione della crisi e delle aspettative.

Perché lo psicologo è un professionista fondamentale, non una soluzione per problemi gravi.

Come l'inconsapevolezza può diventare il limite più grande di un atleta.

Scopri la storia di Edoardo e il suo approccio multidisciplinare per accompagnare gli atleti al loro massimo potenziale.🎥 Guarda la puntata e unisciti alla conversazione.

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Test sull’autostima

Il test sull’autostima online che puoi svolgere qui è la Scala di Morris Rosenberg, uno strumento riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale.

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Il test per valutare la sindrome di burnout che puoi svolgere qui è il CBI (Copenhagen Burnout Inventory test), uno strumento di screening riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale.

Test sull’ansia

Il test per valutare l'ansia che puoi svolgere qui è il General Anxiety Disorder-7 (GAD-7), uno strumento di screening riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale.

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Sessioni informative e di sensibilizzazione dedicate al benessere psicologico

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La comunicazione inclusiva ed empatica come leva per connettersi in modo autentico con gli altri

Una comunicazione inclusiva ed empatica aiuta a manifestare una comprensione rispettosa per i messaggi che riceviamo, consentendo di modificare gli schemi di pensiero che portano alla collera e alla depressione oltre a riuscire a dire ciò che desideriamo in modo consapevole e rispettoso delle emozioni proprie e altrui. In questo talk andremo ad approfondire delle strategie pratiche per sviluppare una comunicazione di qualità, attraverso un processo di quattro punti, per migliorare e rendere veramente autentica la nostra relazione con gli altri.

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Prendersi cura degli altri

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Il costo psicologico del carico assistenziale nel caregiver

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Caregiver

Il costo psicologico del carico assistenziale nel caregiver

Sempre più spesso oggi si sente parlare del costo psicologico, sociale ed emotivo del caregiver, cioè chi si prende cura di un proprio caro malato in una condizione di cronicità. La famiglia ha un ruolo fondamentale nel trattamento della malattia e nel sostegno indispensabile del malato, con conseguenze nella qualità di vita che comportano una riorganizzazione globale dell’intero “sistema famiglia” con:

  • la routine familiare (ovvero la gestione della vita quotidiana)
  • la qualità delle relazioni familiari
  • la qualità delle relazioni sociali.

La figura del caregiver

Il termine caregiver deriva dal verbo inglese to care e può essere tradotto in italiano come “prendersi cura di qualcuno”, con significati legati agli aspetti di:

  • preoccupazione
  • accudimento
  • protezione.

Si può svolgere il ruolo di caregiver in modo formale/professionale (medico, infermiere, terapisti occupazionali) o informale, ossia guidati dal legame affettivo e dal ruolo che lo unisce alla persona bisognosa di cure.

L’assistenza è spesso un carico a lungo termine, soprattutto nelle malattie croniche o neurodegenerative. Dalla diagnosi fino al termine del percorso di malattia del malato, si stima che il familiare malato viene curato per un periodo medio di 6 anni e mezzo.

Questo dato comporta che il carico assistenziale tende a modificarsi nel tempo, assumendo sembianze diverse e sempre più complesse che, se non adeguatamente supportate, possono portate a un burnout del caregiver.

Il coinvolgimento oggettivo e soggettivo nell’assistere un familiare è un aspetto da non sottostimare e che muta nel corso dell’intero periodo d’accudimento: dall’esordio delle prime responsabilità fino al trasferimento in residenza sanitaria o al decesso del malato.

chi è il caregiver
Jsme Mila - Pexels

Le “fasi” di percorso del caregiver

Sono spesso associate a quelle di una vera e propria elaborazione di un lutto che evolve:

  • dall’acquisizione di ruolo (inizio del caregiving)
  • al riconoscimento di ruolo (cure al domicilio e assistenza nelle strutture sanitarie)
  • all’abbandono del ruolo (decesso del paziente o rinuncia all’accudimento).

La relazione simbiotica che si viene a creare tra assistito e caregiver apporta delle trasformazioni in quest’ultimo da divenire, nel processo di progressione della cura e della malattia, una figura da sostenere e che può soffrire un incremento dello stress percepito, dei vissuti negativi e di rabbia.

Lo stress del caregiver

L’impatto della malattia sul caregiver è stato spesso definito come caregiver burden, cioè “l’impatto complessivo delle esigenze fisiche, psicologiche e sociali nel fornire assistenza”.

Questa sindrome, ad oggi inserita all’interno della Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD 11) viene descritta come una condizione di isolamento crescente dal proprio contesto sociale e lavorativo caratterizzato da una sintomatologia sempre più invalidante di:

  • ansia e depressione
  • disturbi del sonno
  • appiattimento emotivo
  • perdita di interessi
  • impoverimento delle risorse psicologiche coinvolgendo man mano tutti gli aspetti di vita.
coinvolgimento del caregiver
Judita - Pexels

Il Caregiver Burden Inventory

Così come sono stati sviluppati i test sul burnout, esistono anche strumenti per misurare il burden (cioè il carico assistenziale) del cargiver. Uno strumento molto usato è il Caregiver Burden Inventory (CBI), un questionario a risposta multipla che considera 5 dimensioni del carico assistenziale:

  • time-dependent burden (TB) ovvero il “carico oggettivo”: stress causato dalla riduzione del tempo dedicato a se stessi
  • developmental burden (DB) cioè il “carico evolutivo”: senso di fallimento delle proprie speranze e aspettative
  • physical burden (PB) cioè il “carico fisico”: stress fisico e disturbi somatici
  • social burden (SB) il “carico sociale”: causato dal conflitto di ruolo fra il proprio lavoro e la famiglia
  • emotional burden (EB) vale a dire il “carico emozionale”: imbarazzo o vergogna causati dal paziente, senso di impotenza, colpa, solitudine, delusione, disistima di sé, rabbia, disinteresse e demotivazione verso tutto.

Prevenzione e risorse

Un ruolo fondamentale per i caregiver è rivestito sempre più dalla figura dello psicologo, perché capace di:

  • valutare i bisogni e le difficoltà emotive
  • accompagnarli nella comprensione dei diversi aspetti e fasi della malattia del proprio caro
  • fornire aiuto per la risoluzione di problemi e sostegno emotivo.

Aspetti efficaci e protettivi da considerare possono essere:

  • un’adeguata informazione sulla malattia, sulla sua evoluzione e sulle cure disponibili (che possono essere anche cure palliative), attraverso obiettivi realistici
  • la formazione, che può comprendere tutto quello che il familiare può fare per migliorare la qualità dell’assistenza al suo congiunto, e della propria qualità di vita
  • il supporto ai familiari, che tendono a mettere in atto comportamenti e vissuti disfunzionali legati al ritiro sociale perché sono polarizzati sulla cura. Prevale un atteggiamento di "autosacrificio" con vissuti di rabbia, vergogna o disagio attraverso percorsi di problem solving mirati a migliorare le proprie capacità di fronteggiamento dello stress e di resilienza
  • il supporto sociale/istituzionale che eviti il pregiudizio e la stigmatizzazione nei confronti della malattia e del malato, e può essere esteso anche alla famiglia
  • i percorsi di sostegno psicologico individuale e familiare, che possono svolgere un’azione importante nel sostegno e nel mantenimento della motivazione del caregiver, aumentando la consapevolezza emotiva e migliorandone le capacità comunicative e le conoscenze sulla patologia, sul suo manifestarsi e sulla sua evoluzione.
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Caregiver e demenza

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Caregiver e demenza

Negli ultimi decenni è stato possibile osservare un progressivo invecchiamento della popolazione, che ha portato, inevitabilmente, a un aumento della prevalenza delle malattie cronico-degenerative tra cui le demenze.

Queste rappresentano una delle maggiori sfide per l’attuale sistema socio-sanitario non solo per chi ne è direttamente colpito, ma anche per chi si trova ad assistere una persona con tale patologia. L’impatto assistenziale di questa malattia è infatti di considerevole portata, a causa del deterioramento cognitivo, comportamentale e psicologico che comporta.

Chi è il caregiver familiare?

Nelle situazioni in cui si delinea un quadro patologico di perdita di autonomia e indipendenza, come nel caso della demenza, diventa necessario garantire una continua assistenza alla persona malata.

In questo senso è quindi possibile parlare di caregiver, utilizzando il termine inglese che definisce la figura che si prende cura di una persona malata, anziana o con disabilità fisica o psicologica, aiutandola nella gestione della malattia, nello svolgimento delle attività quotidiane e offrendo sostegno anche dal punto di vista emotivo.

Convenzionalmente è possibile individuare due tipologie di caregiver:

  • il caregiver “informale”: un familiare (di solito un coniuge o un figlio), inesperto in materia di assistenza, che svolge un ruolo informale di sostegno e cura al proprio caro nella quotidianità;
  • il caregiver “formale”: un professionista specializzato che fornisce assistenza ed è legato al malato da un rapporto di lavoro.

Lo stress del caregiver

Assistere un caro malato rappresenta un’attività molto difficile e impegnativa, poiché la demenza rappresenta una patologia che coinvolge l’intero nucleo familiare. Le cure che vengono prestate nei confronti di un parente malato sono di tipo:

  • fisico: igiene, preparazione pasti, medicazioni;
  • pratico: organizzazione delle visite mediche, controllo farmaci;
  • emotivo: supportare e sostenere l’assistito, stimolarlo, preparare attività insieme.

Il caregiver si trova quindi a vivere una situazione completamente nuova rispetto alle proprie abitudini. Infatti, chi svolge questo ruolo è vincolato a dover riorganizzare la propria vita dal punto vista familiare, sociale ed economico. In tal senso, l’assetto familiare si modifica e assume una nuova natura complessa in funzione della malattia.

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Il caregiver burden

La necessità di adattarsi alle nuove richieste di un familiare con disabilità può comportare un aumento del disagio psicologico del caregiver. Infatti, il carico di responsabilità che quest’ultimo assume può determinare una risposta allo stress cronico di crescente sofferenza e stanchezza.

Questa risposta viene identificata con l’espressione caregiver burden e indica il “peso” e lo stress emotivo del caregiver, conseguente alla pratica di cura del proprio assistito. Soprattutto nelle situazioni patologiche croniche e degenerative come la demenza, il rischio di un peggioramento del benessere psico-fisico del caregiver aumenta.

Il burden del caregiver è una sindrome che ha caratteristiche psicofisiche simili a quelle del burnout, ovvero un forte stress che porta ad “esaurirsi” sia fisicamente che emotivamente. Lo stress può causare:

  • problemi del sonno
  • problemi nell’appetito
  • flessione dell’umore
  • difficoltà di attenzione e concentrazione
  • irritabilità
  • ansia
  • preoccupazione persistente
  • somatizzazione.

Quando il caregiver è costretto ad affrontare in solitudine questo nuovo carico di assistenza e non dispone di un ambiente sufficientemente supportivo, è possibile osservare un aumento dell’intensità dei sintomi, accompagnato a sentimenti di tristezza, rabbia e solitudine.

Il caregiver nella demenza

L’assistenza a persone anziane affette da varie forme di demenza è particolarmente gravosa sull’intero nucleo familiare. Alcuni dei sintomi delle demenze infatti evidenziano comportamenti che provocano un notevole stress ai caregiver.

Tra questi comportamenti c’è per esempio il wandering, un fenomeno di “vagabondaggio” che può portare il paziente a rischiare di vagare senza meta e perdersi, e che alimenta un notevole stato di allarme nei familiari.

Altri sintomi legati alla patologia come la perdita di memoria o la presenza di aggressività nel familiare malato, possono rendere ancora più complessa e frustrante l’assistenza provocando un disagio psicofisico nel caregiver.

Inoltre è frequente in quest’ultimo una sensazione di ipercoinvolgimento che causa conseguenti sensi di colpa e difficoltà relative all’assunzione di questa responsabilità. In tal senso, il caregiver diventa una vittima secondaria della condizione patologica della demenza.

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Il supporto al caregiver

Per affrontare efficacemente il disagia causato dal burden, può diventare necessario un intervento di supporto psicologico. Tra gli interventi più efficaci per ridurre lo stress, la sintomatologia ansiosa e depressiva e per aumentare il benessere generale di chi si prende cura del malato si possono citare interventi:

  • di tipo psico-educazionale
  • di psicoterapia
  • basati sulla mindfulness
  • di supporto sociale
  • di training sul paziente con coinvolgimento del caregiver.

Essendo il caregiver una risorsa preziosa e fondamentale nell’assistenza al paziente con demenza, risulta fondamentale adattare gli interventi progettati ai bisogni dei pazienti, al fine di valorizzare le sue risorse individuali e contrastare l’isolamento che questa patologia comporta per poter rendere più funzionale la propria assistenza nei confronti del malato.

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La genitorialià: cosa accade alla coppia

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La genitorialià: cosa accade alla coppia

L'arrivo di un bambino fa sì che il sistema familiare diventi un sistema permanente che non potrà mai essere cancellato. La nascita di un figlio rappresenta una fase importante in cui maternità e paternità costituiscono, in una dimensione personale, un momento significativo nel processo evolutivo di ogni individuo. Cosa accade alla coppia che decide di avere un figlio?

Come cambia la coppia con l’arrivo di un figlio

La nascita di un figlio rende ancora più visibile l’unione della coppia, rappresentando qualcosa di irrevocabile e la testimonianza dell’essere stati insieme: il ruolo genitoriale non può essere cancellato. Questo stadio del ciclo di vita della coppia richiede un notevole impegno da parte dei genitori, che devono farsi carico delle nuove responsabilità e assumere un ruolo parentale.

La transizione da coppia coniugale a coppia genitoriale, la cura e l’allevamento della prole, modificano gli equilibri preesistenti, sollecitando la nascita di nuove regole e la ridefinizione di nuovi spazi interpersonali. Accettare il nuovo arrivato nel sistema familiare, già precostituito, può essere impegnativo, ma è fondamentale.

È necessario che la coppia si ridefinisca includendo gli aspetti relativi alla cura dei bambini: così facendo si trasforma da coppia coniugale a coppia genitoriale. Si instaureranno nuovi accordi e modelli di comunicazione, adattando quelli preesistenti alla nascita della nuova triade.

Il nuovo arrivato si inserisce in un sistema già organizzato, con una propria architettura temporale complessa e unica, caratterizzata da storie individuali, esperienze condivise e legami intergenerazionali.

Un nuovo legame che intreccia passato e futuro

La famiglia ha un tempo caratterizzato da linee evolutive che collegano un passato antico, legato a miti tramandati dalle vecchie generazioni, a un futuro che vive nelle esperienze e nei progetti dei membri anziani verso le nuove generazioni. Il nucleo appena costituito è il frutto di due storie familiari che affondano le radici in una rete genealogica, influenzando concretamente la storia dei nuovi legami che stanno nascendo.

Wayne Evans - Pexels

La famiglia e il bambino

La gravidanza è un momento molto intenso nella vita di una donna. I cambiamenti fisici che accompagnano la mamma durante i nove mesi di gestazione sono numerosi, e la donna è la prima ad accorgersi e a realizzare che sta per nascere un bambino: la consapevolezza arriva spesso prima che nell’uomo.

Nella mente di una madre

Per moltte donne, diventare madri significa realizzare un desiderio associato al bisogno di filiazione e di continuità della specie. I cambiamenti nella donna sono più evidenti, soprattutto quelli del corpo, accompagnati anche da cambiamenti psichici caratterizzati da pulsioni libidiche, aggressive e narcisistiche rispetto al sé e alle relazioni. Il periodo dell’attesa è il risultato di cambiamenti:

  • ormonali;
  • biologici;
  • neurologici;
  • psicologici.

In questo momento emergono conflitti profondi legati alle precedenti fasi di sviluppo, e gli aspetti positivi e negativi possono essere proiettati sul feto all’interno del corpo materno.

Cosa succede all’uomo?

Anche nell’uomo si osservano cambiamenti: la mentalizzazione della gravidanza tende a manifestarsi in un periodo successivo rispetto a quello della donna. Inoltre, la qualità della relazione di coppia gioca un ruolo fondamentale: maggiore è l’accordo con la partner, più intenso sarà il suo coinvolgimento nel processo generativo. Un elemento chiave per una prospettiva di co-genitorialità efficace è rappresentato dalla presenza e dal coinvolgimento attivo del padre o partner durante la gravidanza e il parto (Bestetti & Guerrini, n.d.). Con la genitorialità, la coppia sperimenta momenti di complicità particolare: ci si incoraggia reciprocamente e la dimensione affettiva si arricchisce ulteriormente. Il bambino, inoltre, esiste nella mente dei genitori ancora prima del concepimento, diventando oggetto di fantasie e desideri proiettati su di lui.

Georgia Maciel - Pexels

Il bambino immaginario, il bambino fantasmatico e il bambino reale

Chi non si è mai proiettato nel futuro immaginando una famiglia e dei bambini? Mentre il bambino fantasmatico appare nei sogni della madre come espressione del mondo inconscio materno, il bambino immaginario rappresenta la costruzione conscia e condivisa che la coppia si crea, a partire dalle proprie percezioni e dai desideri che li riguardano.

Nella coppia si alternano momenti di forte empatia e desiderio a momenti caratterizzati da angosce e paure, soprattutto legate all’idea di non concepire un figlio sano e felice. Quando il bambino nascerà, tutte le proiezioni della coppia si confronteranno con il bambino reale.

Una grande sfida

Il periodo dell’attesa può essere uno dei momenti più belli e allo stesso tempo più impegnativi per una coppia. La nascita di un figlio, se da un lato rappresenta il frutto della relazione che ne sancisce l’unità, dall’altro può mettere a dura prova la coppia stessa. Un figlio, anche se non è ancora nato, può influenzare la relazione, soprattutto per quanto riguarda i comportamenti sessuali e affettivi.

La coppia deve imparare a rimodularsi e ricostituirsi in base a nuovi ruoli, concentrandosi soprattutto sull’impegno e la cura genitoriale. La nascita di un figlio rappresenta anche una forte componente di gratificazione narcisistica, in cui il bambino viene vissuto come una prova della forza generativa e un’estensione della coppia genitoriale.

Coppia affettiva e coppia genitoriale: una distinzione fondamentale

Quando una coppia diventa genitoriale, si verifica una trasformazione profonda che coinvolge sia la dimensione affettiva sia quella legata ai nuovi ruoli di madre e padre. La coppia affettiva si fonda principalmente sulla relazione tra i partner, sulla condivisione di progetti, intimità e sostegno reciproco. Con l'arrivo di un figlio, questa dimensione può arricchirsi ma anche complicarsi, perché entrano in gioco nuove responsabilità e aspettative.

La coppia genitoriale si definisce invece attraverso la capacità di collaborare nella cura, nell'educazione e nella crescita del bambino. Secondo i modelli sistemici, come quello proposto da Salvador Minuchin (psichiatra e terapeuta familiare), la coppia genitoriale rappresenta un sottosistema distinto all'interno della famiglia, con regole e confini propri che devono essere negoziati e mantenuti per garantire il benessere di tutti i membri.

Questa distinzione è importante perché, se trascurata, può portare a una perdita di intimità e complicità nella coppia, oppure a conflitti legati alla gestione dei compiti genitoriali. Riconoscere e valorizzare entrambe le dimensioni può aiutare a mantenere un equilibrio tra il ruolo di partner e quello di genitori.

Le sfide della coppia genitoriale: dati e implicazioni pratiche

La transizione alla genitorialità può essere accompagnata da un aumento dello stress e da una diminuzione della soddisfazione di coppia. Secondo una revisione della letteratura scientifica condotta da Feinberg (psicologo clinico e ricercatore), circa il 67% delle coppie sperimenta un calo significativo della qualità della relazione nei primi tre anni dopo la nascita del primo figlio (Feinberg, 2002). Inoltre, la qualità della relazione di coppia prima del parto si rivela essere un predittore importante della qualità della cogenitorialità dopo la nascita (Volta, n.d.).

Le principali sfide che la coppia genitoriale si trova ad affrontare possono includere:

  • la riorganizzazione dei ruoli, in cui i partner devono ridefinire le proprie responsabilità quotidiane, spesso negoziando nuovi equilibri tra lavoro, cura del bambino e tempo personale;
  • la comunicazione efficace, poiché la necessità di coordinarsi su scelte educative, gestione delle emergenze e divisione dei compiti rende fondamentale una comunicazione chiara e rispettosa;
  • la gestione del conflitto, dal momento che i disaccordi possono aumentare, soprattutto se uno dei due si sente sovraccaricato o poco supportato, rendendo essenziale imparare a gestire i conflitti in modo costruttivo per il benessere della coppia e del bambino;
  • il mantenimento dell’intimità, dato che trovare spazi per la coppia, anche piccoli momenti di condivisione, aiuta a preservare la relazione affettiva e a prevenire l’allontanamento emotivo.

Queste sfide sono comuni e non devono essere vissute come un fallimento, ma come parte integrante del percorso di crescita della coppia genitoriale.

Strategie e strumenti per sostenere il benessere della coppia genitoriale

Affrontare le difficoltà tipiche della coppia genitoriale può richiedere consapevolezza, flessibilità e l’adozione di strategie pratiche. Tra gli strumenti utili, la comunicazione assertiva riveste un ruolo centrale: esprimere i propri bisogni e ascoltare quelli del partner senza giudizio favorisce la comprensione reciproca e riduce i malintesi. È altrettanto importante la condivisione delle responsabilità: suddividere in modo equo i compiti legati alla cura del bambino e alla gestione della casa aiuta a prevenire sentimenti di ingiustizia o risentimento.

Inoltre, la condivisione delle scelte tra i membri della coppia genitoriale, soprattutto durante la gravidanza e il parto, aumenta il senso di sicurezza e rafforza il legame di coppia (Bestetti & Guerrini, n.d.) . Mantenere piccoli rituali quotidiani, come una passeggiata insieme o una cena senza distrazioni, può rafforzare ulteriormente il legame affettivo.

Per quanto riguarda la gestione del conflitto, imparare tecniche di risoluzione come il “time-out” o la negoziazione permette di affrontare le divergenze senza escalation emotive. Infine, non esitare a chiedere aiuto a familiari, amici o professionisti può fare la differenza nei momenti di maggiore difficoltà.

Il ruolo delle reti di supporto per la coppia genitoriale

La coppia genitoriale non è mai sola nel suo percorso: il sostegno della famiglia allargata, degli amici e delle istituzioni può essere determinante nei momenti di crisi o di particolare fatica. Le reti di supporto possono offrire risorse pratiche, come l'aiuto nella gestione quotidiana, ma anche un importante sostegno emotivo.

  • Famiglia allargata: nonni, zii e altri parenti possono rappresentare un punto di riferimento prezioso, sia per la cura dei bambini sia per il confronto su dubbi e difficoltà.
  • Servizi e istituzioni: consultori familiari, gruppi di sostegno alla genitorialità e servizi sociali sono risorse a cui la coppia può rivolgersi per ricevere informazioni, consulenza e supporto psicologico.
  • Amici e comunità: condividere esperienze con altre coppie genitoriali può aiutare a normalizzare le difficoltà e a sentirsi meno soli.

Chiedere aiuto non è segno di debolezza, ma un atto di responsabilità verso se stessi, il partner e i figli.

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Diventare genitori può rappresentare una delle esperienze più intense e trasformative della vita di coppia, ma anche una delle più impegnative. Se senti che le sfide della genitorialità stanno mettendo alla prova il vostro equilibrio o desideri rafforzare la comunicazione e la complicità con il tuo partner, ricorda che chiedere aiuto può essere un gesto di cura verso te stesso, la tua relazione e la tua famiglia. Con Unobravo puoi trovare il supporto di uno psicologo o psicoterapeuta, pronto ad accompagnarti in questo nuovo capitolo di vita. Fai il primo passo verso un benessere condiviso: inizia il questionario per trovare il tuo psicologo online.

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Rafforzare la resilienza: il percorso dei caregiver per un equilibrio possibile

Il talk sui caregiver esplora il ruolo fondamentale e le sfide affrontate da coloro che si occupano dell'assistenza di familiari e persone care. Fornisce strategie pratiche per gestire lo stress e prevenire il burnout, oltre a evidenziare le risorse disponibili per il supporto emotivo e pratico. Il talk promuove una cultura di riconoscimento e sostegno dei caregiver, offrendo consigli utili per migliorare il bilanciamento tra lavoro e compiti di cura.

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